mercoledì 30 settembre 2026

Edward D. Hoch - La stanza oblunga


Il caso fu competenza di Fletcher sin dall’inizio, ma quando arrivò la telefonata, il capitano Leopold uscì in auto con lui. Sembrava una storia già chiusa, con l’unico sospetto letteralmente trovato a vegliare la vittima, e, in una giornata noiosa, Leopold pensò che fare un salto all’università potesse essere piacevole.
Lì, lungo il fiume, gli alberi avevano già il colore dell’autunno, e nel parco, a tratti, il fumo che si alzava dalle foglie che bruciavano oscurava la strada. Per essere autunno, il giorno era caldo, assolato. Un giorno poco adatto a un omicidio.
— L’università non è cambiata molto — commentò Leopold, mentre svoltava nella viuzza stretta che dalle case delle confraternite portava alla torre della biblioteca. — Qualche dormitorio nuovo, e un nuovo stadio. Tutto qui, più o meno.
— Erano quattro o cinque anni che qui non succedeva più niente, da che c’è stato quel bombardamento — disse Fletcher. — Questo caso sembra molto più facile, comunque. Hanno già preso il colpevole. Ha ucciso a pugnalate il suo compagno di stanza e poi è rimasto lì col cadavere.
Leopold non rispose. Si erano fermati davanti a uno dei nuovi dormitori, un grosso edificio che si proiettava verso il cielo come un condominio per la media borghesia, tutto mattoni e cemento.
In quel momento, era circondato da una folla di studenti. Leopold mostrò il suo distintivo e fece strada.
La stanza era al terzo piano, affacciata sul fiume. Pareva identica a tutte le altre: una struttura oblunga, deprimente, con un letto a castello, due scrivanie gemelle, due armadi, e una grande finestra panoramica di fronte alla porta. Il medico legale era già arrivato, e alzò la testa all’ingresso di Leopold e Fletcher. — Siamo pronti a trasportarlo via. Per voi va bene, capitano?
— I ragazzi hanno già scattato le foto? D’accordo, allora. Fletcher, vedete di scoprire il possibile. — Poi, al medico legale: — Come lo hanno ucciso?
— Un paio di ferite da pugnale. Farò l’autopsia, ma non ci sono molti dubbi.
— Da quanto tempo è morto?
— Un giorno circa.
— Un giorno!
Fletcher aveva interrogato gli altri, prendendo appunti. — Gli uomini del distretto hanno fatto già quasi tutto, capitano. Il ragazzo morto è Ralph Rollings, studente del secondo anno. Il suo compagno di stanza ammette di essere rimasto qui col cadavere per una ventina d’ore prima che li scoprissero. Il compagno di stanza si chiama Tom McBern. E di là, nella stanza accanto.
Leopold annuì, passò dalla porta di comunicazione. Tom McBern era alto e magro, e anche abbastanza bello, con un suo fascino vagamente tenebroso. — Lo avete informato dei suoi diritti? — chiese Leopold ad un agente.
— Sì, signore.
— Okay. — Leopold sedette sul letto, di fronte a McBern. — Cosa hai da dire, figliolo?
Gli occhi castano scuro incontrarono lo sguardo di Leopold.
— Niente, signore. Credo di volere un avvocato.
— È un tuo diritto, ovviamente. Non vuoi fare dichiarazioni su come è morto il tuo compagno di stanza, o spiegarci come mai sei rimasto nella stanza con lui per

Billy King - Il vampiro



Billy King (noto anche come Billy King e il vampiro) è una celebre serie a fumetti horror degli anni '40 creata dal pittore e illustratore italiano Fernando Carcupino. Pubblicata sulla storica rivista veneziana Asso di Picche di Mario Faustinelli, la saga è ambientata in atmosfere cupe e gotiche.

La storia di Billy King appartiene al filone horror che l'autore realizzò nel dopoguerra, che comprendeva anche serie come Draky e Lyon, il figlio del vampiro. A causa delle tematiche horror e oscure, le storie subirono delle censure all'epoca, per poi essere restaurate dallo stesso Carcupino negli anni '60 per la rivista Sgt.




 

martedì 29 settembre 2026

Takashi Yoshimatsu

 


Takashi Yoshimatsu è nato a Tokyo nel 1953 e ha studiato all'Università Keio (Dipartimento di Tecnologia). Ha imparato a comporre da autodidatta, unendosi a un gruppo jazz e rock, pur avendo studiato per un breve periodo con Teizo Matsumura.
Sostiene il "nuovo lirismo" e si oppone alla "musica moderna" considerata non musicale. 
Ha pubblicato numerose opere. 
Ha debuttato con "Threnody to Toki" nel 1981. Da allora ha composto 6 sinfonie , 10 concerti e molti brani orchestrali. Tra le sue altre opere si annoverano diverse composizioni teatrali , una serie di musica da camera dedicata agli uccelli, opere per pianoforte e chitarra e alcune composizioni per strumenti tradizionali giapponesi.

