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giovedì 30 luglio 2026

Aleksi Machavariani



Nacque nella città di Gori, nella Georgia orientale, in una famiglia nobile. Le melodie popolari della sua terra natale furono le prime fonti della sua educazione musicale. In seguito, all'età di 6 anni, iniziò a studiare pianoforte e violino. Dopo essersi diplomato al Conservatorio di Tbilisi (composizione), completò la sua formazione post-laurea nell'arte della composizione come allievo del Prof. P.B. Ryazanov. Successivamente (nel 1961) divenne professore al Conservatorio Statale di Tbilisi, grazie alla raccomandazione di D. Shostakovich e T. Khrennikov. 

Tra i venti e i trent'anni fu arrestato più volte, ma il destino e la sua musica lo salvarono ripetutamente. Il suo primo successo arrivò con la composizione per pianoforte "Chorumi" del 1937. Fu dopo "Chorumi" che il grande direttore d'orchestra georgiano, direttore generale dell'Opera di Tbilisi e dell'Orchestra di Stato georgiana, E. Mikeladze, gli propose di comporre un'opera. A. Matchavariani scrisse la sua prima opera, "Madre e figlio", nel 1942. Il suo primo grande successo fu il concerto per pianoforte del 1944, eseguito per la prima volta a Tbilisi, pochi mesi dopo a Mosca, poi a Leningrado, in Germania e in altre città. Dopo aver composto le sue prime opere per orchestra: "Elegia" nel 1936, "Scherzo" nel 1936, "Mumli Mukhasa" nel 1939, Matchavariani compose la sua Prima Sinfonia in quattro movimenti nel 1947, che gli valse un grande successo. 
La sinfonia fu eseguita per la prima volta a Tbilisi, Mosca e Leningrado, e successivamente in molte altre città. Per un certo periodo, insieme a D. Šostakovič e S. Prokofiev, fu accusato di "formalismo". 

Dopo la morte di Stalin, la situazione iniziò a cambiare. Una nuova dimensione e un successo sensazionale per A. Matchavariani arrivarono dopo aver composto il suo famoso concerto per violino nel 1949, che fu eseguito in molti paesi. I primi interpreti furono M. Weiman (Leningrado) e D. Oistrach (Mosca). Il concerto fu registrato più volte da "Melodia", così come dalla "Columbia Records" negli Stati Uniti. Nel 1952 fu nuovamente inserito nella Lista Rossa e rischiava la deportazione insieme alla sua famiglia. Il destino lo salvò ancora una volta. L'oratorio "Il giorno della mia patria" fu composto nel 1955. Nello stesso anno la sua prima esecuzione ebbe luogo a Mosca, diretta da A. Gauk, che fu il primo interprete di quest'opera e di altre composizioni di A. Matchavariani. L'oratorio divenne uno dei brani più popolari in URSS e fu trasmesso molte volte dalla radio sovietica, con registrazioni per "Melodia". Nel periodo 1940-1955, Matchavariani compose molta musica da camera per pianoforte, violino, coro e voce. Molte di queste composizioni divennero i gioielli della musica georgiana e sovietica. "È una festa d'arte", scrisse il signor Tzarev su Soviet Culture nel 1958, a Mosca, dopo aver assistito a una rappresentazione al Teatro Bolshoi. "Otello" fu completato nel 1957. Questo balletto portò ad A. Matchavariani uno straordinario successo in Georgia, a Mosca (al Teatro Bolshoi), a Leningrado (al Teatro Kirov), in molte città dell'ex Unione Sovietica, negli Stati Uniti, a Parigi, in Giappone, in Finlandia, in Germania, in Romania e in molti altri luoghi. Con "Otello", si concluse un capitolo del linguaggio musicale di A. Matchavariani e iniziò una nuova espressione musicale.

Nel 1960 iniziò un'altra grande composizione, "Amleto", un'opera in due atti. Quest'opera rimase in lavorazione fino al 1967. L'opera fu proibita dalle autorità georgiane. Nel 1964 A. Matchavariani completò i “5 Monologhi” per baritono e orchestra, per i quali fu insignito del Premio S. Rustaveli. Con i “5 Monologhi” e con “Amleto”, A. Matchavariani diede inizio a un nuovo linguaggio musicale e a un modo molto più moderno di esprimere le sue idee musicali, insieme a un nuovo approccio alla strutturazione delle sue partiture. Con la Sinfonia n. 2 continuò a sviluppare questo nuovo linguaggio musicale nel 1972. La critica ha battezzato questa sinfonia come l'inizio del SINFONISMO FILOSOFICO in Georgia. Nel 1977 A. Matchavariani scrisse probabilmente la sua composizione più importante: il balletto “Il cavaliere dalla pelle di tigre”, tratto dal poema del XII secolo del più grande poeta e filosofo georgiano S. Rustaveli, orgoglio della Georgia. La sua prima produzione ebbe luogo a Leningrado, al teatro “Kirov” (Mariisky), con le coreografie di O. Vinogradov. “Il Cavaliere” ebbe un grande successo a Leningrado (per 7 anni), Mosca, negli Stati Uniti, a Parigi, in Giappone, a Tbilisi e in molti altri luoghi. Dopo aver scritto diverse composizioni di musica da camera, corale e vocale, nel 1979 scrisse la commedia musicale “L'insetto” ispirandosi a V. Mayakovsky. Nel 1983 Matchavariani completò le sinfonie n. 3 e n. 4. La Sinfonia n. 3 è una composizione di enorme potenza, profonda e tenera. 

La Sinfonia n. 4 “La Gioventù” per archi, percussioni, pianoforte, celesta e arpa è una composizione scintillante, melodica, lirica e motoria, dal dinamismo elettrizzante. Dopo aver scritto il balletto in due atti “La bisbetica domata” ispirato a W. Shakespeare nel 1984, prosegue la linea della Sinfonia n. 3 e nel 1986 compone la straordinaria Sinfonia n. 5 “Ushba”. Sinfonia di 46 minuti in due parti (senza intervallo) di enorme potenza universale, quasi un trattato filosofico. Matchavariani impiega 8 corni, 4 trombe, 4 tromboni, 2 tube, 70 archi, un'orchestra imponente. Già nella Sinfonia n. 3 utilizzava 8 corni e 4 trombe, ma nella Sinfonia n. 5 Matchavariani si avvale di circa 115 musicisti. 

