La signora Clara Bernstein era sui cinquanta e passa e la temperatura esterna era sui 32°. L’impianto dell’aria condizionata era in funzione, ma sebbene riuscisse a eliminare il fatto del caldo non riusciva a eliminare l’idea del caldo.
La signora Hester Gold, salita in visita al 21° piano dal suo appartamento 4C, disse: — Fa più fresco, giù da me. — Era anche lei sui cinquanta e passa, e aveva i capelli biondi che non riuscivano a eliminare neppure un anno, dalla sua età.
— Sono le piccole cose, quelle che irritano. Io il caldo lo sopporto. È lo sgocciolio, quello che non sopporto. Non lo senti?
— No, — disse Hester, — ma capisco che cosa vuoi dire. Il mio figliolo, Joe, ha perso un bottone della giacca nuova. Settantadue dollari, e senza quel bottone non vale più niente. Un bel bottone dorato, sulla manica, ma lui non l’ha più e quindi non posso ricucirglielo.
— Perché te la prendi tanto? Togli il bottone dall’altra manica e sei a posto.
— Non è la stessa cosa. Una giacca così, senza quei bottoni, non fa più la stessa figura. Quando un bottone viene via, mai aspettare, subito farselo ricucire. Oh, sì! Ventidue anni, e ancora non l’ha capita. Esce, chissà dove va, non mi dice a che ora ritorna...
— Ascolta, — interruppe Clara, spazientita. — Come fai a dire che non senti questa goccia che cade? Vieni di là in bagno con me. Se ti dico che qualcosa sgocciola, è perché sgocciola.
Hester obbedì e assunse l’atteggiamento di chi ascolta. Nel silenzio, si sentiva benissimo: plop - plop - plop...
— Peggio di una tortura cinese, — disse Clara. — Tutta la notte, si sente. E sono tre notti, ormai.
Hester si aggiustò le lenti leggermente colorate, come se questo l’aiutasse a sentire meglio, e piegò la testa da un lato. — Probabilmente è la doccia dell’appartamento di sopra, — disse. — Su al 22-G. È l’appartamento della signora Maclaren. La conosco. Sta’ a sentire, è una persona molto cordiale. Bussa alla porta e diglielo. Non ti mangerà di certo.
— Credi che abbia paura di lei? — disse Clara. — Ho già bussato alla sua porta cinque o sei volte. Non risponde. Le ho telefonato. Non risponde.
— Sarà via, — disse Hester. — Siamo in estate. La gente va in ferie.
— E se quella se ne rimane fuori tutta l’estate, io che faccio? Sono condannata a godermi lo sgocciolo?
— Diglielo al portiere.
— Quell’idiota. Dice che non ha la chiave della serratura di sicurezza e che non ha intenzione di scassinare una porta per una goccia che cade. Ma poi, non è vero che lei non c’è. Conosco la sua automobile, e so che è giù in garage.
Inquieta, Hester disse: — Potrebb’essere partita con l’auto di qualcuno.
Clara abbozzò una smorfia. — Di questo puoi star sicura. La signora Maclaren.
Hester aggrottò la fronte. — Lo so, è divorziata, e con questo? Non ci vedo niente di strano. Ed è giovane, avrà trent’anni, trentacinque al massimo. D’accordo, veste in modo un po’ vistoso... ma nemmeno in questo ci vedo niente di strano.
— Se vuoi il mio parere, Hester, — ribatté Clara, — quello che succede di sopra, preferirei non dirlo. Io sento, da qui.
— Che cosa senti?
— Passi. Rumori. Guarda che sta proprio sopra di me, e io so dove ha la stanza da letto.
— Non essere così antiquata, — disse Hester, in tono aspro. — Quello che fa è affar suo.
— D’accordo. Ma visto che il bagno lo usa di continuo, mi dici perché non chiude i rubinetti? Almeno rispondesse alla porta! Mi gioco il collo, guarda, che deve avere una casa messa su come quella di una cocotte.