Molte delle sue opere sono state incise su CD, tra cui "The Age of Birds / Works by Takashi Yoshimatsu" (Camerata Tokyo). Dal 1998 è compositore residente presso CHANDOS .
Oltre a comporre, scrive molto, inclusi articoli per pubblicazioni come Music Review e Essays , e ha pubblicato alcuni libri.


La Sinfonia n. 5, Op. 87 è una delle opere orchestrali più importanti del compositore giapponese, completata nel 2001 e dedicata alla memoria di suo padre, Masataka Yoshimatsu. Yoshimatsu è un esponente di spicco del neoromanticismo in Giappone, noto per il suo rifiuto dell'avanguardia atonale a favore di melodie liriche, ritmi rock e forti richiami alla natura.

Ha una durata di circa 47 minuti ed è suddivisa in quattro movimenti:
I. Andante pesante - Allegro molto. Si apre con una sezione cupa e drammatica che rende esplicitamente omaggio al celebre celebre motivo del destino della Quinta Sinfonia di Beethoven, per poi esplodere in un ritmo incalzante.
II. Allegretto - Allegro molto. Un movimento più breve, caratterizzato da schemi ritmici asimmetrici e costanti contrasti dinamici.
III. Andante lamentoso. La sezione centrale ed elegiaca del brano, dominata da atmosfere nostalgiche, melodie fluttuanti e un forte lirismo.
IV. Andante maestoso - Allegro molto. Il finale riprende i temi iniziali unendo la magniloquenza orchestrale a ritmi moderni dal sapore cinematografico e accenni jazz/rock

Progressive Spin, puntata 52, 24 settembre 2026

 

Devin Townsend - Intermission
Steven Wilson - Requiem for a Village
35 Tapes - Cities
Delirium - Schiavo della Viltà
Pink Floyd - Another Brick in the Wall, Pt. 2




lunedì 28 settembre 2026

Edoardo Rod - La vigna del pastore Cauche, 1901















 

SNMN, puntata 52, 23 settembre 2026



Dear Lunacy - Abbastanza
The ClerX – Without the Fight
Summer Love - Zara Broadway
La Corte Marziana - Come Monna Lisa
The Clown Society - Wanted To Tell You
3 O'Clock - Warm Me Up
Talia Cavasu - Gin & Tonica
Ain't No Lullaby - One More Sunset
Capolupo - La Grande Occasione
Flease - Noi ci saremo
Dirty Heavens - Rhoads
Fentz - A Time to Heal
Veronica Howle - Diversa da te
Luke Style - Gangsta


 


venerdì 25 settembre 2026

Fuori… la luce: il diritto di essere madri senza dover nascondere il dolore

di Elisa Rubini

La felicità, quando diventa un sentimento obbligatorio, può rendere ancora più difficile raccontare il proprio dolore, soprattutto in un’esperienza come la maternità, sulla quale si concentrano aspettative profonde e immagini spesso idealizzate. La nascita di un figlio viene associata alla pienezza, alla scoperta di un amore immenso, all’inizio di una vita capace di dare significato a ogni fatica, mentre rimane meno spazio per quelle emozioni che sembrano contraddire una simile promessa. È in questo spazio poco raccontato che si colloca Fuori… la luce di Rosita D’Esposito, un libro che porta l’attenzione sulla donna mentre tutto, intorno a lei, sembra chiederle di riconoscersi esclusivamente nel ruolo di madre.

La prospettiva proposta dal libro ha un valore particolare perché accoglie quanto può risultare difficile persino nominare: la paura dopo la nascita di un figlio, il senso di smarrimento, un corpo che cambia e quella dolorosa estraneità che si avverte quando non ci si riconosce più. La maternità viene così attraversata anche nella sua dimensione più fragile, dove l’esperienza vissuta si allontana dalle aspettative e la distanza può diventare un’ulteriore fonte di sofferenza. Dare voce a questa frattura significa riconoscere dignità a sentimenti che rischiano altrimenti di rimanere soffocati dalla vergogna di non essere felici quanto si pensa di dover essere.