Subito dopo “Ushba” scrive la sua sinfonia n. 6 “Amirani” (Prometeo) del 1987, che prosegue la linea della sinfonia n. 5 e segna l'inizio del terzo capitolo di un nuovo linguaggio musicale. Sempre nel 1987 compone anche un concerto per violoncello, per archi, arpa e violoncello, in tre movimenti. Le composizioni successive sono la Sinfonia n. 7 “Gelati” (1989) per coro e orchestra, ispirata ai poemi del re Davide, fondatore della Georgia, l'opera “Medea” in due atti (1991) e il balletto “Pirosmani” (1992) in due atti, quest'ultimo mai rappresentato, così come il balletto “La bisbetica domata”. 

Queste composizioni non sono state rappresentate perché A. Matchavariani si trovava spesso in contrasto con le autorità georgiane, per via della sua tendenza a dire sempre la verità. A. Matchavariani ha composto 4 quartetti per archi, due sonate per pianoforte, una sonata per violino, numerose composizioni per pianoforte, violino, violoncello, coro e voce, oltre a musiche per teatro e cinema. Il film "Il segreto dei due oceani", di cui ha composto la colonna sonora, è stato premiato al Festival del Cinema di Venezia. La sua musica è stata incisa da etichette discografiche come Melodia, Columbia Records e altre, e trasmessa anche per radio e televisione. A. Matchavariani ha scritto anche molte poesie e trattati filosofici, oltre alle sue riflessioni sulla musica. Era una persona generosa, profonda, ottimista, profondamente spirituale e un grande umanista.

A. Matchavariani è morto il 31 dicembre 1995, e pochi giorni dopo il quotidiano moscovita “Kultura” scrisse: “Il tuo volto è eccellente – in ogni composizione, in ogni pagina di spartiti sinfonici, operistici, di balletto; in ogni frase, linea, nota, di musica vocale e strumentale… Alexei Matchavariani – amico ed eroe della redazione del nostro giornale. Redazione di “Kultura”. Mosca, 13-01-96.”.


SNMN, estate 6



IMXDILE - Un Attimo, Un Istante
Chimera - Sai…
Keblema - Porco Fluido
Ponch - Fuori Fase
Green Fudge - Rise
Woda Woda - Sulla Luna
Glimmer Void - Wolf Eats Wolf
LoveRecycle - SteamPower & Co
Officina Blu - Sole nel temporale


 

Robert Twohy - La soffiata

 

Stremberg ricevette la soffiata sulla terza corsa di Peninsula Meadows. La preziosa informazione gli venne da Vassily, guardia giurata in servizio presso l’ippodromo, il quale godeva della fama di essere molto ben introdotto nell’ambiente. Nel corso degli ultimi cinque anni Vassily gli aveva fatto tre favori similari e ogni volta aveva colto nel segno. Quell’uomo non era un fanfarone come tanti che bazzicavano quell’ambiente e, oltretutto, nutriva una particolare simpatia per Stremberg il quale per anni lo aveva scarrozzato sul suo taxi e gli aveva anche fatto piccoli favori. Non erano intimi amici ma, tutto sommato, si fidavano l’uno dell’altro.
Vassily aveva detto di conoscere l’allenatore di Bugle Call il quale di proposito era stato trattenuto nelle ultime sei competizioni per poi esplodere in una corsa che avrebbe fatto sensazione. Tale avvenimento era previsto per oggi, giovedì 9. Una grande tensione serpeggiava fra gli addetti ai lavori: Bugle sarebbe partito almeno 20 a 1.
Stremberg si recò al Tropical Club che il giovedì mattina era zeppo di appassionati delle corse i quali gradivano farsi un paio di bicchierini prima di partire per la grande avventura. Attualmente il patrimonio contenuto nelle sue tasche ammontava a due biglietti da un dollaro e pochi spiccioli. Non possedeva altro. In effetti non lavorava da due mesi, da quando i cavalli erano approdati a Peninsula Meadows. Mentre Ray, da dietro al bancone, gli metteva davanti la sua birra, Stremberg gli disse: — Ray, vuoi entrare in società in qualcosa di grosso?
La smorfia di Ray stava a indicare l’esatto contrario. Tuttavia Stremberg proseguì a bassa voce: — La terza corsa è truccata. Qualcuno mi ha fatto la soffiata.
— Buon per te.
— Foraggiami e divideremo. Potresti ricavarne almeno un centone.
Ray si fece pensoso. Cominciò ad accarezzarsi il mento. Un barlume di speranza per Stremberg.
Poi Ray disse: — No — e si allontanò.
Stremberg si accese una sigaretta e cominciò a scrutare nello specchio dietro al bar per vedere se conoscesse qualcuno degli avventori.
Big Otto. Lui i soldi ce li aveva. Ma a Stremberg faceva paura. Si vociferava che fosse il capo della mafia locale. Ufficialmente lavorava come autista, indossava abiti scuri, fumava sigari ed era sempre al Tropical o al Moondust, impegnato a bere Coca Cola... ma non era mai stato visto al volante di una macchina. Gli occhi stanchi erano cerchiati da profonde occhiaie, come se non gli riuscisse mai di prendere sonno. E
forse non riusciva a dormire perché i volti delle vittime e i loro corpi malconci continuavano a frapporsi fra lui e il sonno. Stremberg non voleva aver nulla a che fare con Big Otto.
Graveyard Flo. Alta e ossuta, costantemente con gli occhi sbarrati che, quando la riportavi a casa col taxi, si sedeva al tuo fianco e ti accarezzava la mano con gli artigli ossuti e sussurrava: — Grazie di esistere.
Andava spesso soggetta a violente crisi, diventava rigida come un baccalà e più di una volta Stremberg l’aveva portata su come un sacco di patate fino all’appartamento dal secondo piano dalle parti di Floribunda dove il marito Curly, contabile delle ferrovie con una gamba offesa, apriva la porta e diceva: — Ci risiamo, dannazione. Buttala lì sul divano — e sbatteva a Stremberg cinque dollari

