giovedì 16 luglio 2026

Betzy Holmberg


Betzy Holmberg Deis nacque in Germania da madre norvegese e padre finlandese. Studiò in Norvegia, Danimarca e Germania, intraprendendo una carriera nell'Europa centrale e ottenendo la cittadinanza danese per matrimonio. Holmberg Deis visse una vita cosmopolita e transnazionale, come molte compositrici nordiche del XIX e inizio XX secolo. Si dedicò alla musica da camera orchestrale e strumentale, e la sua Sinfonia n. 1 (1884) fu ben accolta dalla critica. Tuttavia, dopo la sua morte, lei e la sua produzione furono completamente dimenticate, omesse dalla storia della musica e dal panorama concertistico. Come accadeva spesso a molte compositrici sue contemporanee, la maggior parte delle composizioni di Holmberg Deis, così come i resti biografici e letterari, sono andati perduti.

Betzy Holmberg nacque a Düsseldorf, in Germania, il 9 febbraio 1860. Sua madre, Anna Holmberg (1834-1909), era una pittrice norvegese specializzata in scene di genere e ritratti. Suo padre era il pittore finlandese Werner Holmberg (1830-1860), già famoso e considerato una figura di spicco nella storia dell'arte finlandese. Entrambi i genitori appartenevano alla colonia di artisti scandinavi di Düsseldorf. Werner morì di tubercolosi solo sei mesi dopo la nascita di Betzy, e poco dopo Betzy e sua madre si trasferirono nella casa dei genitori di Anna in Norvegia. Betzy crebbe a Christiania (Oslo) con la madre e i nonni materni, Marie Glad nata Trosdahl e il maggiore generale Christian Glad, nella base militare di Akershus. La madre smise di dipingere dopo il matrimonio, ma riprese l'attività dopo essere rimasta vedova. Si dedicò all'educazione musicale della figlia e alla sua carriera professionale come compositrice. Ciò fu probabilmente possibile perché Anna Holmberg proveniva da una famiglia dell'alta borghesia e poteva mantenere se stessa e la figlia vendendo le opere del defunto marito e vivendo modestamente; si prese cura del patrimonio artistico del marito e ne gestì le questioni in stretta collaborazione con l'Associazione degli Artisti Finlandesi. Madre e figlia hanno vissuto insieme la loro vita artistica fino alla morte di Betzy.

Otto composizioni di Holmberg furono eseguite in concerto al conservatorio e recensite sui giornali: Suite per violino e pianoforte (1881), due movimenti del Quartetto per archi (1881), Suite per pianoforte (1882), Due preludi e fughe per pianoforte (1882), Serenata per orchestra d'archi (1882), Variazioni per violoncello e pianoforte (1883), Sonata per pianoforte (1883) e Suite orchestrale (1883). Le fu conferita una borsa di studio Mozart della durata di un anno (1882) per la sua suite per pianoforte. Si esibì anche come pianista in alcuni concerti al conservatorio, ma non suonò le proprie composizioni: queste furono eseguite dai suoi compagni di studi, tra cui il direttore d'orchestra, compositore e pianista Felix Weingartner e il direttore d'orchestra Paul Steindorff.

 

Parole in prestito


Negli ultimi anni le parole inglesi sono entrate con sempre maggiore frequenza nel nostro modo di parlare, al punto che spesso le utilizziamo senza nemmeno accorgerci che esiste già un termine italiano capace di esprimere lo stesso concetto in modo chiaro. Al lavoro non fissiamo più una riunione, ma un meeting; non chiediamo un parere, bensì un feedback; non ricordiamo una scadenza, perché ormai abbiamo una deadline; non facciamo una telefonata, organizziamo una call. Sui social annunciamo un nuovo progetto scrivendo “coming soon”, raccontiamo il nostro stato d’animo con la parola “mood” e trasformiamo una giornata dedicata a noi stessi in un “self care day”.

Il punto non è dichiarare guerra all’inglese, né immaginare una lingua italiana chiusa in una teca, protetta da qualunque influenza esterna. Le lingue sono sempre cambiate attraverso gli incontri tra popoli, culture, commerci, scoperte e migrazioni. Molte parole che oggi consideriamo italianissime hanno origini straniere, mentre termini come computer, internet o software sono ormai così radicati nel nostro vocabolario da non sembrare più ospiti. Sarebbe quindi poco sensato pretendere di tradurre tutto per principio, soprattutto quando una parola straniera identifica una realtà nuova oppure è diventata comprensibile alla maggior parte delle persone.