mercoledì 23 settembre 2026

John Morressy - Dirigenti & Ascensori


 L’aria era finalmente pulita, e il ragazzo e la ragazza facevano rapidi progressi nell’attraversare la foresta di risplendenti ossa azzurre. Di colpo apparvero le due lune oltre a tutte le stelle. Il sentiero cominciò a palpitare e un ansito famelico colmò di sé l’aria attorno a loro. All’improvviso tutto tornò normale.
— È ancora Balbaranza — Osservò la ragazza.
— Ne sei sicura, Denal? — disse Ux, il ragazzo, con voce bassa e calma.
Lei annuì con sicurezza. — È lo stile di Balbaranza. Lei ama le manifestazioni celesti.
Attorno ai due cominciò a cadere una grandinata di lacrime che risuonavano con lieve musicalità sulle ossa della foresta. Denal e Ux si coprirono coi cappucci e si strinsero tenendo le braccia l’uno attorno alla vita dell’altra. La grandinata sembrò esitare, si trasformò in una pioggerella sottile fatta di sospiri, s’arrestò. Il terreno era asciutto. — Questa era opera di Trilligask vero? — disse Ux.
— Credo di sì. Si dà molto da fare con il tempo.
— Denal, è vero che lavora per la Lega degli Assassini? Mio padre pensa di sì.
— Tuo padre è uno spadaccino. Che ne sa lui di streghe o della Lega degli Assassini?
— Solo perché la tua è una famiglia di ladri, pensi che tutti gli spadaccini siano degli sciocchi. Mio padre è abile e intelligente. Detiene i diritti della Pietra Vitale, cosa che nessun altro ha mai avuto — disse Ux.
— Già, ma li ha perduti di nuovo — osservò Denal.
— Perché è stato attaccato dai Nove Uomini di Bronzo! Ma lui li ha scacciati e probabilmente così facendo ha salvato tuo padre e gli altri. Non dovresti più prenderti gioco degli spadaccini, Denal.
La ragazza mise con grazia le braccia attorno al collo sottile di Ux e, stirandosi per alzarsi sulla punta dei piedi, lo costrinse ad abbassare la testa. Lo baciò a lungo e con tenerezza. — Ti sto solo prendendo in giro, Ux. Sai che ti voglio molto bene. Formiamo una bella coppia — disse carezzandogli la guancia.
— Sei la ladra migliore di tutte le Terre di Frontiera, Denal. E la più bella, anche — disse Ux rabbonito.
— Grazie, Ux. Sei gentile. Ora faremmo meglio...
S’interruppe di colpo al suono sgusciante che veniva dal profondo della foresta d’ossa. Ux, mostrando i denti, balzò davanti a lei e snudò la spada, Doomdancer. Denal poggiò una mano sul suo braccio fasciato di corde e sussurrò: — No, Ux, non dobbiamo combattere gli Imboscati. Nascondiamoci finché non saranno passati.
Ux, riluttante, la seguì fino a un cumulo d’ossa, dove s’accucciarono finché le forme nebulose di una nidiata di giganteschi Imboscati non fu fluita oltre passando da entrambi i lati. Tornati sul sentiero, s’affrettarono verso la loro destinazione, la casa di Gazog, lo studente di magia che era a capo della loro banda. Poco oltre le bocche azzannanti e ringhiose che si aprivano nel terreno esalando un flato sconcio e puzzolente misto a rumori di risucchi gastrici, videro le luci dell’abitazione dal tetto aguzzo di Gazog.
Appena si furono chiusi il cancello alle spalle, udirono un lungo, basso sibilo. Un’enorme testa spigolosa si materializzò di fronte a loro, alta fino al tetto, mentre la luce traeva bagliori da squame arancione e da gialle zanne.
— È tutto a posto, Zaloom, siamo amici. Denal e Ux. Ti ricordi di noi, vero? — disse la ragazza con il suo tono più gentile.
Il drago abbassò la testa per annusarla e lei gli diede una grattatina dietro le orecchie. Lui ronfò di piacere, e sembrava vento che ululasse in un camino.
Gazog li accolse sulla porta: aveva un aspetto molto da mago. Indossava una morbida tunica nera cinta alla vita da una fune nera. Aveva stivali neri e alla mano sinistra gli luceva un anello con una pietra nera. Capelli neri e corta barba nera,

Ditelo coi fiori



"Ditelo coi fiori" è una celebre storia a fumetti di genere horror/grottesco disegnata dal maestro Sergio Zaniboni. La storia è stata pubblicata originariamente nel dicembre 1969 sulla rivista cult Horror (per la precisione sul n. 1 della testata gestita da Sansoni Editore).

 La sceneggiatura è stata scritta da Alfredo Castelli (il creatore di Martin Mystère) insieme a Tito Monego. Sergio Zaniboni (storica matita di Diabolik) realizzò le 10 tavole che compongono il racconto usando il suo tratto elegante e pulito.

Si tratta di una black comedy dal finale cinico e tagliente, in pieno stile Tales from the Crypt. Racconta di un uomo che, tormentato e assillato dalla moglie, decide di liberarsene in modo definitivo seppellendola in giardino e coltivando sopra di lei dei fiori. La vendetta della donna, tuttavia, arriverà proprio attraverso la natura.L'opera è considerata un piccolo gioiello del fumetto nero italiano di fine anni '60 ed è stata inclusa in successive antologie dedicate al meglio della rivista Horror.





 

martedì 22 settembre 2026

Étienne Nicolas Méhul


(Givet, 22 giugno 1763 – Parigi, 18 ottobre 1817)