mercoledì 29 luglio 2026

Jolanda de Almaviva



Jolanda de Almaviva è una serie a fumetti ideata da Renzo Barbieri e scritta da Roberto Renzi; venne pubblicata in Italia dalla Ediperiodici negli anni settanta ed è stato uno dei principali e più famosi esempi di fumetto erotico italiano che andava di moda negli anni sessanta e settanta, nato sull'onda del successo Isabella del quale condivideva l'ambientazione e il genere avventuroso; il successo della serie deriva anche dalla realizzazione grafica delle storie disegnate da Milo Manara.
Jolanda de Almaviva è una corsara che cerca di recuperare il suo regno usurpatogli dal governatore di Maracaibo.

La trama di "La tempesta" (o "Tempesta sui Caraibi") vede la piratessa Jolanda e il suo amato Jean Lafayette interrotti durante un momento di passione dall'attacco improvviso di misteriosi filibustieri. Jolanda viene rapita dal perfido Lord Mordred, che intende darla in sposa a Kalla Kan per un colpo di stato, mentre Lafayette si mobilita per salvarla.




 

Progressive Spin, estate 6


The Gardening Club - Marrakech
Juan Belda - Los Platos Rotos
Ok Goodnight - 22
ESP Project - The Feedback and the Fire
Code 18 - Justice? 




SNMN, estate 5



Anima nera - Se Non Adesso Quando
Freja - 31 Agosto
Freja - 31 Agosto
Kardon - Goodbye
FIKS - Anfibi
Clamore - Spiaggia artificiale
Pimples Marmalade - Ero Figo
AUT! - DEVO-lution Of An Egg
Giovanna Turi - Estate con la mia bella
Poveragiulia - Caffè
Edamame - Disse Ken



 

giovedì 23 luglio 2026

Roger Lasher Nortman



Roger Lasher Nortman (nato nel 1941) è un compositore classico statunitense del periodo romantico, originario di Leonia, nel New Jersey. È ampiamente riconosciuto dagli storici della musica come uno degli ultimi compositori attivi ad aderire rigorosamente alle tradizioni dell'epoca classica e romantica.

Nortman è cresciuto nel New Jersey e ha intrapreso una formazione compositiva presso prestigiose istituzioni. Ha completato i suoi studi musicali alla Juilliard School of Music e alla Columbia University. Durante gli anni universitari, le sue opere sinfoniche di ampio respiro iniziarono ad attirare l'attenzione delle principali orchestre locali.

L'opera di Nortman è caratterizzata da drammatici cambiamenti di dinamica, intricate polifonie e forti dissonanze, combinati con le tradizionali strutture romantiche. Nel corso della sua carriera, ha composto un vasto catalogo di musica classica, tra cui oltre 23-30 sinfonie di ampio respiro, oltre a vari concerti e ouverture.

Uno di coloro che si sono ostinatamente opposti alla corrente del suo tempo è Roger. La sua musica si distingue dalle ossessive guerre culturali che imperversano dal 1945 negli ambienti della musica contemporanea. Decisamente post-romantica, la musica di Roger Nortman si evolve da Raf e Reger e, per certi aspetti, è più vicina agli anni '90 dell'Ottocento che agli anni '90 del Novecento. Ad alcuni le sue opere potrebbero sembrare ironiche o sarcastiche ai giorni nostri, ma la sua intenzione non è né l'una né l'altra. Egli mantiene una posizione estetica ben definita e la sua musica è un'espressione fedele del suo pensiero e dei suoi sentimenti. Certamente, la sua vasta produzione musicale è unica e decisamente anticonvenzionale per i nostri tempi.

Roger Nortman ha composto finora 23 sinfonie, ma ritiene che la Seconda in Sol minore, scritta tra il 1977 e il 1979, sia un'espressione emotiva irripetibile che rivela al meglio la sua psiche interiore. L'opera è concepita come una grandiosa fantasia, una sinfonia di immense proporzioni che dura oltre 110 minuti, eppure è strutturata in 4 movimenti sinfonici privi di canto o di un programma esplicito, come spesso accade in opere di tale portata. Pur essendo in tonalità minore, i primi due movimenti sono estremamente ottimistici ed edificanti. L'Allegro Energico iniziale esplode con un'esuberante esplosione di energia che non si placa per 10 minuti prima che emerga un contrasto lirico. Questo vasto e ampio movimento è ricco di una combinazione di melodia e drammaticità e, dopo una lunga sezione di sviluppo, si conclude in una gloriosa affermazione di gioia ed enfasi risonanza in Sol maggiore.

mercoledì 22 luglio 2026

Thomas Walsh - L’uomo di Paul Broderick

 

