giovedì 30 luglio 2026

Robert Twohy - La soffiata

 

Stremberg ricevette la soffiata sulla terza corsa di Peninsula Meadows. La preziosa informazione gli venne da Vassily, guardia giurata in servizio presso l’ippodromo, il quale godeva della fama di essere molto ben introdotto nell’ambiente. Nel corso degli ultimi cinque anni Vassily gli aveva fatto tre favori similari e ogni volta aveva colto nel segno. Quell’uomo non era un fanfarone come tanti che bazzicavano quell’ambiente e, oltretutto, nutriva una particolare simpatia per Stremberg il quale per anni lo aveva scarrozzato sul suo taxi e gli aveva anche fatto piccoli favori. Non erano intimi amici ma, tutto sommato, si fidavano l’uno dell’altro.
Vassily aveva detto di conoscere l’allenatore di Bugle Call il quale di proposito era stato trattenuto nelle ultime sei competizioni per poi esplodere in una corsa che avrebbe fatto sensazione. Tale avvenimento era previsto per oggi, giovedì 9. Una grande tensione serpeggiava fra gli addetti ai lavori: Bugle sarebbe partito almeno 20 a 1.
Stremberg si recò al Tropical Club che il giovedì mattina era zeppo di appassionati delle corse i quali gradivano farsi un paio di bicchierini prima di partire per la grande avventura. Attualmente il patrimonio contenuto nelle sue tasche ammontava a due biglietti da un dollaro e pochi spiccioli. Non possedeva altro. In effetti non lavorava da due mesi, da quando i cavalli erano approdati a Peninsula Meadows. Mentre Ray, da dietro al bancone, gli metteva davanti la sua birra, Stremberg gli disse: — Ray, vuoi entrare in società in qualcosa di grosso?
La smorfia di Ray stava a indicare l’esatto contrario. Tuttavia Stremberg proseguì a bassa voce: — La terza corsa è truccata. Qualcuno mi ha fatto la soffiata.
— Buon per te.
— Foraggiami e divideremo. Potresti ricavarne almeno un centone.
Ray si fece pensoso. Cominciò ad accarezzarsi il mento. Un barlume di speranza per Stremberg.
Poi Ray disse: — No — e si allontanò.
Stremberg si accese una sigaretta e cominciò a scrutare nello specchio dietro al bar per vedere se conoscesse qualcuno degli avventori.
Big Otto. Lui i soldi ce li aveva. Ma a Stremberg faceva paura. Si vociferava che fosse il capo della mafia locale. Ufficialmente lavorava come autista, indossava abiti scuri, fumava sigari ed era sempre al Tropical o al Moondust, impegnato a bere Coca Cola... ma non era mai stato visto al volante di una macchina. Gli occhi stanchi erano cerchiati da profonde occhiaie, come se non gli riuscisse mai di prendere sonno. E
forse non riusciva a dormire perché i volti delle vittime e i loro corpi malconci continuavano a frapporsi fra lui e il sonno. Stremberg non voleva aver nulla a che fare con Big Otto.
Graveyard Flo. Alta e ossuta, costantemente con gli occhi sbarrati che, quando la riportavi a casa col taxi, si sedeva al tuo fianco e ti accarezzava la mano con gli artigli ossuti e sussurrava: — Grazie di esistere.
Andava spesso soggetta a violente crisi, diventava rigida come un baccalà e più di una volta Stremberg l’aveva portata su come un sacco di patate fino all’appartamento dal secondo piano dalle parti di Floribunda dove il marito Curly, contabile delle ferrovie con una gamba offesa, apriva la porta e diceva: — Ci risiamo, dannazione. Buttala lì sul divano — e sbatteva a Stremberg cinque dollari sul muso.
Flo se ne stava seduta da sola a un tavolino sorseggiando qualcosa di schiumoso in un bicchiere dallo stelo lungo mentre esaminava il programma della giornata. Valeva la pena di fare un tentativo.
Lui le si avvicinò con il suo boccale di birra. — Come va, Flo?