La sensazione di forzatura nasce altrove, cioè quando l’inglese viene scelto soprattutto per dare a una frase un tono più elegante, professionale o moderno, anche se il risultato è spesso meno diretto. Un negozio non presenta più una nuova collezione, ma un “new drop”; un ristorante non propone il menu del fine settimana, ma il “weekend menu”; un’azienda non cerca dipendenti, avvia il “recruiting”; una palestra non parla di percorso di allenamento, ma di “fitness

mercoledì 15 luglio 2026

Philip MacDonald - Una moglie premurosa

   


Carl Borden uscì dalla libreria Seaman nell’accecante bagliore del piccolo corso di El Morro Beach. Si guardò attorno per vedere se c’era la moglie e, non vedendola, si avviò verso il bar Eagles ed entrò. Era un uomo ben messo, l’aspetto vagamente da vagabondo, i capelli biondi disordinati, un volto insignificante nobilitato però dagli occhi grandi, azzurri e incredibilmente vivaci. Era uno scrittore di un certo talento, a detta di molti critici, ma i suoi libri si vendevano poco.
Si mise a sedere su uno sgabello e salutò con un cenno del capo il signor Dockweiler, attualmente agente immobiliare, un tempo mediocre attore di Hollywood; Dariev, l’artista russo che disegnava murales e poi un paio di altre persone. Non abbozzò l’ombra di un sorriso, neppure alla volta del barista a cui ordinò una birra e Dockweiler disse al vecchio Parry, seduto al suo fianco: — Guarda quel Borden... chissà che diavolo...
Il barista, da sempre chiamato Hiho per dei motivi che ormai nessuno più ricordava, depose la bibita davanti a Carl, lo guardò e disse: — Allora, signor Borden, come va?
L’interpellato rispose: — Bene, direi... grazie, Hiho... — Si concesse una lunga sorsata dal bicchiere ghiacciato.
Hiho riprese: — E come sta la signora Borden. Bene?
— Benissimo! — rispose Carl, dopodiché aggiunse: — Benissimo! — Mise una banconota da un dollaro sul bancone, Hiho la prese e tornò dietro il registratore di cassa.
Carl appoggiò i gomiti sul banco e lasciò cadere il viso fra le mani; poi si ricompose subito mentre Hiho tornava con il resto. Lo scrittore se lo mise in tasca, trangugiò il resto della birra, si alzò, fece un cenno di commiato al barista senza aprir bocca e uscì nuovamente in strada.
Sua moglie aspettava accanto alla macchina con le braccia piene di pacchetti. Lui disse: — Salve, Annette... arrivo! — e accelerò il passo.
La donna gli sorrise. Dotata di un fisico snello e di un bel portamento, appariva scattante e dinamica come sempre. Bionda, sulla trentina, era sposata con Carl da nove anni. Da tutti quelli che non li conoscevano bene, erano considerati una “coppia
ideale”. Ma ultimamente i pochi amici più intimi cominciavano a dubitarne.
Carl aprì la portiera dell’auto, prese i pacchetti dalle braccia di Annette e li sistemò nel bagagliaio. La moglie disse: — Grazie, Carlo — e si accomodò accanto a lui che si era messo al volante. Poi aggiunse: — Per favore, passiamo da Beatons. Ho lasciato un pacco che era troppo ingombrante da portar via subito.
Lui imboccò Las Ondas Road e parcheggiò contromano all’esterno di un piccolo edificio circondato da una recinzione bianca sormontata dalla scritta Beaton And Son – tutto per il giardinaggio.
Entrò e la commessa gli porse un gigantesco sacchetto di carta, pieno di merce. Lui lo prese – il fondo cedette e una miscellanea di oggetti rovinò a terra.
Carl imprecò sottovoce e la ragazza esclamò “Oh, mi dispiace” e si precipitò ad aiutarlo. Lui cominciò a mettere gli oggetti che aveva salvato sul bancone. Poi, chinatosi, recuperò un opuscolo intitolato Manuale per la coltivazione delle rose e una scatola etichettata Pesticida con la raffigurazione di un teschio e due ossa incrociate.
Nel frattempo la ragazza aveva recuperato il resto. Continuando a sciorinare una marea di scuse, sistemò il tutto in due sacchetti nuovi. Carl se li sistemò uno per braccio, uscì di nuovo nella strada soleggiata e vide il dottor Wingate che si stava avvicinando alla macchina. — Salve, Tom! — esclamò e fece il suo primo sorriso della giornata mentre l’altro si girava e ricambiava il saluto.
Wingate era un uomo sui quarantacinque anni, sempre vestito con una certa ricercatezza. Vedendo Annette, il medico si tolse il cappello e salutò anche lei, forse con fare un po’ troppo formale. Aprì la portiera a Carl e per un attimo lo sguardo divenne acutamente professionale. Disse: — Come sta andando il libro? — Dopo una certa esitazione Carl rispose: — Bene! Non ancora a pieno ritmo, naturalmente... ma sono fiducioso.
— Allora... — commentò Wingate — dacci dentro. Altrimenti sarebbe un vero peccato.
Carl fece spallucce mentre Annette, con aria impaziente, sbottò: — Dobbiamo sbrigarci a tornare a casa, Carlo — e lui salì in macchina, mise in moto e fece un cenno di commiato alla volta dell’amico.
Attraversò di nuovo la città, poi si addentrò fra le colline e in cinque minuti arrivò alla stradina rapida e scoscesa che conduceva a casa sua, isolata su un cucuzzolo, una costruzione di alquante pretese: vialetti di ghiaia, alti alberi sul retro e davanti