Flanagan venne avvertito in tempo utile. Il che significava, seguendo il consiglio di Paul Broderick, che non sarebbe stato così stupido da chiedere il prepensionamento. Considerata la situazione contingente, una simile richiesta sarebbe apparsa quantomeno sospetta e così, come paravento, uno dei tanti medici fiscali della polizia, ben ammanettato con il signor Broderick, redasse un rapporto secondo cui al capitano Anthony Vincent Flanagan doveva essere assegnato un lungo periodo di licenza a causa di gravi problemi alla schiena.
Il tutto filò via senza problemi di tensione o d’imbarazzo, come sempre succedeva quando c’era Paul Broderick a pensare alle cose. A onor del vero, una mezza dozzina di uomini furono investigati in un secondo tempo dal Grand Jury, ma si trattava soltanto di pesci piccoli, come sovente si verifica in eventualità del genere, e alla fine il tutto si risolse in una bolla di sapone. Il capitano Flanagan, naturalmente, non fu in condizione di presentarsi a deporre: motivi di salute. Quella schiena malandata lo obbligava a starsene a letto in una clinica specializzata e lì se ne restò, nuovamente su consiglio di Broderick, fino a dopo le elezioni di autunno.
E successivamente Flanagan non ebbe più alcun motivo di preoccupazione.
Ce l’aveva fatta. Vedovo, con quattro figli ormai maggiorenni, vendette la vecchia casa di Bay Ridge dove li aveva allevati tutti, acquistò una bella macchina da dodicimila dollari e affittò un appartamento piccolo ma più che confortevole nell’East Seventies. Suo figlio Frank, che finalmente era riuscito a laurearsi, venne sistemato in un prestigioso ufficio quasi in centro. Poi Flanagan comprò in contanti una bella casa a Westchester per la figlia Marnie e la sua famiglia; e Paul Broderick, il quale aveva sempre conosciuto la gente giusta, proprio come aveva saputo trovare nelle file della polizia un medico compiacente, fece in modo che Jerry, il figlio più giovane di Flanagan, fosse ammesso presso la miglior università di legge della contea.
L’unica della sua progenie per la quale non riuscì a far nulla fu sua figlia Maureen. Quella aveva proprio una strana visione della vita. C’erano volte, si ritrovò a pensare amaramente Flanagan, in cui aveva l’impressione che l’unica cosa adatta a quella stramba creatura sarebbe stato il convento.
— Non ho davvero bisogno di nulla — cercava di scusarsi lei quando il padre le parlava a muso duro. — Io e Jack abbiamo tutto quanto ci serve, papà. Non preoccuparti per noi.
— Ne sei davvero convinta? — le domandò una volta Flanagan a denti stretti. — Perfetto. Allora ne sono felice anch’io. Hai tutto quello che ti serve. Una donna
appagata. Non ti andrebbe neppure un piccolo assegno?
— Le abbiamo già detto di no, signore — intervenne il marito, un dannato sindacalista, che andassero tutti all’inferno, impegnato dalle parti di East Harlem. — Ma comunque grazie lo stesso.
Maureen, la quale conosceva Flanagan molto meglio del marito, cercò di addolcire

Pompea



E' il primo numero della prima serie di Pompea, un noto fumetto tascabile per adulti. Fu pubblicato nel 1972 dalla casa editrice Ediperiodici.

La serie di Pompea segue il filone "storico-scollacciato" molto in voga negli anni '70 e '80, caratterizzato da una forte componente di satira dei costumi, avventure grottesche e sensualità esplicita ambientate all'epoca dell'Impero Romano.



 

Progressive Spin, estate 5



Manic Vice - Tu Palabra No Valía Nada
The Emerald Dawn - Song of the Rainforest
Built for the Future - Oceania



 

SNMN, estate 4



The Remedy - Take Me Away
IDKs Punk - I Don't Know
LoudMother - Make Brain
Alan Michael - Bilboa
The Nuv - I Am All
Rose - Nevrosi
The Ashes - Freedom of Na Na Na
Rosewood - Connessioni
Emosya - Forsaken
Ribes - Indebitato
Good Morning Cernobyl' - Harar
Dizquait - Unsafe X Life
The Lizards - Lying
Ice Wings - Space Waits
Cloruro di Sodio - Olivia



 

giovedì 16 luglio 2026

Betzy Holmberg


Betzy Holmberg Deis nacque in Germania da madre norvegese e padre finlandese. Studiò in Norvegia, Danimarca e Germania, intraprendendo una carriera nell'Europa centrale e ottenendo la cittadinanza danese per matrimonio. Holmberg Deis visse una vita cosmopolita e transnazionale, come molte compositrici nordiche del XIX e inizio XX secolo. Si dedicò alla musica da camera orchestrale e strumentale, e la sua Sinfonia n. 1 (1884) fu ben accolta dalla critica. Tuttavia, dopo la sua morte, lei e la sua produzione furono completamente dimenticate, omesse dalla storia della musica e dal panorama concertistico. Come accadeva spesso a molte compositrici sue contemporanee, la maggior parte delle composizioni di Holmberg Deis, così come i resti biografici e letterari, sono andati perduti.

Betzy Holmberg nacque a Düsseldorf, in Germania, il 9 febbraio 1860. Sua madre, Anna Holmberg (1834-1909), era una pittrice norvegese specializzata in scene di genere e ritratti. Suo padre era il pittore finlandese Werner Holmberg (1830-1860), già famoso e considerato una figura di spicco nella storia dell'arte finlandese. Entrambi i genitori appartenevano alla colonia di artisti scandinavi di Düsseldorf. Werner morì di tubercolosi solo sei mesi dopo la nascita di Betzy, e poco dopo Betzy e sua madre si trasferirono nella casa dei genitori di Anna in Norvegia. Betzy crebbe a Christiania (Oslo) con la madre e i nonni materni, Marie Glad nata Trosdahl e il maggiore generale Christian Glad, nella base militare di Akershus. La madre smise di dipingere dopo il matrimonio, ma riprese l'attività dopo essere rimasta vedova. Si dedicò all'educazione musicale della figlia e alla sua carriera professionale come compositrice. Ciò fu probabilmente possibile perché Anna Holmberg proveniva da una famiglia dell'alta borghesia e poteva mantenere se stessa e la figlia vendendo le opere del defunto marito e vivendo modestamente; si prese cura del patrimonio artistico del marito e ne gestì le questioni in stretta collaborazione con l'Associazione degli Artisti Finlandesi. Madre e figlia hanno vissuto insieme la loro vita artistica fino alla morte di Betzy.

Otto composizioni di Holmberg furono eseguite in concerto al conservatorio e recensite sui giornali: Suite per violino e pianoforte (1881), due movimenti del Quartetto per archi (1881), Suite per pianoforte (1882), Due preludi e fughe per pianoforte (1882), Serenata per orchestra d'archi (1882), Variazioni per violoncello e pianoforte (1883), Sonata per pianoforte (1883) e Suite orchestrale (1883). Le fu conferita una borsa di studio Mozart della durata di un anno (1882) per la sua suite per pianoforte. Si esibì anche come pianista in alcuni concerti al conservatorio, ma non suonò le proprie composizioni: queste furono eseguite dai suoi compagni di studi, tra cui il direttore d'orchestra, compositore e pianista Felix Weingartner e il direttore d'orchestra Paul Steindorff.