Étienne Nicholas Mèhul, interessante musicista francese degli anni della Rivoluzione e del Primo impero, è oggi poco conosciuto.
Molto apprezzato dai suoi contemporanei come compositore d’opera, Méhul è anche autore di quattro sinfonie nelle quali la palese influenza di Mozart e di Beethoven viene da lui stesso giustificata con l’intento di far capire al pubblico che anche un francese poteva comporre nello stile dei grandi musicisti tedeschi.
Nato nel 1763 a Givet, nelle Ardenne, Étienne Nicholas Mèhul studia con l’organista Wilhelm Hanser presso l’abbazia di Lavaldieu, poi si perfeziona a Parigi col clavicembalista alsaziano Jean-Frédéric Edelmann; matura in questi anni un forte interesse per la musica tedesca che resterà fondamentale nella sua carriera di compositore.
I suoi primi lavori sono essenzialmente musica strumentale; alcune sonate per pianoforte vengono pubblicate da La Chevardière nel 1781. Mèhul, tuttavia, è più attratto dalla musica vocale e dal melodramma; nel 1782 presenta al Concerto Spirituel una cantata su testi di Jean-Jacques Rousseau, poi, influenzato da Gluck e da Cherubini, rivolge i suoi interessi verso il melodramma. Nel corso della sua carriera scriverà circa 40 opere.
Nel mese di giugno 1788, presso l’Académie Royale de Musique, iniziano le prove di “Alonzo e Cora”, prove che presto vengono abbandonate per le difficoltà finanziarie del teatro; Étienne Mèhul, deluso ma non scoraggiato, fa rappresentare nel 1790, al Teatro de l’Opéra-Comique, “Euphorisine e Corradin o il Tiranno redento”, che ottiene subito un grande successo. A partire dall’opera “Stratonice” (1792), Mèhul propone soggetti a carattere eroico; scrive anche numerosi canti ed inni di battaglia, tra cui il celebre “Chant du Départ”, e opere celebrative del nuovo regime. Uno dei lavori più interessanti di questo periodo è “Orazio Coclite”.
Nel 1793 Mèhul viene nominato ispettore della musica presso il Conservatorio nazionale superiore di musica e danza di Parigi, appena creato; nel 1795 diviene Accademico di Francia. Di scarso successo è l’opera “La chasse du Jeune Henri” (1797), tuttavia molto apprezzata l’Ouverture, ancora oggi eseguita come brano a sé stante; nel 1801, alla Salle Favart di Parigi, va in scena “L’Irato, ou l’Emporté”, commedia in un atto dedicata a Napoleone.
Dopo il 1804 la vena creativa di Mèhul sembra esaurita, sono sempre più rare le opere composte e le sue apparizioni al Conservatorio; l’ultimo suo lavoro, “San Valentino di Milano”, opera comica in tre atti, verrà rappresentata sul palcoscenico dell’Opéra-Comique soltanto cinque anni dopo la sua morte.

Méhul fu uno dei compositori francesi più importanti vissuti al tempo della Rivoluzione francese. Si dice che Beethoven ammirasse la musica di Méhul e che ne fosse anche influenzato nel suo Fidelio. Conosciuto principalmente come compositore teatrale, Méhul compose anche diverse opere strumentali, incluse cinque sinfonie (la quinta era incompleta e non eseguita). 


La Sinfonia n. 2  in Re maggiore presenta un volto più lirico, suonando molto come le giovanili sinfonie di Franz Schubert, sebbene con maggiore sofisticazione contrappuntistica. Quest'opera perennemente solare fa un uso nuovo e, si potrebbe dire, beethoveniano dei timpani nel finale, creando una conclusione piacevolmente vivace.
Completata nel 1809 e eseguita per la prima volta il 26 marzo, invita a un paragone con le prime sinfonie di Franz Schubert. Un'ottimistica leggerezza scorre dalla prima all'ultima pagina, conclusa da una parte di timpani vivace nel finale che avrebbe potuto far sorridere Beethoven.

Progressive Spin, puntata 51, 17 settembre 2026



The Flower Kings - In a World of Fools
Singlelito - Low-Level Depictions of Uncensored Kinetic Works
Saris - Surrounded
Exploring Birdsong - Meadowlands
Green Desert Tree - Fighting Dragons


 

lunedì 21 settembre 2026

Sabatino Lopez - Cuore bendato, 1931












SNMN, puntata 51, 16 settembre 2026



Roberto Lucini - Troppo Troppo
Daniele Antonio Saitta - Gente del Sud
Roberta Giallo - OZ remix
Cainero - Avemaria remix
Vinicio Capossela & Friends - Tutti bodyguard
Vince76 - Portami via
Valentino Forte - Stella bella
Art Name - Niente
Marziam - Canzone
Elaisa Mancini - Nella spiaggia deserta
Kairoskiller - Daily Cinema
Serena Schintu - La vita in controluce
Maravich - Ci vediamo a settembre
Filippo Perbellini & Francesco Montisano Orchestra - Colosseum
Loris Favero - Il tuo volto sul mare





mercoledì 16 settembre 2026

Renato Pestriniero - Autocidio


Si dice che, di fronte alla morte, gli avvenimenti del passato ripassino nella mente come in un film accelerato. Dal punto di vista letterario questa eventualità è affascinante, tanto che è diventata quasi un luogo comune. Ma forse non risponde al vero. Infatti, quando vide la pistola puntata contro il suo petto e l’uomo premere il grilletto, riuscì solo a pensare che sarebbe morto e a provare una grande inimmaginabile sorpresa. La sorpresa non era tanto per la mancata sensazione di dé-jà-vu, quanto perché...