I Borgia



I Borgia è un fumetto di genere drammatico scritto dallo scrittore cileno Alejandro Jodorowsky ed illustrato dall'illustratore italiano Milo Manara. L'opera è stata realizzata tra il 2004 ed il 2011 ed è suddivisa in quattro volumi: "La Conquista del Papato" (2004), "Il Potere e l'incesto" (2006), "Le fiamme del rogo" (2011) e "Tutto è Vanità" (2011). Il fumetto si distingue per la grande componente erotico-shakspeariana e per essere un fumetto particolarmente ricco di violenza, seppur essa non sia mai portata a livelli estremi. Il risultato della collaborazione tra Alejandro Jodorowsky e Milo Manara riuscì a meritarsi gli elogi delle critica, che videro nell'opera l'apice delle complessità tematiche del maestro cileno. Il fumetto non è da leggere in chiave storica. L'intreccio narrativo si basa su aneddoti e leggende riguardanti la famiglia Borgia e la figura di papa Alessandro VI. La storicità del fumetto è pressoché nulla, sebbene vi siano narrati fatti realmente accaduti.

Nei quattro volumi si racconta la storia della famiglia Borgia dall'elezione di Rodrigo Borgia al soglio pontificio sino alla morte di tutti i membri della famiglia e al decadimento della casata. Mentre i primi due volumi sono raccontati sotto forma di cronaca, i restanti due sono raccontati tramite un flashback di Michelotto Corella (nel fumetto chiamato Micheletto) servitore e sicario della potente famiglia spagnola.