Lei lo fissò con quei suoi grandi occhi stralunati.
— Allora, c’è qualcosa che butta bene oggi? — Indicò il programma.
La donna domandò di rimando, a voce alta: — La conosco?
— Certo. Sono Stremberg. Ha presente... il taxista.
— Ray, conosco questo individuo?
Tutti si volsero per guardare. Ah, maledizione, pensò Stremberg, quella strega si è alzata ancora di luna storta.
— La smetta di gridare, Flo! — disse Ray.
— Questo è forse un locale dove un pezzente qualsiasi può permettersi d’importunare una signora? C’è da vergognarsi...
Ray urlò: — Stremberg, togli le tende.
— D’accordo — fece Stremberg tornando verso il bancone.
Ray aggiunse: — Stalle alla larga.
— Lo farò.
— È ancora più avvelenata del solito. Ieri sera è uscita da qui con un tale la cui moglie li ha sorpresi al Moondust e poco c’è mancato che le sfondasse la testa con un bicchiere di birra.
Stremberg scosse il capo e accostò le labbra al bicchiere. Diede un’occhiata nello specchio e vide che l’espressione di Flo, che aveva ripreso a studiare il programma delle corse, si era notevolmente rasserenata.
Quando Ray ritornò dietro al bancone disse: — Ascolta, Ray, sei sicuro che...
— Sicurissimo.
Tiny Jane, una vecchia laida sulla settantina, il volto gonfio per il troppo bere, si accostò a Stremberg. Fra le mani rugose teneva il borsellino con gli spicci. — Ho sentito che cosa ha detto a Ray quando è entrato. Ha bisogno di foraggio?
— Salve, Tiny — disse l’ex taxista sentendosi all’improvviso molto stanco.
— Lei è proprio una persona simpatica — riprese la vecchia con voce gracchiante. — Lo penso davvero. Le presterò cinquanta dollari.
— Perfetto, Tiny.
La vecchia fece scattare le molle del borsellino, vi cacciò dentro le dita tremolanti,
tirò fuori un nickel e un penny. Stremberg li prese. — Grazie, Tiny.
— Mi fido di lei. I soldi della vincita me li porterà stasera. E adesso può offrirmi qualcosa da bere. — Sul volto raggrinzito comparve una smorfia disgustosa.
Come una scimmia la vecchia si arrampicò sull’alto sgabello. “Che le venga un accidente” pensò Stremberg e si sentì sconfitto. — Ray — disse, additando Tiny.
Ray le versò due dita di brandy liscio e si prese tutti i soldi di Stremberg, all’infuori di un dollaro e dei sei cent di Tiny.
Che giornataccia, pensò Stremberg, ho già buttato via un dollaro e novantacinque e ancora non ho trovato qualcuno che mi sovvenzioni.
Tiny buttò giù il brandy tutto di un fiato, poi cominciò a frignare mentre grosse lacrime cominciavano a colare lungo le guance gonfie che davano l’impressione di essere sul punto di spaccarsi e spruzzare alcool dappertutto.
Stremberg diede un’occhiata all’orologio. Erano già le undici e mezza. Qualcuno degli scommettitori stava uscendo per raggiungere l’ippodromo. La prima corsa avrebbe avuto inizio alle dodici e trenta.
In quel momento gli avvicinò quel tale che girava sempre con due cappelli, uno normale con sotto una specie di paglietta, e un paio di occhiali neri da donna. Un tempo faceva il dentista, aveva uno studio ben avviato in città e una villa molto elegante sulla collina. A bassa voce gli disse: — Per oggi ho avuto una soffiata eccezionale.
— Davvero?
— Davvero. Per la sesta corsa. Mi dia dieci dollari e io gliene riporterò almeno cento.
— Purtroppo possiedo solo un dollaro.
— Pazienza, allora mi dia quello. — Il dentista sembrava scocciato.
A Stremberg arrivavano ancora i sospiri di Tiny. Il dentista allungò la mano con impazienza. Stremberg percepì la spiacevole, quasi nauseabonda sensazione, di essere sprovvisto di volontà propria. Allungò al dentista il suo ultimo dollaro.