 

mercoledì 15 luglio 2026

Philip MacDonald - Una moglie premurosa

   


Carl Borden uscì dalla libreria Seaman nell’accecante bagliore del piccolo corso di El Morro Beach. Si guardò attorno per vedere se c’era la moglie e, non vedendola, si avviò verso il bar Eagles ed entrò. Era un uomo ben messo, l’aspetto vagamente da vagabondo, i capelli biondi disordinati, un volto insignificante nobilitato però dagli occhi grandi, azzurri e incredibilmente vivaci. Era uno scrittore di un certo talento, a detta di molti critici, ma i suoi libri si vendevano poco.
Si mise a sedere su uno sgabello e salutò con un cenno del capo il signor Dockweiler, attualmente agente immobiliare, un tempo mediocre attore di Hollywood; Dariev, l’artista russo che disegnava murales e poi un paio di altre persone. Non abbozzò l’ombra di un sorriso, neppure alla volta del barista a cui ordinò una birra e Dockweiler disse al vecchio Parry, seduto al suo fianco: — Guarda quel Borden... chissà che diavolo...
Il barista, da sempre chiamato Hiho per dei motivi che ormai nessuno più ricordava, depose la bibita davanti a Carl, lo guardò e disse: — Allora, signor Borden, come va?
L’interpellato rispose: — Bene, direi... grazie, Hiho... — Si concesse una lunga sorsata dal bicchiere ghiacciato.
Hiho riprese: — E come sta la signora Borden. Bene?
— Benissimo! — rispose Carl, dopodiché aggiunse: — Benissimo! — Mise una banconota da un dollaro sul bancone, Hiho la prese e tornò dietro il registratore di cassa.
Carl appoggiò i gomiti sul banco e lasciò cadere il viso fra le mani; poi si ricompose subito mentre Hiho tornava con il resto. Lo scrittore se lo mise in tasca, trangugiò il resto della birra, si alzò, fece un cenno di commiato al barista senza aprir bocca e uscì nuovamente in strada.
Sua moglie aspettava accanto alla macchina con le braccia piene di pacchetti. Lui disse: — Salve, Annette... arrivo! — e accelerò il passo.
La donna gli sorrise. Dotata di un fisico snello e di un bel portamento, appariva scattante e dinamica come sempre. Bionda, sulla trentina, era sposata con Carl da nove anni. Da tutti quelli che non li conoscevano bene, erano considerati una “coppia
ideale”. Ma ultimamente i pochi amici più intimi cominciavano a dubitarne.
Carl aprì la portiera dell’auto, prese i pacchetti dalle braccia di Annette e li sistemò nel bagagliaio. La moglie disse: — Grazie, Carlo — e si accomodò accanto a lui che si era messo al volante. Poi aggiunse: — Per favore, passiamo da Beatons. Ho lasciato un pacco che era troppo ingombrante da portar via subito.
Lui imboccò Las Ondas Road e parcheggiò contromano all’esterno di un piccolo edificio circondato da una recinzione bianca sormontata dalla scritta Beaton And Son – tutto per il giardinaggio.
Entrò e la commessa gli porse un gigantesco sacchetto di carta, pieno di merce. Lui lo prese – il fondo cedette e una miscellanea di oggetti rovinò a terra.
Carl imprecò sottovoce e la ragazza esclamò “Oh, mi dispiace” e si precipitò ad aiutarlo. Lui cominciò a mettere gli oggetti che aveva salvato sul bancone. Poi, chinatosi, recuperò un opuscolo intitolato Manuale per la coltivazione delle rose e una scatola etichettata Pesticida con la raffigurazione di un teschio e due ossa incrociate.
Nel frattempo la ragazza aveva recuperato il resto. Continuando a sciorinare una marea di scuse, sistemò il tutto in due sacchetti nuovi. Carl se li sistemò uno per braccio, uscì di nuovo nella strada soleggiata e vide il dottor Wingate che si stava avvicinando alla macchina. — Salve, Tom! — esclamò e fece il suo primo sorriso della giornata mentre l’altro si girava e ricambiava il saluto.
Wingate era un uomo sui quarantacinque anni, sempre vestito con una certa ricercatezza. Vedendo Annette, il medico si tolse il cappello e salutò anche lei, forse con fare un po’ troppo formale. Aprì la portiera a Carl e per un attimo lo sguardo divenne acutamente professionale. Disse: — Come sta andando il libro? — Dopo una certa esitazione Carl rispose: — Bene! Non ancora a pieno ritmo, naturalmente... ma sono fiducioso.
— Allora... — commentò Wingate — dacci dentro. Altrimenti sarebbe un vero peccato.
Carl fece spallucce mentre Annette, con aria impaziente, sbottò: — Dobbiamo sbrigarci a tornare a casa, Carlo — e lui salì in macchina, mise in moto e fece un cenno di commiato alla volta dell’amico.
Attraversò di nuovo la città, poi si addentrò fra le colline e in cinque minuti arrivò alla stradina rapida e scoscesa che conduceva a casa sua, isolata su un cucuzzolo, una costruzione di alquante pretese: vialetti di ghiaia, alti alberi sul retro e davanti

I Borgia



I Borgia è un fumetto di genere drammatico scritto dallo scrittore cileno Alejandro Jodorowsky ed illustrato dall'illustratore italiano Milo Manara. L'opera è stata realizzata tra il 2004 ed il 2011 ed è suddivisa in quattro volumi: "La Conquista del Papato" (2004), "Il Potere e l'incesto" (2006), "Le fiamme del rogo" (2011) e "Tutto è Vanità" (2011). Il fumetto si distingue per la grande componente erotico-shakspeariana e per essere un fumetto particolarmente ricco di violenza, seppur essa non sia mai portata a livelli estremi. Il risultato della collaborazione tra Alejandro Jodorowsky e Milo Manara riuscì a meritarsi gli elogi delle critica, che videro nell'opera l'apice delle complessità tematiche del maestro cileno. Il fumetto non è da leggere in chiave storica. L'intreccio narrativo si basa su aneddoti e leggende riguardanti la famiglia Borgia e la figura di papa Alessandro VI. La storicità del fumetto è pressoché nulla, sebbene vi siano narrati fatti realmente accaduti.