Il potere e l'incesto
Alessandro VI è papa ormai da molti mesi e la tiara sembra essere ben salda sulla sua testa. Grazie a trame e intrighi è riuscito a tenere a bada le nobili famiglie romane degli Orsini e dei Colonna, suoi acerrimi nemici, ed ora che non sembra avere oppositori potenti si prepara a tessere la sua trama più importante: la creazione di alleanze potenti all'interno del complesso Scacchiere Italico che garantiscano il pieno potere sia allo Stato della Chiesa che alla sua famiglia. Il Pontefice fa chiamare a sé i suoi figli maschi all'interno del Laterano per discutere del loro avvenire. Assieme a loro viene chiamata anche Lucrezia, che dopo essere stata più volte seviziata dalle monache del monastero di clausura a causa della sua condotta scabrosa con la cugina Giulia Farnese, con la quale intrattenne una relazione lesbo, venne ritirata dal convento e destinata alla vita mondana. Alessandro VI ha in mente un futuro per ognuno: Lucrezia andrà in sposa al Signore di Pesaro Giovanni Sforza al fine di ottenere l'appoggio della potente casata milanese, Goffredo si sposerà invece con Sancha d'Aragona, figlia illegittima dell'erede al trono di Napoli Alfonso. Giovanni sarà destinato alla vita militare ed occuperà il ruolo di Gonfaloniere dello Stato della Chiesa, carica alla quale si disinteresserà subito. Dopo aver ascoltato il padre conferire promesse di domini ed importanti cariche ai suoi fratelli, Cesare si aspetta di ricevere anch'egli un dominio e quando il padre gli spiega che il suo destino sarà quello di vestire la Porpora Cardinalizia, il Borgia viene preso dall'ira. Alessandro VI gli spiegherà allora che il suo destino sarà quello di succederli come papa, e che gli concederà di godere dei piaceri laici. In quello stesso momento però, Lucrezia esprime al padre la sua confusione riguardo al piacere sessuale e alla sua paura di non poter provare godimento con un uomo, essendo egli stata con una donna precedentemente. Alle parole della figlia, papa Alessandro VI chiede a Cesare se prima di allora fosse stato con qualche donna. Cesare risponde vantandosi di aver sedotto tantissime donne e che esse preghino Dio la notte affinché lui le possa penetrare ancora. Il papa chiede dunque al figlio di giacere con Lucrezia e di farle provare molto piacere. Cesare all'inizio sembra titubante, ma poi accetta ed i due hanno un rapporto sessuale davanti agli occhi compiaciuti del papa e dei loro fratelli. Cesare e Lucrezia si compiacciono di ciò ed in seguito giaceranno assieme molte altre volte, fino a quando arriverà il giorno del matrimonio di Lucrezia con Giovanni Sforza. Dopo la cerimonia nuziale, i due sono obbligati a consumare un rapporto sessuale davanti all'intera corte al fine di dimostrare la Verginità di Lucrezia. Dal canto suo, Giovanni Sforza è un uomo brutto e impotente oltreché sodomita. Per passare indenne la prova, Lucrezia nasconde sotto le coperte un uovo pieno di sangue e lo rompe al momento giusto per dimostrare la propria verginità. In seguito al superamento della prova, gli sposi saranno condotti al castello di Pesaro, per poi far ritorno a Roma poco dopo. Nel frattempo Cesare conoscerà l'umanista Niccolò Machiavelli, grande ammiratore del giovane Borgia e uomo che ben presto si rivelerà di grande influenza sulle decisioni del giovane.
 

martedì 14 luglio 2026

Bohuslav Martinů





Tra impulso e scelta

 


Apriamo il frigorifero senza avere fame. Prendiamo il telefono per controllare una notifica e, quasi senza accorgercene, restiamo mezz’ora a scorrere immagini. Compriamo qualcosa che fino a cinque minuti prima non desideravamo. Rinunciamo a un impegno perché l’idea di affrontarlo ci mette ansia. Cerchiamo una persona che ci ha già fatto stare male soltanto perché quella sera la solitudine pesa più del solito.

Sono gesti molto diversi, eppure hanno qualcosa in comune. Nascono da una spinta che vuole essere seguita immediatamente. In quel momento non ci sembra di stare reagendo. Siamo convinti di aver deciso. È proprio per questo che comprendere la differenza tra impulso e scelta è così importante. Le due cose vengono spesso confuse perché entrambe portano a un’azione, ma il percorso che conduce a quell’azione non è lo stesso.

L’impulso è il primo movimento che nasce dentro di noi. Arriva in risposta a una sensazione, a un desiderio, a una paura o a un disagio. Cerca una soluzione rapida, soprattutto quando quello che proviamo è difficile da sostenere. Vuole farci sentire meglio adesso, senza occuparsi troppo di ciò che accadrà tra un’ora o il giorno

lunedì 13 luglio 2026

Maria Sadowsky Perasso - La pentola del diavolo









Progressive Spin, estate 4



Elder - Sigil to Ruin
Jordsjø - Seven Heads
Karfagen - The Shape of Love
Stefano Panunzi - Caravaggio
Fistfights with Wolves - Elegy
Asceta - Everything Stopped



 

giovedì 9 luglio 2026

Selim Palmgren




Compositore finlandese, eccellente pianista, soprannominato lo “Chopin del Nord”, Selim Palmgren è uno dei protagonisti della nascita del nazionalismo nella musica del suo paese; è il primo musicista finnico, dopo Sibelius, a raggiungere fama internazionale.
Nato a Pori (1878), Golfo di Botnia, a quel tempo città dell’impero russo, Selim Palmgren si forma all’Istituto Musicale di Helsinki; tra il 1899 e il 1901 si perfeziona in pianoforte a Berlino dove studia con Conrad Ansorge, Wilhelm Berger e Ferruccio Busoni.
Tornato in Finlandia, Palmgren dirige il Coro dell’Università di Helsinki; dal 1909 al 1912 è a capo dell’orchestra della Società Musicale di Turku. Svolge, inoltre, un’intensa e applaudita attività concertistica, sia come solista che come accompagnatore del soprano Maikki Pakarinen, sua moglie. Negli anni dal 1921 al 1926 insegna alla Scuola di Musica Eastman annessa all’Università di Rochester, New York; nel 1939 gli viene offerta la cattedra di composizione presso l’Accademia Sibelius di Helsinki, incarico che mantiene fino alla morte nel 1951.
Selim Palmgren, autore di opere teatrali, musiche di scena, per orchestra e per coro, deve la sua fama alle composizioni per il pianoforte, soprattutto ai cinque Concerti e ai “12 Pezzi Lirici”, pregevoli miniature basate su canzoni popolari finlandesi.
La musica di Palmgren per il pianoforte è un equilibrato amalgama d’invenzione melodica, armonica e ritmica; molte sue composizioni sono caratterizzate da elementi impressionistici, come accordi paralleli e scale esatonali.