— Okay. — Il dentista si avviò verso i tavoli per mungere qualcun altro.
Stremberg scosse il capo. Neppure lo conosco, disse a se stesso. Perché diavolo gli ho dato il mio ultimo dollaro?
Avvertì l’impulso di seguire l’ex dentista e di farsi ridare il suo patrimonio, ma avrebbe fatto la figura dello sciocco. Non s’insegue uno spiantato in un bar dove ti conoscono per mettersi a questionare su un dollaro.
Ma ora gli rimanevano solo i sei cent di Tiny, mezzo pacchetto di sigarette e qualche dito di birra.
Tiny piagnucolò: — Mi andrebbe un altro goccetto.
— Mi dispiace, Tiny.
— Le dispiace! — Aveva la voce colma di stupore mentre scuoteva il capoccione arruffato. — Ray — gracchiò — Ray!
Casualmente il barista, che stava portando una birra a un cliente, si trovava a pochi passi. — Che c’è, Tiny? — disse senza alzare lo sguardo.
— Riesci a immaginare qualcuno più avaro di questo smidollato? Mi metto a sedere vicino a lui e comincio a fargli i complimenti e questo spilorcio non vuole neppure offrirmi da bere!
— Calma, Tiny — Ray gettò un’occhiata verso Stremberg e fece una smorfia. — A quanto pare non è la tua giornata.
— Non è ancora detto.
Tiny proseguì. — Che ambientaccio! Ma la sapete una cosa... io sono amica di Big Otto. Eccolo là vicino al bancone.
— Lo so.
— Potresti ritrovarti nel vicolo con tanti bei forellini nella testa.
La vecchia per metà scivolò, per metà cadde dallo sgabello. — Non faccia il furbo con me — minacciò allontanandosi.
Ray prese una birra e la piazzò davanti a Stremberg.
Questi annuì e ne mandò giù una buona metà.
Ray buttò lì. — Davvero ti hanno fatto una soffiata sulla terza?
— Sì. È stato Vassily.
— Lo conosco?
— Probabilmente no. Non frequenta i bar. Ma è ben introdotto nell’ambiente. Sa il fatto suo.
Ray si cacciò una mano in tasca. — D’accordo — disse porgendo un biglietto da dieci dollari.
— Grazie, Ray. Ma adesso me ne servono altri tre e cinquanta.
— Perché?
— Due e cinquanta per l’ingresso, un dollaro per il biglietto dell’autobus.
— D’accordo — disse Ray accingendosi a rimettere la mano in tasca. — Ma bada che è un prestito. Mi devi tre dollari e cinquanta.
— Grazie, Ray.
— Qual è il nome del cavallo?
Il locale si stava svuotando, non c’era nessuno nelle vicinanze. Stremberg accostò una mano alla faccia per dare l’impressione di volersi grattare la guancia, nell’eventualità che qualcuno li stesse osservando. — Bugle Call.
Ray alzò le sopracciglia e si umettò le labbra. — Che cosa ha fatto?
— Niente — mai piazzato. Lo hanno tenuto in serbo per oggi. Sarà una corsa memorabile.
Stremberg finì la birra e fece per allontanarsi dal bancone. Mentre scendeva dallo sgabello, si rese conto di essere osservato. Si voltò. Erano gli occhi di Graveyard Flo.
— Aspetti un attimo! — gridò la donna mentre cominciava a roteare gli occhi. — Ray, chi è quel maleducato?
Ray disse: — Vattene, Stremberg.
— Lo sto facendo. — Si precipitò fuori mentre Flo continuava a sbraitare.
Prese l’autobus dieci minuti dopo. Era molto affollato. Rimase in piedi nel corridoio. Un uomo gli si pigiò contro con l’addome duro e rigonfio, fece per guardarlo in faccia ma Stremberg si girò dall’altra parte. E comunque non poteva sparire. Alla sua destra c’era il collo rossastro di qualcuno, deturpato dalle pustole. Alla sua sinistra un’anziana signora con i riccioli azzurrognoli. Non poteva girarsi quanto bastava per non incrociare lo sguardo del grassone.