Nei quattro volumi si racconta la storia della famiglia Borgia dall'elezione di Rodrigo Borgia al soglio pontificio sino alla morte di tutti i membri della famiglia e al decadimento della casata. Mentre i primi due volumi sono raccontati sotto forma di cronaca, i restanti due sono raccontati tramite un flashback di Michelotto Corella (nel fumetto chiamato Micheletto) servitore e sicario della potente famiglia spagnola.



Il potere e l'incesto
Alessandro VI è papa ormai da molti mesi e la tiara sembra essere ben salda sulla sua testa. Grazie a trame e intrighi è riuscito a tenere a bada le nobili famiglie romane degli Orsini e dei Colonna, suoi acerrimi nemici, ed ora che non sembra avere oppositori potenti si prepara a tessere la sua trama più importante: la creazione di alleanze potenti all'interno del complesso Scacchiere Italico che garantiscano il pieno potere sia allo Stato della Chiesa che alla sua famiglia. Il Pontefice fa chiamare a sé i suoi figli maschi all'interno del Laterano per discutere del loro avvenire. Assieme a loro viene chiamata anche Lucrezia, che dopo essere stata più volte seviziata dalle monache del monastero di clausura a causa della sua condotta scabrosa con la cugina Giulia Farnese, con la quale intrattenne una relazione lesbo, venne ritirata dal convento e destinata alla vita mondana. Alessandro VI ha in mente un futuro per ognuno: Lucrezia andrà in sposa al Signore di Pesaro Giovanni Sforza al fine di ottenere l'appoggio della potente casata milanese, Goffredo si sposerà invece con Sancha d'Aragona, figlia illegittima dell'erede al trono di Napoli Alfonso. Giovanni sarà destinato alla vita militare ed occuperà il ruolo di Gonfaloniere dello Stato della Chiesa, carica alla quale si disinteresserà subito. Dopo aver ascoltato il padre conferire promesse di domini ed importanti cariche ai suoi fratelli, Cesare si aspetta di ricevere anch'egli un dominio e quando il padre gli spiega che il suo destino sarà quello di vestire la Porpora Cardinalizia, il Borgia viene preso dall'ira. Alessandro VI gli spiegherà allora che il suo destino sarà quello di succederli come papa, e che gli concederà di godere dei piaceri laici. In quello stesso momento però, Lucrezia esprime al padre la sua confusione riguardo al piacere sessuale e alla sua paura di non poter provare godimento con un uomo, essendo egli stata con una donna precedentemente. Alle parole della figlia, papa Alessandro VI chiede a Cesare se prima di allora fosse stato con qualche donna. Cesare risponde vantandosi di aver sedotto tantissime donne e che esse preghino Dio la notte affinché lui le possa penetrare ancora. Il papa chiede dunque al figlio di giacere con Lucrezia e di farle provare molto piacere. Cesare all'inizio sembra titubante, ma poi accetta ed i due hanno un rapporto sessuale davanti agli occhi compiaciuti del papa e dei loro fratelli. Cesare e Lucrezia si compiacciono di ciò ed in seguito giaceranno assieme molte altre volte, fino a quando arriverà il giorno del matrimonio di Lucrezia con Giovanni Sforza. Dopo la cerimonia nuziale, i due sono obbligati a consumare un rapporto sessuale davanti all'intera corte al fine di dimostrare la Verginità di Lucrezia. Dal canto suo, Giovanni Sforza è un uomo brutto e impotente oltreché sodomita. Per passare indenne la prova, Lucrezia nasconde sotto le coperte un uovo pieno di sangue e lo rompe al momento giusto per dimostrare la propria verginità. In seguito al superamento della prova, gli sposi saranno condotti al castello di Pesaro, per poi far ritorno a Roma poco dopo. Nel frattempo Cesare conoscerà l'umanista Niccolò Machiavelli, grande ammiratore del giovane Borgia e uomo che ben presto si rivelerà di grande influenza sulle decisioni del giovane.
 

Progressive Spin, estate 4



Elder - Sigil to Ruin
Jordsjø - Seven Heads
Karfagen - The Shape of Love
Stefano Panunzi - Caravaggio
Fistfights with Wolves - Elegy
Asceta - Everything Stopped



 

giovedì 9 luglio 2026

Selim Palmgren




Compositore finlandese, eccellente pianista, soprannominato lo “Chopin del Nord”, Selim Palmgren è uno dei protagonisti della nascita del nazionalismo nella musica del suo paese; è il primo musicista finnico, dopo Sibelius, a raggiungere fama internazionale.
Nato a Pori (1878), Golfo di Botnia, a quel tempo città dell’impero russo, Selim Palmgren si forma all’Istituto Musicale di Helsinki; tra il 1899 e il 1901 si perfeziona in pianoforte a Berlino dove studia con Conrad Ansorge, Wilhelm Berger e Ferruccio Busoni.
Tornato in Finlandia, Palmgren dirige il Coro dell’Università di Helsinki; dal 1909 al 1912 è a capo dell’orchestra della Società Musicale di Turku. Svolge, inoltre, un’intensa e applaudita attività concertistica, sia come solista che come accompagnatore del soprano Maikki Pakarinen, sua moglie. Negli anni dal 1921 al 1926 insegna alla Scuola di Musica Eastman annessa all’Università di Rochester, New York; nel 1939 gli viene offerta la cattedra di composizione presso l’Accademia Sibelius di Helsinki, incarico che mantiene fino alla morte nel 1951.
Selim Palmgren, autore di opere teatrali, musiche di scena, per orchestra e per coro, deve la sua fama alle composizioni per il pianoforte, soprattutto ai cinque Concerti e ai “12 Pezzi Lirici”, pregevoli miniature basate su canzoni popolari finlandesi.
La musica di Palmgren per il pianoforte è un equilibrato amalgama d’invenzione melodica, armonica e ritmica; molte sue composizioni sono caratterizzate da elementi impressionistici, come accordi paralleli e scale esatonali.