Il Concerto per pianoforte n. 3, op. 41 (1916) porta il nome di "Metamorfosi" (Trasformazioni), che suggerisce la struttura del concerto. Ancora una volta Palmgren inizia con una solenne melodia tratta da Osnobothnia, questa volta di ispirazione luterana, che si rivela in tutta la sua magnificenza solo quando il pianoforte la svela. Ci sono nove variazioni, quella centrale una spettacolare cadenza solistica. Ogni variazione esprime un'atmosfera particolare, da lenta e lugubre a una danza spensierata in cui le nacchere spagnole iniziano inaspettatamente a squillarne. Il finale è glorioso, con un ritorno al tema variato e una cascata di potenti ottave al pianoforte.

mercoledì 8 luglio 2026

Thomas Burke - Il mistero di Bloomsbury

  


1
Mentre quella mattinata di settembre veniva alla luce in un tremulo pulviscolo d’argento e si concretizzava in un alone dorato, uscii in un’imprecazione davvero poco ortodossa.
Mi ero alzato di buon’ora e, ritto davanti alla finestra del bagno del mio appartamento di Bloomsbury, avevo cominciato a radermi. Dapprima mi limitai a “ahii!”, poi aggiunsi qualcosa di più colorito. Il suddetto sfogo era stato motivato dal fatto di essermi procurato un taglio particolarmente doloroso, peculiarità dei rasoi di sicurezza, e la causa di quanto sopra era stato un movimento improvviso del gomito destro, a sua volta provocato da qualcosa che avevo visto attraverso i vetri.
Ammantato in quel fantasmagorico rutilare dorato, che sembrava quasi una presenza vivente scesa a benedire la città di Londra, si muoveva un uomo che conoscevo. Ma l’uomo che conoscevo si era trasformato in un uomo sconosciuto. Non procedeva a passo veloce, com’era suo solito, e neppure camminava normalmente. Era come se veleggiasse. Mai visto un’andatura così da scolaretta in un individuo adulto. E un simile ciondolio del capo.
Non era alto, ma talmente magro, gli indumenti così striminziti da farlo sembrare quasi un gigante. Indossava un cappotto nero a doppio petto, allacciato fin sotto al collo, dei pantaloni parimenti neri e un cappello dalla foggia indescrivibile. Teneva le braccia dietro la schiena, la mano destra stretta attorno al gomito sinistro. Una sagoma appiattita, priva di rotondità. Probabilmente l’avevo sempre visto così e davvero non riuscivo a immaginarmi, e ciò vale fino a oggi, come potesse essere altrimenti.