Se c’erano questioni organizzative da discutere, il capo li faceva venire tutti e cinque. Soltanto Salò era stato convocato da solo quella volta, e poi era sparito dalla circolazione.
Pensando a quella circostanza, Sirio si sentiva agitato. Ma, diversamente da Salò, lui era a posto. Salò sapeva di essere nel mirino, e quando l’avevano fatto fuori ai Magazzini Generali era preparato, e si era difeso fino all’ultimo.
Il capo lo chiamò. Con questo sottofondo di pensieri, Sirio entrò nella stanza. C’era la Lory, in piedi a lato della scrivania. Il capo se ne stava seduto in quella sua stramba posizione, con la gamba destra piegata sotto la coscia sinistra e il piede che spuntava fuori in modo così innaturale da sembrare quello di un altro. Guardò Sirio, e aveva l’espressione dei momentacci. — Mettiti là — gli disse indicando una delle due sedie sull’altro lato del tavolo. Poi si avvicinò a uno schermo e fece cenno alla ragazza di spegnere la luce. Fece passare la prima diapositiva. Sirio riconobbe subito la consegna fatta il mese prima a Civita di Bagnoregio. La Lory l’aveva scattata da uno dei vicoli che portano sull’unica piazza di quel paese fantasma. L’immagine era incorniciata dal buio del vicolo e mostrava l’ultima casa sul lato opposto della piazza. Al centro, dinanzi la gradinata, si vedevano in prospettiva le antiche colonne tronche. Accanto alla prima colonna, la più alta, c’era lui che parlava con una coppia di giovani. Aveva appena consegnato la roba e la Lory l’aveva ripreso nella sua solita veste di falsa turista.
Con aria perplessa Sirio guardò il capo. Il quale batté sullo schermo il grosso indice stretto dall’anello barocco. — Quel tizio che sta laggiù. Chi è?
Sirio strinse gli occhi. All’altezza dell’ultima colonna, quasi sull’angolo della casa di fronte, un uomo stava fotografando S. Donato. Accanto a lui una donna osservava la chiesa. La distanza rendeva le due figure appena distinguibili.
— E come faccio a vedere chi è — osservò Sirio.
Il capo attese qualche secondo, guardandolo fissamente. Poi fece passare la dispositiva successiva. Era un particolare ingrandito della precedente. I due turisti adesso erano perfettamente identificabili.
— Allora — ripeté il capo. — Chi è quell’uomo?
— E che ne so? Manco mi ero accorto che c’era.
La Lory alzò un sopracciglio. Quell’atteggiamento a Sirio non andava proprio. Lei non era che una semplice spalla nelle consegne, quindi quell’aria di sufficienza

Zora la vampira



Zora la vampira è un personaggio immaginario dei fumetti italiani ideato da Renzo Barbieri e protagonista di un'omonima testata di genere erotico/horror pubblicata dalla Edifumetto in diverse serie dal 1972 al 1985. Nel 2000 ne è stata liberamente tratta l'omonima trasposizione cinematografica.

Zora è figlia del professor Pabst, uno studioso che durante una spedizione in Transilvania, ritrova il cadavere del Conte Dracula e lo trasporta fino a Londra, dove viene resuscitato involontariamente dalla ragazza stessa che, dopo essere stata morsa dal conte, diventa una vampira. Grazie a un filtro la ragazza, diversamente dagli altri vampiri, riesce a sopravvivere alla luce del sole e a dare quindi la caccia al malvagio Conte.
L'aspetto fisico di Zora sulle copertine si ispira a Catherine Deneuve.

Il personaggio nasce sulla scia di un omologo personaggio, Jacula, edito dalla ErreGI dal 1969 e sempre ideato da Barbieri.




 

martedì 15 settembre 2026

Erkki Melartin


(Käkisalmi, 2 febbraio 1875 – Helsinki, 14 febbraio 1937) 

Erkki Melartin, musicista finlandese messo in ombra dalla celebrità di Jean Sibelius, svolge un ruolo significativo nella diffusione nella penisola scandinava della musica di Gustav Mahler e Richard Strauss; autore di più di un migliaio di opere, si rivela uno dei compositori più fecondi della Finlandia. Con Maurice Ravel condivide l’anno di nascita e di morte.
Nato a Käkisalmi, Filandia, oggi Priozersk città della Russia, Erkki Melartin studia a Helsinki con Martin Wegelius; completa la sua formazione a Vienna tra il 1899 e il 1901 sotto la guida di Robert Fuchs.
Insegnante e poi direttore dell’Istituto musicale di Helsinki, Erkki Melartin, con l’Orchestra Sinfonica di Vyborg, effettua dal 1908 al 1911 una lunghissima tournée che arriva anche in Nord Africa e in India.

L’ampia produzione musicale di Erkki Melartin è caratterizzata da uno stile tardo-romantico con qualche sfumatura impressionistica. Lascia moltissime composizioni vocali e una dozzina di opere liriche; “Aino“, opera del 1909 incentrata sul personaggio della mitologia ugro-finnica, è una delle prime grandi opere finlandesi ad essere inserita nel repertorio permanente. In ambito orchestrale spiccano le sei Sinfonie che nella loro connotazione stilistica tardo-romantica lasciano trasparire profili estremamente personali; la Quarta Sinfonia, “Estate”, si distingue per l’inserimento di vocalizzi nel terzo movimento. La Marcia Festiva, tratta dal balletto “La Bella Addormentata”, è la marcia nuziale più popolare in Finlandia.


