sabato 18 luglio 2026

Colorare da adulta



Mi chiamo Elisa e alla fine di luglio compirò quarantacinque anni. Convivo con un handicap da sempre, ma non è la prima cosa che racconto quando conosco qualcuno, perché non contiene tutto quello che sono e non vorrei mai che diventasse una scorciatoia per interpretare ogni mia scelta. Se ne parlo qui è perché questa rubrica comincia da un’esperienza personale e togliere dal racconto una parte così presente della mia vita significherebbe renderlo più ordinato, forse anche più facile da leggere, ma meno vero.

Non ho iniziato a colorare pensando che un giorno ne avrei scritto o che avrei creato dei color book digitali. Non avevo una teoria sul colore, non cercavo un’attività da trasformare in un progetto e non mi interessava dimostrare che colorare fosse qualcosa di serio. Avevo semplicemente trovato un gesto che riusciva a trattenermi nel presente quando la mia testa andava altrove, spesso in luoghi nei quali non avevo nessuna voglia di restare.

Per spiegare che cosa rappresentasse per me, per molto tempo ho usato parole prudenti. Dicevo che mi rilassava, che mi distraeva o che mi aiutava a passare qualche ora. Erano tutte cose vere, ma non erano sufficienti, perché la parola “rilassarsi” fa pensare a qualcosa di piacevole e leggero, mentre per me colorare ha avuto anche un significato più profondo. Nei periodi in cui mi sentivo emotivamente stanca, riusciva a darmi una direzione semplice: scegliere un’immagine, decidere un colore, iniziare da un punto e proseguire finché ne avevo voglia.

Quella pagina non mi chiedeva di reagire bene, di essere forte o di dimostrare che sapevo affrontare le difficoltà. Non aveva aspettative nei miei confronti e non cercava di consolarmi. Mi lasciava soltanto uno spazio nel quale potevo scegliere, sbagliare, cambiare idea e ricominciare senza dover rendere conto del risultato. Quando una parte della vita è condizionata da limiti che non hai scelto, anche una libertà apparentemente piccola può diventare importante.

Non voglio costruire attorno al mio handicap una storia commovente, perché non mi riconosco nella donna coraggiosa che trasforma ogni ostacolo in una lezione positiva. Esistono giornate buone e giornate nelle quali sono stanca, nervosa o arrabbiata, come succede a chiunque, anche se le ragioni possono essere diverse. Essere forti non significa avere sempre il tono giusto, accettare tutto con eleganza o sentirsi grati per ciò che si possiede. A volte significa soltanto attraversare una giornata senza permetterle di portarsi via anche la parte di noi che ha ancora voglia di provare qualcosa.

Il colore ha protetto quella parte di me. Non ha sistemato la realtà e non mi ha resa immune dalla fatica, ma mi ha offerto un modo per non restare chiusa soltanto in ciò che provavo. Mentre decidevo se usare un viola, un verde o una tonalità che non aveva nessun rapporto con la realtà, qualcosa dentro di me cambiava posizione. Le emozioni rimanevano, ma non erano più l’unica cosa che riuscivo a vedere.

Per questo dico che colorare, emotivamente, mi ha salvata. Non uso questa espressione per dare importanza a ciò che faccio e nemmeno per sostenere che un libro da colorare possa aiutare chiunque. Descrivo ciò che è accaduto a me, sapendo che un’altra persona potrebbe trovare la stessa possibilità nella musica, nella fotografia, nella scrittura, in un lavoro manuale o in qualsiasi altra attività capace di creare uno spazio personale.

All’inizio coloravo immagini realizzate da altri senza osservare troppo come fossero costruite. In seguito ho cominciato a notare le linee, i dettagli, le parti troppo piene e quelle che lasciavano abbastanza libertà per fare scelte personali. Alcune pagine mi attiravano immediatamente, mentre altre mi stancavano ancora prima di cominciare, e questa differenza ha acceso una curiosità che con il tempo è diventata desiderio di creare.

Ho iniziato a realizzare color book digitali perché volevo provare a costruire pagine nelle quali mi sarebbe piaciuto entrare con i miei colori. Non possedevo una formula e non avevo la certezza che ciò che piaceva a me avrebbe interessato anche ad altri. Ho proceduto attraverso tentativi, correzioni e immagini lasciate a metà, scoprendo che creare una pagina da colorare è molto diverso dal guardarla finita. Bisogna lasciare abbastanza spazio a chi la userà, senza decidere tutto al suo posto.

Oggi pubblico i miei lavori e naturalmente desidero che vengano conosciuti e scelti. Non sento però il bisogno di presentare il coloring come qualcosa che debba piacere a tutti, perché non amo ogni attività creativa e non mi aspetto che gli altri amino la mia. In questa rubrica parlerò di quello che realizzo, ma anche di ciò che sbaglio, delle immagini che elimino, dei dubbi che mi accompagnano e del rapporto che continuo ad avere con il colore quando non sto creando qualcosa da mostrare.

So che molti adulti considerano ancora i libri da colorare un passatempo infantile. Non intendo aprire una battaglia contro questa idea, perché io stessa, prima di vivere questa esperienza, non mi ero mai fermata a pensarci davvero. Posso soltanto raccontare che cosa ho trovato io dentro una pagina e lasciare che chi legge decida se guardarla con la stessa opinione di prima oppure con un dubbio in più.

Comincio questa rubrica raccontando una parte di me che normalmente non espongo con facilità, perché i miei color book non sono comparsi dal nulla e non nascono soltanto dal desiderio di creare immagini piacevoli. Sono arrivati dopo molte ore trascorse a colorare per stare meglio, per riordinare ciò che sentivo e per ricordarmi che, anche nelle giornate più difficili, esisteva ancora qualcosa che potevo scegliere interamente da sola.

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