Aveva gli occhi lucidi e giallognoli, sotto i quali si allungava un naso bitorzoluto e ancora più sotto una bocca che cominciava a curvarsi in un sorriso che si faceva
sempre più ampio finché Stremberg ebbe l’impressione che la lingua avrebbe finito con lo scivolar fuori, come un piccolo amo che gli si sarebbe conficcato nel suo collo.
Si strinse nelle spalle, cercò di chiudere gli occhi – ma quelli rifiutavano di chiudersi. Quel tizio ha intenzione d’ipnotizzarmi, pensò sconsolato. Ma perché?
Poi l’autobus frenò bruscamente alla fermata e tutti caddero uno addosso all’altro, e così successe anche all’ipnotizzatore e finalmente Stremberg fu liberato dall’incantesimo. Rimase alle sue spalle mentre tutti scendevano e, visto dal retro, lo sconosciuto sembrava un individuo del tutto comune, uno dei tanti grassoni che vanno alle corse.
Stremberg si ritrovò a pensare all’improvviso, mi gira leggermente la testa. Non riusciva a ricordare quando aveva fatto un pasto completo l’ultima volta.
Passò davanti ai gabbiotti degli allibratori, pagò l’ingresso e si ritrovò nell’ippodromo. Fumando una sigaretta dopo l’altra, assistette distrattamente alle prime due corse, poi le luci intermittenti del tabellone luminoso annunciarono la terza corsa.
Lanciò un’occhiata al programma di un vicino. Bugle Can partiva con il numero 6.
Stremberg fremeva d’impazienza e continuava a fumare. Le puntate si accavallavano. Big Otto e i suoi scagnozzi, i quali ovviamente sapevano sempre che cosa stava per succedere, si tenevano in disparte. Questo si verificava sovente – sapevano il fatto loro. Troppa ingordigia avrebbe dato eccessivamente nell’occhio: la mafia sapeva quando era il caso di volare basso.
Quaranta a uno, diceva adesso il totalizzatore. Quattrocento dollari da dividere con Ray. Stremberg cercò di mantenere un’espressione impassibile ma si rese conto di star girando attorno a se stesso come una trottola mentre si strofinava le mani. Un uomo e una ragazza lo stavano osservando. La ragazza si mise a ridacchiare.
Stremberg si strofinò le mani ancora un paio di volte, con un’espressione seria sul volto come qualcuno affetto da problemi di circolazione che sa che cosa sta facendo, poi si allontanò sbattendo le mani come per sincerarsi che il sangue si fosse messo a fluire di nuovo. Pensò di aver messo assieme una scena dignitosa ma, mentre si allontanava, ebbe l’impressione che la ragazza si fosse messa a ridacchiare più forte.
Mancavano quattro minuti alla partenza. Sul tabellone luminoso Bugle Call era dato 50 a 1. Cinquecento dollari da dividere con Ray. La mafia si era tenuta lontana dalla corsa, come lui era sicuro sarebbe successo.
Puntò i dieci dollari di Ray sul numero 6 vincente e si allontanò dal botteghino mentre i cavalli cominciavano ad allinearsi sulla riga di partenza. Bugle Call avanzava con andatura spavalda. Sembrava in splendida forma. Sul volto del fantino c’era un’espressione sicura e maliziosa, quasi volesse far capire a tutti gli interessati che la situazione era sotto controllo.
Suonò la campana, i cancelli si aprirono.
Bugle effettuò un’ottima partenza e ben presto cominciò a guadagnare lunghezze su lunghezze, quasi che gli altri fantini volessero cooperare al trionfo finale, proprio come aveva detto Vassily. Il fantino si accingeva a dare gli ultimi colpi di frusta e una gioia profonda cominciò a inondare il cuore di Stremberg.
Poi il cavallo si bloccò.
Stremberg non riusciva a credere ai suoi occhi. Fissava la scena e non riusciva a
credere. Era come se l’animale fosse stato investito da un vento di coda di centocinquanta chilometri orari. Muoveva le gambe come se ogni zoccolo pesasse un quintale. Lo superarono tutti.
