L’investigatrice Lynn MacDonald arriva suppergiù a due terzi della storia scendendo da un treno tutta vestita a puntino come se “l’avessero colta da poco in qualche ridente giardino californiano e trasportata fin qui sotto giaccio”, Piuttosto alta “di forme piene e arrotondate”, occhi di un grigio schietto, capelli di un “rosso tizianesco e dorato che faceva pensare a un tramonto di sole”. Splendida, fresca, disinvolta. Così la vede chi narra la vicenda in prima persona, ambientata nella Fattoria del Deserto del Nevada, ovvero Mary Magin, cuoca e governante della suddetta. Deve risolvere due casi di omicidio e di un suicidio che hanno sconvolto la quiete di tutto l’ambiente con i suoi ospiti. Già in fermento, ad essere sinceri, e Mary ce lo aveva preannunciato, dopo l’arrivo di due gemelle in contrasto fra loro per un bel giovanotto della Fattoria. Gemelle sempre in giro alla ricerca di qualcosa che la nostra voce narrante non riesce a capire. Un bell’intrigo di passioni, anche non corrisposte, di gelosie, di morti ammazzati, di sorprese, enigmi (vedi una lettera cifrata), dubbi e contorcimenti vari che impegnano a fondo la nostra cuoca e l’inossidabile Lynn, abile nelle indagini e in cucina tra pentole e fornelli.
Architettura complessa, sviscerata nei minimi particolari con un’idea che ritroviamo spesso quando ci sono di mezzo i gemelli. Scrittura fresca, veloce, piacevole, infiorettata di spunti filosofici, a tratti divertente, seppure dentro un’atmosfera tesa. Questa Mary Magin, cuoca e governante è davvero brava…
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