Il Concerto per pianoforte n. 3, op. 41 (1916) porta il nome di "Metamorfosi" (Trasformazioni), che suggerisce la struttura del concerto. Ancora una volta Palmgren inizia con una solenne melodia tratta da Osnobothnia, questa volta di ispirazione luterana, che si rivela in tutta la sua magnificenza solo quando il pianoforte la svela. Ci sono nove variazioni, quella centrale una spettacolare cadenza solistica. Ogni variazione esprime un'atmosfera particolare, da lenta e lugubre a una danza spensierata in cui le nacchere spagnole iniziano inaspettatamente a squillarne. Il finale è glorioso, con un ritorno al tema variato e una cascata di potenti ottave al pianoforte.

mercoledì 8 luglio 2026

Thomas Burke - Il mistero di Bloomsbury

  


1
Mentre quella mattinata di settembre veniva alla luce in un tremulo pulviscolo d’argento e si concretizzava in un alone dorato, uscii in un’imprecazione davvero poco ortodossa.
Mi ero alzato di buon’ora e, ritto davanti alla finestra del bagno del mio appartamento di Bloomsbury, avevo cominciato a radermi. Dapprima mi limitai a “ahii!”, poi aggiunsi qualcosa di più colorito. Il suddetto sfogo era stato motivato dal fatto di essermi procurato un taglio particolarmente doloroso, peculiarità dei rasoi di sicurezza, e la causa di quanto sopra era stato un movimento improvviso del gomito destro, a sua volta provocato da qualcosa che avevo visto attraverso i vetri.
Ammantato in quel fantasmagorico rutilare dorato, che sembrava quasi una presenza vivente scesa a benedire la città di Londra, si muoveva un uomo che conoscevo. Ma l’uomo che conoscevo si era trasformato in un uomo sconosciuto. Non procedeva a passo veloce, com’era suo solito, e neppure camminava normalmente. Era come se veleggiasse. Mai visto un’andatura così da scolaretta in un individuo adulto. E un simile ciondolio del capo.
Non era alto, ma talmente magro, gli indumenti così striminziti da farlo sembrare quasi un gigante. Indossava un cappotto nero a doppio petto, allacciato fin sotto al collo, dei pantaloni parimenti neri e un cappello dalla foggia indescrivibile. Teneva le braccia dietro la schiena, la mano destra stretta attorno al gomito sinistro. Una sagoma appiattita, priva di rotondità. Probabilmente l’avevo sempre visto così e davvero non riuscivo a immaginarmi, e ciò vale fino a oggi, come potesse essere altrimenti.

2
In una società convenzionale, suppongo, Stephen Trink sarebbe stato definito uno strampalato ma nei meandri di Londra vivevano talmente tante creature strampalate, con molte delle quali intrattenevo ottimi rapporti, che Trink mi era sempre sembrato uno dei tanti. Non mi ricordo più in che modo avevamo fatto conoscenza, ma so per certo che da un paio di anni avevamo preso l’abitudine di vederci almeno due volte alla settimana, talvolta anche più spesso. Fra noi si era subito creata una reciproca
simpatia, destinata ad aumentare con il tempo. Sebbene in sua compagnia non mi sentissi mai perfettamente a mio agio, cercavo tutti i pretesti per incontrarlo. Quell’individuo mi affascinava, soprattutto per la sua innata malinconia, ed ora che cerco di ricordarmi di lui, mi accorgo che questo è l’unico particolare che mi torna vivido alla memoria. Era una di quelle persone che nessuno riesce a conoscere veramente fino in fondo. Con quell’aspetto insignificante, il volto aguzzo e la struttura fragile, sarebbe potuto passare per un impiegatuccio di infimo rango, se non fosse stato per certi strani atteggiamenti da ragazzina timida – le mani dietro la schiena, un piede appoggiato sull’altro, gli occhi costantemente abbassati, che però, quando gli rivolgevate la parola, si alzavano rispettosamente verso di voi, come se foste stato il suo preside. Aveva un sorriso del tutto particolare, probabilmente derivato dalla sagoma della bocca dagli angoli abbassati e dalla mascella ritratta all’indietro. I capelli biondastri erano radi e appiccicaticci, la voce chioccia, gli occhi, dietro le spesse lenti, acquosi e celestini. Solo quando si toglieva gli occhiali, era percepibile la profondità e la sensibilità dello sguardo.
Ovunque si trovasse, non dava mai l’impressione di essere interamente lì. Come se fosse intento ad ascoltare qualche rumore proveniente da chissà dove. A volte il suo atteggiamento ricordava quello del “Pensatore” di Rodin ma, se lo si scrutava più attentamente, avresti detto che la sua espressione era totalmente vacua. Non pensava, meditava. Negli ambienti chiusi si muoveva quasi come un sonnambulo, all’aria aperta camminava come uno schizzato. E comunque la sua presenza generava in tutti una sorta d’inspiegabile disagio.
Quale fosse il suo problema – sempre che quella sua aria triste e malinconica derivasse da un problema circostanziato – non me lo disse mai. Quando a volte, lo invitavo a “tirarsi su con la vita”, lui mi accennava a un Terribile Fardello, ma

giovedì 2 luglio 2026

Tan Dun

 


Tan Dun è nato nel 1957 in un villaggio di Changsha, nella provincia di Hunan, in Cina. Fin da bambino, era affascinato dai rituali e dalle cerimonie dello sciamano del villaggio, che venivano tipicamente accompagnati da musica realizzata con oggetti naturali come pietre e acqua. A causa dei divieti imposti durante la Rivoluzione Culturale, fu scoraggiato dal perseguire la sua passione per la musica e fu mandato a lavorare come coltivatore di riso nella comune di Huangjin. Lì si unì a un gruppo musicale di altri abitanti della comune e imparò a suonare strumenti a corda tradizionali cinesi. In seguito a un incidente di traghetto che causò la morte di diversi membri di una compagnia dell'opera di Pechino, Tan Dun fu chiamato a suonare la viola e ad arrangiare. Questo successo iniziale gli valse un

mercoledì 1 luglio 2026

David Ely - Il sopravvissuto

 