Non riusciva a crederci. Eppure, sin dal momento della partenza, tutto era filato via liscio come l’olio.
E sulla faccia del fantino c’era ancora quel sorrisetto malizioso.
Stremberg si stava avviando verso l’uscita, giocherellando con i sei cent che aveva in tasca, quando tutto gli fu chiaro.
Per qualche oscuro motivo, la mafia aveva deciso di mandare all’aria la corsa. Forse avevano ricevuto la soffiata che qualcuno del Congresso aveva deciso d’indagare sul mondo delle scommesse e che quelli contavano proprio sull’affermazione di Bugle Call per incastrare i mafiosi. Così erano intervenuti tempestivamente e dalla tribuna, a pochi secondi dalla fine della gara, quando il cavallo stava per tagliare il traguardo, avevano fatto capire al fantino di girare la frittata. Bugle Call non può vincere, fermalo.
E così il fantino, furbo e ligio come sono tutti i fantini, fece come gli fu ordinato.
Vicino all’uscita Stremberg vide Vassily appoggiato a un muro, sul volto un’espressione frastornata. Ma non fece il vigliacco. Fissò Stremberg dritto negli occhi e sussurrò. — Pensavo proprio di averle dato la soffiata giusta.
— Non ne dubito — disse Stremberg. — Obiettivamente non poteva sapere che il vento sarebbe girato.
Vassily si passò la mano sulla bocca. L’espressione era nuovamente frastornata. Poi riprese: — Sì, proprio così. Certi imprevisti non sono assolutamente prevedibili.
— La mafia fa quello che deve fare.
— Sì. Fa quello che deve fare.
Stremberg fece tintinnare i sei cent che aveva in tasca. — Non mi presterebbe un dollaro per prendere l’autobus?
Vassily si rovistò nelle tasche. Gli erano rimasti ventitré cent. — Ho puntato tutto quello che avevo, ventisette cent, su Bugle Call.
Stremberg abbozzò un sorriso, per far capire a Vassily che sapeva che, se Vassily avesse avuto un dollaro, lo avrebbe prestato a Stremberg. — Ci vediamo — disse e girò sui tacchi.
Vassily chiese: — Vuole ugualmente i ventitré cent?
— No, non importa.
— Come farà per tornare a casa?
— Probabilmente incontrerò qualcuno con la macchina. — Si congedò nuovamente da Vassily e si avviò verso l’uscita.
Nel parcheggio si fermò ad accendere l’ultima sigaretta. Se la fumò con avidità, poi la spense per terra e cominciò ad affrontare i sei chilometri che lo separavano da casa.
Attorno alle cinque mise piede nella stanza della pensione della signora Mustie e, guardando giù nella strada, fu felice di constatare che la sua macchina non c’era. Almeno non gli avrebbe rotto l’anima con la storia che era in ritardo di otto giorni sul pagamento della pigione. Chiuse a chiave la porta, si tolse le scarpe e la giacca, si allungò sul letto e si addormentò.
Si svegliò perché qualcuno si era messo a bussare alla porta. Adesso fuori era buio. La voce terribile della signora Mustie urlò: — Stremberg! So che c’è! Apra la porta! — La megera continuò a sbraitare mentre lui non faceva una piega.
A un certo punto, dal piano di sotto, il marito gridò: — Oh, per l’amor del Cielo, piantala.
— L’uscio è chiuso a chiave. Quel buono a nulla è rientrato.
— E allora? Se non ha i soldi, non risponde – a cosa serve tutto questo pandemonio?
— Sa che cosa succederà domani, Stremberg? — riprese la donna senza darsi per vinta. — Domani troverà il lucchetto alla porta!
Stremberg attese che i passi si perdessero in fondo alla scala, poi si accostò alla finestra. Sperava che la strega uscisse di nuovo. In fondo passava quasi tutta la sua giornata ad andare o tornare da qualche parte. E in effetti poco dopo la sua scassata utilitaria bianca si allontanò lungo il viale.