2
In una società convenzionale, suppongo, Stephen Trink sarebbe stato definito uno strampalato ma nei meandri di Londra vivevano talmente tante creature strampalate, con molte delle quali intrattenevo ottimi rapporti, che Trink mi era sempre sembrato uno dei tanti. Non mi ricordo più in che modo avevamo fatto conoscenza, ma so per certo che da un paio di anni avevamo preso l’abitudine di vederci almeno due volte alla settimana, talvolta anche più spesso. Fra noi si era subito creata una reciproca
simpatia, destinata ad aumentare con il tempo. Sebbene in sua compagnia non mi sentissi mai perfettamente a mio agio, cercavo tutti i pretesti per incontrarlo. Quell’individuo mi affascinava, soprattutto per la sua innata malinconia, ed ora che cerco di ricordarmi di lui, mi accorgo che questo è l’unico particolare che mi torna vivido alla memoria. Era una di quelle persone che nessuno riesce a conoscere veramente fino in fondo. Con quell’aspetto insignificante, il volto aguzzo e la struttura fragile, sarebbe potuto passare per un impiegatuccio di infimo rango, se non fosse stato per certi strani atteggiamenti da ragazzina timida – le mani dietro la schiena, un piede appoggiato sull’altro, gli occhi costantemente abbassati, che però, quando gli rivolgevate la parola, si alzavano rispettosamente verso di voi, come se foste stato il suo preside. Aveva un sorriso del tutto particolare, probabilmente derivato dalla sagoma della bocca dagli angoli abbassati e dalla mascella ritratta all’indietro. I capelli biondastri erano radi e appiccicaticci, la voce chioccia, gli occhi, dietro le spesse lenti, acquosi e celestini. Solo quando si toglieva gli occhiali, era percepibile la profondità e la sensibilità dello sguardo.
Ovunque si trovasse, non dava mai l’impressione di essere interamente lì. Come se fosse intento ad ascoltare qualche rumore proveniente da chissà dove. A volte il suo atteggiamento ricordava quello del “Pensatore” di Rodin ma, se lo si scrutava più attentamente, avresti detto che la sua espressione era totalmente vacua. Non pensava, meditava. Negli ambienti chiusi si muoveva quasi come un sonnambulo, all’aria aperta camminava come uno schizzato. E comunque la sua presenza generava in tutti una sorta d’inspiegabile disagio.
Quale fosse il suo problema – sempre che quella sua aria triste e malinconica derivasse da un problema circostanziato – non me lo disse mai. Quando a volte, lo invitavo a “tirarsi su con la vita”, lui mi accennava a un Terribile Fardello, ma

martedì 7 luglio 2026

Aleksandr Nikolaevič Skrjabin





lunedì 6 luglio 2026

Joseph Hocking - Il legato di Nancy Trevanion, 1929






Estate fertile


L’estate porta con sé una tentazione strana, quella di pensare che riposare significhi fermarsi del tutto, spegnere ogni pensiero, lasciare che le giornate scivolino una dentro l’altra senza direzione. In realtà il riposo vero non è un vuoto da riempire con il senso di colpa, né una resa alla pigrizia. È uno spazio diverso, più morbido, in cui il corpo recupera respiro e la mente smette di correre in modo confuso, ma non per questo diventa sterile.

Il corpo ha bisogno di tregua. Non siamo macchine sempre disponibili, sempre produttive, sempre pronte a rispondere, creare, organizzare, progettare. Dopo mesi di impegni, richieste, lavoro, pensieri e piccoli pesi quotidiani, arriva un momento in cui rallentare non è un capriccio, ma una forma di intelligenza. Il riposo serve a rimettere ordine dentro di noi, a capire cosa ci ha stancato davvero e cosa invece desideriamo portare ancora avanti.

Fare meno non significa non fare nulla. Significa scegliere meglio. Significa ascoltare il ritmo delle giornate senza violentarle con mille obblighi inutili, ma anche senza abbandonarsi a un’immobilità che alla lunga appesantisce. L’estate può diventare un tempo fertile proprio perché toglie pressione. Le idee non nascono sempre davanti a una scrivania, con una lista perfetta e una scadenza addosso. Spesso arrivano mentre si cammina, si legge qualcosa con calma, si sistema una cartella lasciata in sospeso, si rivede un progetto con occhi meno stanchi.

Portarsi avanti per l’autunno non vuol dire trasformare agosto in un’altra stagione di ansia. Vuol dire preparare il terreno. Un contadino non pretende il raccolto ogni giorno, ma sa bene che anche il terreno lasciato respirare sta lavorando. Allo stesso modo, una persona che riposa può comunque seminare. Può rileggere appunti, chiarire priorità, eliminare ciò che non serve più, immaginare nuove direzioni, sistemare piccoli dettagli che durante l’anno sembravano sempre rimandabili.

Il riposo più sano non cancella i progetti, li protegge. Quando siamo esausti, anche le idee belle sembrano pesanti. Un progetto nuovo può apparire troppo grande, un cambiamento può sembrare impossibile, una semplice decisione può diventare un muro. Con un corpo meno contratto e una mente meno affollata, invece, ciò che prima sembrava confuso torna ad avere contorni più chiari. Non perché la vita diventi improvvisamente facile, ma perché noi torniamo presenti.

L’estate può insegnarci una produttività diversa, meno aggressiva e più rispettosa. Non quella che misura il valore di una persona in base a quante cose riesce a fare, ma quella che riconosce l’importanza di arrivare preparati senza arrivare svuotati. Scrivere due idee buone, sistemare un progetto rimasto in sospeso, immaginare una nuova collaborazione, ordinare materiali, recuperare energie, anche questo è movimento. Un movimento lento, silenzioso, ma prezioso.