— Be’, ti sbagli, se proprio vuoi saperlo. Ti sbagli di grosso. Ha dei mobili normalissimi e una quantità di piante.
— Tu come lo sai?
Hester sembrava a disagio. — Vado a bagnare le piante, quando lei non c’è. È sola. Qualche volta parte, così le do una mano.
— Ah, sì? Allora lo sapresti, se fosse fuori città. Ti ha detto che partiva.
— No, non mi ha detto niente.
Clara si lasciò andare contro lo schienale e rimase a braccia conserte. — E hai le chiavi di casa sua, immagino.
— Sì — disse Hester, — ma non posso entrare, se non me lo dice lei.
— Perché? Potrebb’essere partita. In questo caso, devi bagnare le piante.
— Lei non mi ha detto di farlo.
— Chi ti dice che non sia a letto malata e che non possa venire ad aprire?
— Dovrebb’essere proprio gravissima per non usare nemmeno il telefono, visto che ce l’ha accanto al letto.
— Può darsi che abbia avuto un attacco di cuore. Chissà, forse è morta e per questo non può più stringere quel rubinetto.
— Ma è una donna giovane. Come vuoi che abbia avuto infarti e cose del genere?
— Non si sa mai. Con la vita che fa... magari un suo innamorato l’ha uccisa. Dobbiamo assolutamente andare a vedere.
— Ma sarebbe effrazione, violazione di domicilio, — protestò Hester.
— Avendo la chiave? Se lei è via, tu non puoi lasciare morire le piante. Tu le bagni e lo chiudo quel rubinetto. Che male c’è... E, se per caso è morta, vuoi che rimanga là fino a chissà quando?
— Macché morta! — disse Hester. Ma scese al quarto piano, per prendere le chiavi dell’appartamento della signora Maclaren.
— Non c’è nessuno, — bisbigliò Clara. — Chiunque potrebbe andare e venire come gli pare.
— Sshh, — la zitti Hester. — E se poi è dentro e domanda: “Chi è?”
— Le dici che sei salita a bagnare le piante e io le chiedo di chiudere quel rubinetto che gocciola.
La chiave di una serratura, poi quella dell’altra, girarono dolcemente e con un lievissimo scatto finale. Hester, preso un profondo respiro, aprì la porta di uno spiraglio. Poi, bussò con le nocche sull’uscio.
— Non risponde nessuno, — bisbigliò spazientita Clara. Spinse il battente, spalancandolo. — Non c’è nemmeno il condizionatore acceso. È tutto regolare. Tu sei qui per bagnare le piante.
La porta si chiuse dietro di loro. — Che odore di chiuso, qui dentro, — disse Clara. — Sembra di entrare in un forno pieno di muffa.
Percorsero in punta di piedi il corridoio. Uno stanzino di sgombero vuoto sulla destra, la cucina...
Clara gettò un’occhiata dentro. — Niente rubinetti che perdono, qui. Dev’essere proprio in bagno.
In fondo al corridoio, sulla sinistra, c’era il soggiorno, con le sue piante. — Hanno bisogno d’acqua, — disse Clara, — Andrò a prenderla in bagno...
Aprì la porta della stanza da letto e si fermò. Non un gesto. Non un suono. Stava là, a bocca spalancata.
Hester le si fece accanto. L’odore era soffocante. — Cosa...
— Oh, mio Dio, — disse Clara, ma senza la forza di mandare un urlo.
Le coperte del letto erano in uno stato indescrivibile. La testa della signora Maclaren ciondolava fuori del letto, i lunghi capelli neri sfioravano il pavimento, il collo era segnato e livido, un braccio pendeva fino a terra, la mano era aperta, a palmo in su.
— La polizia, — disse Clara. — Dobbiamo chiamare la polizia.
Hester, trattenendo bruscamente il fiato, mosse un passo in avanti.
— Non devi toccare niente, — disse Clara.
Il luccichio dorato nella mano aperta...
Hester aveva trovato il bottone mancante di suo figlio.
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