La Sinfonia n. 4 fu un'opera su cui Melartin si concentrò particolarmente verso la fine del 1912. Lo stesso compositore trovava singolare comporre un'opera per celebrare l'estate e la gioia di vivere nel periodo più buio dell'inverno, e concluderla con il tema di un tradizionale inno estivo finlandese. "Ma non è forse così anche nella vita", scrisse alla madre, "che nei momenti più bui bisogna custodire nel cuore le gioie dell'estate?".
Questo inno, originariamente svedese Den blomstertid du kommer, è il numero 571 dell'innario evangelico luterano finlandese. Tradizionalmente viene cantato alla fine dell'anno scolastico ed è quindi molto amato dai finlandesi.
Nel suo diario, Melartin scrisse di aver terminato la sua sinfonia il 3 gennaio 1913.

L'ultimo giorno di quel mese, la sinfonia ebbe la sua prima esecuzione, affidata all'Orchestra Sinfonica di Helsinki e diretta dallo stesso compositore. A febbraio, l'opera fu immediatamente eseguita di nuovo. Il movimento Andante fu riproposto a Vyborg nel 1915, eseguito dall'orchestra sinfonica locale. Nell'autunno del 1916, la sinfonia fu eseguita in una serie di concerti dell'Orchestra Filarmonica di Helsinki. In quest'occasione, venne eseguita una versione riveduta, poiché Melartin aveva già riscritto il Finale nell'estate del 1913. Nel luglio del 1919, Melartin diresse la sinfonia in un concerto al Teatro Tivoli di Copenaghen, nel 1920 a Helsinki e nel 1923 a Berlino. Melartin diresse questa Sinfonia estiva, come veniva spesso chiamata, per l'ultima volta nella primavera del 1929 a Helsinki.


mercoledì 9 settembre 2026

Avram Davidson - Mr. Rob’t E. Hoskins

 


Era proprio necessario che Bertha Schwamm reagisse come fece quando Hoskins le chiese un appuntamento per andare al cinema? In fin dei conti, chi era Bertha Schwamm? Il fatto di essere consapevole che quasi nessuno era al corrente che lei fosse un superiore di Hoskins, non voleva dire che fosse pronta a considerarsi sua pari; se anche la gente lo considerava con una certa superiorità, be’, lei avrebbe anche potuto accettare quell’invito. In seguito, chi lo sa?
Tuttavia. Il fatto era che sembrava che la gente avesse votato e concluso che Hoskins fosse un individuo da prendere in giro. Da prendere sempre in giro. Come se gli fosse dovuto. E Bertha, be’, anche lei si era associata agli altri. Detto questo, se ne deduce che non fosse possibile per lei considerarlo un amico, tanto meno, diciamo, come un corteggiatore. E questa era la situazione. Questo, però, non toglieva che avrebbe potuto reagire in modo meno duro. Supponiamo che Bertha avesse risposto, in modo educato: «Grazie, davvero, ma mia madre, siccome è quasi sempre malata, be’, di solito non esco senza di lei. Comunque, grazie».
E se avesse risposto così? Sarebbe rimasto male, lui? Pensate che Hoskins avrebbe insistito, magari dicendo: «Be’, andiamo al cinema tutt’e tre, allora?». Improbabile. Più probabilmente avrebbe borbottato una risposta educata e se ne sarebbe andato via, guardandosi bene, in seguito, a non ripetere l’invito. Ma no, non è così che Bertha rispose. Lei, oh, lei gli rise in faccia.
Cosa c’era di tanto buffo in Hoskins? Be’, ok, aveva un aspetto buffo, con gli occhi in fuori e il mento sfuggente. Ma, dopo tutto, c’erano altre persone ben più buffe di lui. Forse era quel suo taschino sempre pieno di penne e matite? Perché, anche se lui si preoccupava sempre di spiegare come ciascuna di esse servisse a un preciso compito, ugualmente tutti ridevano e lo prendevano in giro. Si dilungava a spiegare come usasse una penna per scrivere gli ordini d’acquisto, e un’altra per le vendite, e una terza per le comunicazioni interne, e un’altra ancora per le note personali e per le lettere, e così via... In un certo senso, sembrava un buon sistema; con uno sguardo, anche a distanza, gli era possibile distinguere, dal colore dell’inchiostro, a cosa si riferisse un dato foglietto, anche rovesciato, perché erano tutte differenti l’una dall’altra. Inoltre, questo gli permetteva di risparmiare le sue preferite.
Patty Birch gli rifaceva il verso dietro le spalle. «Comunicaazione interna» ripeteva mimandolo. E non era la sola, altri facevano lo stesso, erano tutti d’accordo: Bob

Virus, il mago della foresta morta



Virus, il mago della foresta morta è una serie a fumetti italiana di fantascienza avventurosa ideata da Federico Pedrocchi ed esordita nel 1939 sul periodico L'Audace e poi sul settimanale Topolino pubblicati dalla Mondadori; venne disegnato inizialmente da Walter Molino e, dal 1940, da Antonio Canale. Dai toni cupi e orrorifici, fu uno dei primi fumetti italiani di genere fantascientifico drammatico.