Riposare il corpo significa permettergli di non essere sempre in allarme. Significa dormire meglio, respirare con più spazio, concedersi pause vere, mangiare senza fretta, stare nel presente senza sentirsi continuamente in ritardo. Da quel recupero nasce una forza più concreta di mille promesse fatte sull’onda dell’entusiasmo. L’autunno non chiede soltanto idee nuove, chiede anche energia per sostenerle.

Per questo l’estate non deve essere vissuta come una parentesi inutile tra ciò che è stato e ciò che verrà. Può essere un laboratorio quieto, un tempo di raccolta interiore, una stagione in cui si rallenta per capire dove andare. Non serve riempire ogni ora. Non serve dimostrare niente. Serve imparare a distinguere il riposo che cura dall’inerzia che spegne.

Quando il corpo si riposa davvero, anche i progetti respirano meglio. Tornano meno rigidi, meno confusi, meno caricati di paura. Diventano possibilità, non pesi. E allora l’autunno non arriva come una minaccia, ma come una soglia già preparata con calma, un passo dopo l’altro, senza tradire il bisogno di fermarsi e senza rinunciare al desiderio di ricominciare.


venerdì 3 luglio 2026

Ian Fleming - Un «quantum di sicurezza»







 

Quando sapevamo aspettare



Sono nata negli anni Ottanta, in un tempo in cui la pazienza non era una scelta poetica, ma una cosa normale. Faceva parte delle giornate, degli oggetti, delle abitudini, perfino dei desideri. Non avevamo tutto subito, non potevamo sapere ogni cosa in pochi secondi, non bastava toccare uno schermo per avere davanti una risposta, una canzone, un film, una persona, una notizia. Si aspettava e dentro quell’attesa succedeva qualcosa che oggi sembra quasi sparito: cresceva il gusto.

Da bambini non ci rendevamo conto di vivere in un mondo lento. Per noi era semplicemente il mondo. Il cartone animato iniziava a una certa ora e, se lo perdevi, lo perdevi davvero. La canzone che ti piaceva passava alla radio quando decideva lei, non quando lo decidevi tu. Se volevi riascoltarla, restavi lì con il dito

giovedì 2 luglio 2026

Tan Dun

 


Tan Dun è nato nel 1957 in un villaggio di Changsha, nella provincia di Hunan, in Cina. Fin da bambino, era affascinato dai rituali e dalle cerimonie dello sciamano del villaggio, che venivano tipicamente accompagnati da musica realizzata con oggetti naturali come pietre e acqua. A causa dei divieti imposti durante la Rivoluzione Culturale, fu scoraggiato dal perseguire la sua passione per la musica e fu mandato a lavorare come coltivatore di riso nella comune di Huangjin. Lì si unì a un gruppo musicale di altri abitanti della comune e imparò a suonare strumenti a corda tradizionali cinesi. In seguito a un incidente di traghetto che causò la morte di diversi membri di una compagnia dell'opera di Pechino, Tan Dun fu chiamato a suonare la viola e ad arrangiare. Questo successo iniziale gli valse un

mercoledì 1 luglio 2026

David Ely - Il sopravvissuto

 