Stremberg si rimise le scarpe e la giacca e infilò calzini, magliette, mutande, pettine, spazzolino e rasoi, che rappresentavano tutto ciò che possedeva al mondo, ad eccezione di quanto indossava, nel grande sacchetto della drogheria che li aveva trasportati quando era arrivato alla pensione. Aprì la porta e chiamò: — Signor Mustie?
— Sì, Stremberg.
— Me ne vado. Farà meglio che vada a dare un’occhiata così sua moglie non si metterà a urlare che ho portato via qualcosa che non mi appartenga.
Quando il signor Mustie arrivò, con in mano l’inseparabile Courier, gli domandò: — Dove intende andare?
— Troverò qualche posto. Non appena avrò i soldi, glieli porterò.
— Bene. — Il signor Mustie si guardò attorno, sollevò il posacenere di porcellana con la forma di una mano di donna, lo fissò con una certa sorpresa, poi lo appoggiò di nuovo sul ripiano. — Okay, Stremberg. Se la prenda comoda.
— Grazie — disse Stremberg.
Scese le scale e uscì.
Passò davanti agli otto isolati che lo separavano dal Tropical. Il locale era affollato mica male. Vide subito Big Otto che beveva Coca Cola e giocava a dadi con dei tizi che lui non conosceva, un dollaro a puntata. Flo era al bar con un omettino smilzo che aveva l’aspetto di un becchino. Tiny non era in vista. La cosa gli fece piacere.
Si sistemò su uno sgabello accanto alla porta. Arrivò Ray. Stremberg lasciò cadere sul bancone il tagliando con la puntata da dieci dollari su Bugle Call. — Tutto andava a gonfie vele, ma poco prima del traguardo è successo qualcosa d’imprevedibile.
Ray gettò la cedola nel cestino della spazzatura. — Mi devi tre dollari e cinquanta.
— D’accordo. Che ne diresti di una birra?
Ray si strinse nelle spalle e gli mise davanti un boccale.
— Hai una sigaretta?
Ray gliene allungò una.
Stremberg se ne restò lì a bere e a fumare. Alzò lo sguardo verso lo specchio e vide il dentista con due cappelli seduto a un tavolo in compagnia di un paio di donnine. Rideva sguaiatamente mettendo in mostra monconi di denti giallastri. Gli occhi erano
nascosti dagli immancabili occhiali scuri di foggia femminile. In mano aveva un sacco di soldi. Il terzetto sembrava che se la stesse spassando un mondo.
Il dentista sollevò il bicchiere. — A Trader Jack e a Vinnie Epinosa, il miglior fantino del mondo! — Una delle donne disse “Cin-cin” e scoppiò a ridere mentre il dentista le rifaceva il verso mettendo in mostra i monconi giallastri.
Stremberg disse: — Ray.
Il barista arrivò.
— Chi ha vinto la sesta corsa?
Ray rimase in silenzio, poi si allontanò, scambiò qualche parola con Big Otto e tornò indietro.
— Trader Jack. Pagato 60 a 1.
Stremberg si avvicinò al dentista.
— Si ricorda di me?
— Ma certo. Quello strampalato di taxista.
— Stamattina ho condiviso una puntata con lei su Trader Jack.
Davvero? — Un riverbero luminoso fece scintillare le lenti scure. — No, non Trader Jack. Little Steamy.
Stremberg fissò i soldi sul tavolo. — Little Steamy?
— Sì. Io ho puntato su quel cavallo. In effetti ha disputato un’ottima corsa ma non è arrivato al traguardo.
Stremberg fece un cenno verso la piccola fortuna. — Allora non ha vinto puntando su Trader Jack?
— Be’, questo sì. Ma la sua puntata e quella di un altro tizio l’avevo messa su Little Steamy. Poi ho investito qualche soldo su quel brocco di Trader Jack solo perché una delle mie ex mogli si chiamava Jacqueline.
Stremberg annuì. In effetti era solo tempo perso.