La serie venne ideata da Federico Pedrocchi, per i testi, e dal disegnatore Walter Molino ed esordì sul periodico L'Audace - a partire dal n. 329 - pubblicato dall'Arnoldo Mondadori, allora A.P.I. - Anonima Periodici Italiana, nel 1939 per poi proseguire su Topolino sempre dello stesso editore. Dopo un'interruzione viene ripresa, sempre su Topolino ma disegnata da Antonio Canale, sempre su testi di Pedrocchi. Successivamente le storie realizzate da Molino venne ristampata sulla seconda serie della collana Albi d'Oro e poi da altri editori su riviste come L'Avventuroso della Casa Editrice Nerbini e su pubblicazioni della Comic Art.

Virus è uno scienziato pazzo intenzionato a conquistare il mondo e a sottometterlo al suo volere. Per fare ciò si avvale delle sue futuristiche invenzioni come una macchina per il teletrasporto, in grado di smaterializzare un corpo e di farlo riapparire a distanza. Riesce inoltre a ridare vita ad antichissime mummie custodite nei musei sparsi per il mondo, e a governare i raggi del sole con altri suoi macchinari.





 

martedì 8 settembre 2026

Elliott Carter



(New York, 11 dicembre 1908 – New York, 5 novembre 2012)

In gran parte si formò da autodidatta, coltivando eguali interessi sia per la musica che per la filosofia, e pervenne piuttosto tardi ad una scelta di campo. Furono sostanzialmente gli incoraggiamenti di Charles Ives, che lo condussero a studiare composizione presso l'università di Harvard (Massachusetts), dove ebbe come insegnanti Walter Piston e Gustav Holst. Successivamente si recò a Parigi dove studiò con Nadia Boulanger. Rientrò negli Stati Uniti nel 1935 e divenne direttore della compagnia di balletto Ballet Caravan.
Dal 1939 al 1941 insegnò musica, ma anche fisica, matematica e greco antico al St. John's College di Annapolis (Maryland).

Durante la seconda guerra mondiale, Carter fu impiegato presso l'Office of War Information, mentre in seguito fu docente di composizione presso il Peabody Conservatory (1946–1948), la Columbia University, il Queens College di New York (1955-1956), la Yale University a New Haven (1960-1962), la Cornell University (dal 1967) e la Juilliard School (dal 1972).

Nel 1967 divenne membro dell'American Academy of Arts and Letters, mentre nel 1960 e nel 1973 gli venne assegnato il Premio Pulitzer per la musica.



Sinfonia: Sum Fluxae Pretium Spei (1993-1996) è il suo più grande lavoro orchestrale, di struttura molto complessa ma affascinante nel suo continuo contrastare di livelli timbrici strumentali, dai delicati assolo dei fiati fino ai laceranti fortissimo con ottoni e percussioni in primo piano.

I - Partita: 0:00
II - Adagio tenebroso: 16:26
III - Allegro scorrevole: 33:52

La Sinfonia di Carter è stata composta tra il 1993 e il 1996, con ogni movimento concepito come opera autonoma. La prima esecuzione integrale si è tenuta il 25 aprile 1998, con la BBC Symphony Orchestra diretta da Oliver Knussen. Il secondo movimento è stato finalista al Premio Pulitzer per la Musica nel 1996, mentre il terzo ha vinto il Premio Principe Pierre di Monaco per la Composizione Musicale nel 1998.

L'opera è la più ampia composizione orchestrale del compositore, saldamente ancorata allo stile dissonante, tagliente e atonale caratterizzato dalla modulazione metrica. Elliott Carter ha adattato l'idea di politempo di Charles Ives: musica che si sviluppa a velocità diverse in diverse sezioni dell'ensemble. L'ispirazione generale, e la fonte d'ispirazione di ciascun movimento, proviene da una poesia in latino dello scrittore inglese Richard Crashaw. La poesia si intitola "Bulla" (La bolla), un inno alle gioie e alle tragedie transitorie della vita, immaginate dalla prospettiva di una bolla di sapone, o meglio, attraverso il suo prisma multicolore. Il sottotitolo dell'opera, tradotto in italiano, è "Io sono il premio della speranza che scorre".

Il primo movimento fu commissionato dalla Chicago Symphony Orchestra, che lo eseguì in prima assoluta sotto la direzione di Daniel Barenboim il 17 febbraio 1994. L'ispirazione proviene dal passo: "[Io sono]...la stella del mare, per così dire, l'ingegno dorato della natura, il racconto divagante della natura, il breve sogno della natura". Carter usa il termine "partita" non per la sua connotazione barocca, ma nel senso di "gioco" che si trova nella lingua italiana. Il brano gioca con linee melodiche mutevoli e incrociate di tempi diversi. Un elemento sonoro particolarmente importante è una sorta di accordo risonante che si diffonde nell'orchestra. La musica è esplosiva, con occasionali interventi di voci soliste. Ma per lo più si tratta di una struttura in continua evoluzione, mai ripetuta, di improvvise esplosioni di suono.