Si stava facendo sera quando entrò nel Parco. Si diresse subito verso la zona più buia, lontano dai lampioni che illuminavano i vialetti. Non vide nessun altro passante, ma ciononostante continuò a procedere spedito, non volendo correre inutili rischi.
Quando raggiunse il riparo dei primi alberi, si fermò e si voltò all’indietro verso la strada principale, pur essendo perfettamente consapevole che la macchina non sarebbe stata più lì. Quelli se n’erano andati non appena lo avevano scaricato. Gli avevano dato una pacca sulla spalla – come si fa con i paracadutisti in procinto di saltar giù dall’apparecchio – e uno di loro aveva detto “In bocca al lupo, Maggiore”, dopodiché lui era saltato fuori, tirandosi dietro il peso della tuta di volo.
Buona fortuna, maggiore. Se avesse avuto davvero fortuna, quelle sarebbero state le ultime parole che gli sarebbero state rivolte per quattro settimane.
Si ritrasse di colpo, turbato. Qualcuno gli era defilato a fianco, forse a meno di un metro, un uomo o un ragazzo che correva di buona lena e con passo agile in direzione della Fifth Avenue.
Il cuore del Maggiore batteva all’impazzata, le pulsazioni erano alle stelle. Quell’avvenimento lo aveva scosso, di qualsiasi cosa si fosse trattato – forse qualche atleta che si allenava per la competizione, oppure un fanatico dilettante oppure un borsaiolo, e in questo caso ci sarebbero stati i poliziotti alle calcagna. Erano proprio i poliziotti a fargli più paura. L’Agenzia aveva messo in chiaro le cose con il Commissariato e tutti i responsabili dei distretti limitrofi erano stati debitamente informati affinché non fosse fatta alcuna forma di pubblicità nell’eventualità che fosse catturato, ma naturalmente i normali agenti erano all’oscuro di tutto. Sarebbe bastata la torcia elettrica di un semplice sergente di pattuglia a mandare all’aria tutto il progetto.
Doveva evitare le luci. Non immaginava neppure lontanamente che ce ne sarebbero state così tante, non solo quelle posizionate lungo i vialetti, ma anche quelle delle auto che attraversavano il Parco, nonché le insegne luminose dei grandi alberghi e dei complessi residenziali attorno al suo perimetro.
Continuò a muoversi acquattandosi contro gli alberi, cercando di recuperare un po’ di fiducia attraverso l’attività fisica. La prima notte sarebbe stata la più dura. Quello lo sapeva. Ma se fosse riuscito a superare questa giornata e quella successiva, probabilmente tutto sarebbe andato per il meglio. Doveva scegliersi un nascondiglio lontano da dove normalmente andava la gente – lontano dallo zoo, dal lago, dai
campi gioco. Sarebbe stato meglio essere sorpreso da un poliziotto piuttosto che da ragazzini scatenati che giocavano a pallone. Se uno di loro lo avesse scorto, anche di sfuggita, altri mocciosi sarebbero arrivati a frotte e avrebbero cominciato a farsi beffe di lui e a dargli la caccia gridando “Guardate, guardate, guardategli la testa!”
La testa... quella era la garanzia che aveva voluto l’Agenzia. La garanzia della sua onestà. Non poteva barare, non con quella testa. Quando glielo avevano detto, non aveva posto alcuna obiezione. Sapeva che avevano ragione. Lo psicologo incaricato del progetto gli aveva parlato a lungo in proposito. Lo scopo era quello di misurare lo stress psicologico su un uomo nascosto in mezzo a una popolazione ostile. Se fossero riusciti nell’intento, sarebbero stati in grado di approntare un programma di recupero atto a salvare quel pilota su venti che malauguratamente fosse stato abbattuto ma non catturato, e che comunque fosse riuscito a nascondersi da qualche parte – in un campo, in un edificio semidiroccato dai bombardamenti, in un appartamento abbandonato, qualsiasi cosa gli fosse capitata a tiro.
— Lei sarà quel ventesimo pilota, Maggiore — gli aveva detto lo psicologo. La porteremo fino al Parco e lì dovrà nascondersi finché non verranno a cercarla. Tenga presente che è isolato dalle persone che la circondano soprattutto a causa dell’unico dato di fatto che non può cambiare: non conosce la lingua di quella gente. Be’, ai fini dell’esperimento che ci interessa, siamo in grado di simulare tutto ma non questo. Niente, se vi fosse costretto, potrebbe impedirle di nascondere la tuta da pilota e di portar via un paio di pantaloni a qualche barbone del Parco. Poi sarebbe un giochetto raggiungere la panchina più vicina e trascorrere una giornata tranquilla a leggere i giornali senza dar nell’occhio ad anima viva, e qualora qualche poliziotto si avvicinasse, non ci sarebbe nulla di strano a

Lucrezia




Lucrezia è un personaggio immaginario protagonista di una omonima serie a fumetti di genere erotico/storico italiana, ideato da Renzo Barbieri e pubblicato dalla Ediperiodici nel 1969, ispirato alla figura storica di Lucrezia Borgia.
Tascabile per adulti con protagonista la bellissima Lucrezia Borgia, malvagia e corrotta figlia di Papa Alessandro Borgia, qui, come recita la presentazione, in una “libera trasposizione della letteratura amorosa rinascimentale”.

Intrighi di ogni genere nell'Italia del XV secolo: Lucrezia combatte contro suo marito Alfonso I d'Este, concedendo di volta in volta il suo corpo ai vari aristocratici con cui entra in contatto per condizionarli. Solo di tanto in tanto può concedersi al suo vero amore, Antonio Orsenigo.