Si stava facendo sera quando entrò nel Parco. Si diresse subito verso la zona più buia, lontano dai lampioni che illuminavano i vialetti. Non vide nessun altro passante, ma ciononostante continuò a procedere spedito, non volendo correre inutili rischi.
Quando raggiunse il riparo dei primi alberi, si fermò e si voltò all’indietro verso la strada principale, pur essendo perfettamente consapevole che la macchina non sarebbe stata più lì. Quelli se n’erano andati non appena lo avevano scaricato. Gli avevano dato una pacca sulla spalla – come si fa con i paracadutisti in procinto di saltar giù dall’apparecchio – e uno di loro aveva detto “In bocca al lupo, Maggiore”, dopodiché lui era saltato fuori, tirandosi dietro il peso della tuta di volo.
Buona fortuna, maggiore. Se avesse avuto davvero fortuna, quelle sarebbero state le ultime parole che gli sarebbero state rivolte per quattro settimane.
Si ritrasse di colpo, turbato. Qualcuno gli era defilato a fianco, forse a meno di un metro, un uomo o un ragazzo che correva di buona lena e con passo agile in direzione della Fifth Avenue.
Il cuore del Maggiore batteva all’impazzata, le pulsazioni erano alle stelle. Quell’avvenimento lo aveva scosso, di qualsiasi cosa si fosse trattato – forse qualche atleta che si allenava per la competizione, oppure un fanatico dilettante oppure un borsaiolo, e in questo caso ci sarebbero stati i poliziotti alle calcagna. Erano proprio i poliziotti a fargli più paura. L’Agenzia aveva messo in chiaro le cose con il Commissariato e tutti i responsabili dei distretti limitrofi erano stati debitamente informati affinché non fosse fatta alcuna forma di pubblicità nell’eventualità che fosse catturato, ma naturalmente i normali agenti erano all’oscuro di tutto. Sarebbe bastata la torcia elettrica di un semplice sergente di pattuglia a mandare all’aria tutto il progetto.
Doveva evitare le luci. Non immaginava neppure lontanamente che ce ne sarebbero state così tante, non solo quelle posizionate lungo i vialetti, ma anche quelle delle auto che attraversavano il Parco, nonché le insegne luminose dei grandi alberghi e dei complessi residenziali attorno al suo perimetro.
Continuò a muoversi acquattandosi contro gli alberi, cercando di recuperare un po’ di fiducia attraverso l’attività fisica. La prima notte sarebbe stata la più dura. Quello lo sapeva. Ma se fosse riuscito a superare questa giornata e quella successiva, probabilmente tutto sarebbe andato per il meglio. Doveva scegliersi un nascondiglio lontano da dove normalmente andava la gente – lontano dallo zoo, dal lago, dai
campi gioco. Sarebbe stato meglio essere sorpreso da un poliziotto piuttosto che da ragazzini scatenati che giocavano a pallone. Se uno di loro lo avesse scorto, anche di sfuggita, altri mocciosi sarebbero arrivati a frotte e avrebbero cominciato a farsi beffe di lui e a dargli la caccia gridando “Guardate, guardate, guardategli la testa!”
La testa... quella era la garanzia che aveva voluto l’Agenzia. La garanzia della sua onestà. Non poteva barare, non con quella testa. Quando glielo avevano detto, non aveva posto alcuna obiezione. Sapeva che avevano ragione. Lo psicologo incaricato del progetto gli aveva parlato a lungo in proposito. Lo scopo era quello di misurare lo stress psicologico su un uomo nascosto in mezzo a una popolazione ostile. Se fossero riusciti nell’intento, sarebbero stati in grado di approntare un programma di recupero atto a salvare quel pilota su venti che malauguratamente fosse stato abbattuto ma non catturato, e che comunque fosse riuscito a nascondersi da qualche parte – in un campo, in un edificio semidiroccato dai bombardamenti, in un appartamento abbandonato, qualsiasi cosa gli fosse capitata a tiro.
— Lei sarà quel ventesimo pilota, Maggiore — gli aveva detto lo psicologo. La porteremo fino al Parco e lì dovrà nascondersi finché non verranno a cercarla. Tenga presente che è isolato dalle persone che la circondano soprattutto a causa dell’unico dato di fatto che non può cambiare: non conosce la lingua di quella gente. Be’, ai fini dell’esperimento che ci interessa, siamo in grado di simulare tutto ma non questo. Niente, se vi fosse costretto, potrebbe impedirle di nascondere la tuta da pilota e di portar via un paio di pantaloni a qualche barbone del Parco. Poi sarebbe un giochetto raggiungere la panchina più vicina e trascorrere una giornata tranquilla a leggere i giornali senza dar nell’occhio ad anima viva, e qualora qualche poliziotto si avvicinasse, non ci sarebbe nulla di strano a

Lucrezia




Lucrezia è un personaggio immaginario protagonista di una omonima serie a fumetti di genere erotico/storico italiana, ideato da Renzo Barbieri e pubblicato dalla Ediperiodici nel 1969, ispirato alla figura storica di Lucrezia Borgia.
Tascabile per adulti con protagonista la bellissima Lucrezia Borgia, malvagia e corrotta figlia di Papa Alessandro Borgia, qui, come recita la presentazione, in una “libera trasposizione della letteratura amorosa rinascimentale”.

Intrighi di ogni genere nell'Italia del XV secolo: Lucrezia combatte contro suo marito Alfonso I d'Este, concedendo di volta in volta il suo corpo ai vari aristocratici con cui entra in contatto per condizionarli. Solo di tanto in tanto può concedersi al suo vero amore, Antonio Orsenigo.