— Le offro una birra — propose il dentista,
— Grazie, me ne sto facendo una al banco.
— Ha per caso bisogno di soldi? Vuole un dollaro?
— Quello lo accetto. — Stremberg tornò al suo sgabello e disse a Ray: — Meriterei di essere preso a calci. Gli ho dato dei soldi per una puntata e non mi sono fatto dire il nome del cavallo.
Ray si umettò le labbra e scosse il capo con affettuoso disprezzo.
Stremberg lo imitò; condividendo a pieno il sentimento. — Diciamo che oggi non è stata proprio la mia giornata.
Finì la birra, prese il sacchetto e si presentò all’ufficio della rimessa di taxi Red & Black. In quel momento tutte le auto erano fuori. Da dietro il banco il vecchio Swede lo squadrò da capo a piedi.
— Salve, Oscar.
— Salve, Stremberg.
— Come ti va?
— Benino, direi.
Stremberg appoggiò il sacchetto sul bancone e si sporse in avanti.
— Mi fai fumare?
Oscar gli passò una sigaretta e lui l’accese.
— Serve un autista?
Oscar lo fissò con gli occhi celestini. — Vuoi rimetterti a lavorare?
— Sì.
— I cavalli ti hanno deluso?
Stremberg cacciò una mano in tasca e mise sul banco i suoi sei cent.
Oscar commentò: — Quando te ne sei andato, avevi quasi tremila dollari. E hai detto che neanche morto di saresti più rimesso al volante di un taxi.
— Forse ho detto proprio così.
— Non ti arricchirai mai con i cavalli, Stremberg.
Lui non rispose. Non era il momento di perdersi in discussioni inutili.
Oscar lo squadrò di nuovo dalla testa ai piedi. — Okay, ti riprendo. In fondo non sei un ubriacone abituale, sei onesto, o comunque ragionevolmente onesto, e non hai mai sfasciato uno dei miei taxi. Comunque la prossima volta che te ne andrai, non disturbarti a tornare indietro.
— Okay — disse Stremberg. — Stammi a sentire, Oscar. Stanotte posso dormire in un taxi?
— Ti hanno cacciato dalla pensione?
— Sì.
— D’accordo — acconsentì Oscar. Poi si cacciò una mano in tasca. — Qui ci sono tre dollari. Vatti a prendere qualcosa da mangiare. Hai la faccia del morto di fame.
— Okay.
Arrivò puntale. — Ha il programma delle corse?
— Certo. — Dietro il bancone ce n’era una pila. Oscar gliene porse uno e accettò un dollaro che ripose in una scatola di sigari.
Il tizio si chinò sul bancone, aprì il giornale, si mise un sigaro in bocca e disse: — Ha in mente qualcosa per domani?
— Non sono uno scommettitore — rispose Oscar.
Il tizio gettò un’occhiata a Stremberg. — Invece lei lo è. L’ho vista più di una volta giù alle corse.
— Una volta lo ero — dichiarò Stremberg. — Ma ci ho rinunciato.
— È più intelligente di me. — Il tizio uscì.
Anche Stremberg uscì, superò il Tropical Club e svoltò nel vicolo dove c’era una tavola calda. Dalla macchinetta prese un pacchetto di sigarette. Gli restava ancora abbastanza per un hamburger e un caffè. Non si ricordava più quando era stata l’ultima volta che aveva cacciato qualcosa nello stomaco.
Pensò a Bugle Call e scosse il capo. Non ce l’aveva con Otto o con i suoi compari – avevano semplicemente fatto ciò che dovevano fare. Quando quelli del Congresso diventavano troppo curiosi, a loro non restava che tutelarsi.
Aspirò a pieni polmoni la frizzante arietta di quella bella serata d’autunno, poi guardò in una vetrina e con sorpresa notò quanto il suo volto fosse pallido e scavato.
Guidare un taxi durante i mesi invernali non era un brutto lavoro. E ci si potevano fare dei bei soldoni.
Quando a primavera sarebbero ricominciate le corse, certamente gli sarebbe arrivata una soffiata come si deve.

 

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