Il secondo movimento è stato commissionato dalla BBC per celebrare il centenario dei Proms, e la prima esecuzione risale al 13 settembre 1995, con la BBC Symphony Orchestra diretta da Sir Andrew Davis. È cupo come suggerisce il titolo. Il suo epigramma poetico è "Io sono lo specchio della dea cieca". In questo movimento tetro e desolato, accordi e frammenti di idee musicali si intrecciano lentamente, con una sola grande esplosione di piena potenza orchestrale, un passaggio terrificante.

Il terzo movimento è stato commissionato dalla Cleveland Orchestra, e la prima esecuzione risale al 22 maggio 1997, con la Cleveland Orchestra diretta da Christoph von Dohnányi. Seguendo il sottotitolo poetico (Io sono la natura fugace del vento. In verità, io sono il fiore dell'aria), il brano è leggero, con scintillanti esplosioni di suono – complesso come il primo movimento, ma non aggressivo nell'atmosfera. Alla fine, tuttavia, la musica precipita improvvisamente nel registro più basso, lasciando solo un acuto ottavino – la bolla è scoppiata.

mercoledì 2 settembre 2026

Joe Haldeman - Salme

  


Ho sempre sonni tumultuosi che mi rendono la vita difficile, ma io mi ostino a cercare di tenerlo nascosto. Oh, sì, è difficile parlarne. Risale tutto a vent’anni or sono, quando stavo in Vietnam. Alle Fosse.
Nella giungla, i cadaveri passano molto velocemente dal brutto al peggio. Trascorrono solo poche ore prima che il rigor mortis li renda difficili da maneggiare, difficili da infilare in un contenitore di plastica. Perché intanto cominciano, se sono cadaveri di bianchi o di gialli, a diventare verdolini nei punti in cui la pelle è esposta. Poi diventano neri e cominciano a puzzare.
Poi si gonfiano e scoppiano.
Uno magari pensa che formiche, scarafaggi, millepiedi e scolopendre si diano da fare alla svelta per farli sparire, e invece no. Perché proprio quando quelli cominciano a puzzare di brutto, tutti gli insetti perdono interesse nei cadaveri, si mostrano infastiditi, vanno a farsi una pizza da un’altra parte, capite? Tranne le mosche. Quelle, li usano per posarci le uova.
La cosa più divertente di tutte è che, se non interviene qualche grosso felino che li dilania e se ne porta via pezzi interi, dopo un paio di settimane vi rimane qualcosa che si avvicina molto ad uno scheletro, anche se conserva qualcosa del viso. Senza occhi, ovvio. Di tanto in tanto, ne troviamo qualcuno così. Non tanto spesso, perché di solito i soldati non muoiono in solitudine né rimangono esposti per tanto tempo, però succede. Noi li chiamiamo “i secchi”. Sotto però sono sempre umidi, e anche dentro conservano dei liquidi, ma per il resto ricordano delle mummie rinsecchite dal sole.
Quando racconti alla gente cosa fai alla Registrazione Salme, o semplicemente “Salme”, sembra che ti sia toccato il lavoro peggiore che ci sia da fare sotto le armi. Invece no. Te ne devi solo stare lì tutto il giorno ad aprire i sacchi di plastica coi cadaveri, cercare di indovinare da quale parte comincia e dove finisce – non che sia sempre e comunque importante stabilirlo – ricucirli tanto o poco, a seconda di quanto serve, con un grosso ago, prendere nota di quello che hanno addosso e nel portafogli, inscatolare il tutto, sigillarlo, scrivere un sacco di scartoffie. Quando si sono radunate un certo numero di casse, si invia il tutto all’aeroporto. La prima settimana non è del tutto piacevole. Ma dopo un centinaio di giorni o giù di lì,

Goldrake


 
"Agente playboy: Operazione Diamanti" (noto anche come Goldrake n. 138), un albo cult del celebre fumetto tascabile per adulti Goldrake (l'agente playboy). Uscito in edicola il 4 maggio 1972, appartiene alla seconda serie edita da Ediperiodici.

La serie fu ideata nel 1966 da Renzo Barbieri e Giorgio Cavedon, con i disegni storici di Sandro Angiolini (e poi dello Studio Montanari). L'albo n. 138 segue le classiche avventure sexy-spionistiche del protagonista, un affascinante agente segreto che ricorda i ben più noti eroi del cinema e della narrativa.





martedì 1 settembre 2026

Anatoly Borisovich Luppov

 


(2 giugno 1929, Pachi, Oblast di Nizhny Novgorod – 8 agosto 2022, Kazan)

Nato nel villaggio di Pachi (oggi nel distretto di Tuzhinsky, Oblast di Kirov). Il suo interesse per la musica fu suscitato dal padre, contabile di professione (secondo altre fonti, ecclesiastico), che suonava la fisarmonica, la chitarra e la balalaika. Dopo aver completato sette anni di scuola, lavorò in una fabbrica e frequentò una scuola tecnica forestale. Dal 1946 al 1951 studiò presso il Conservatorio I.S. Palantai Mari di Yoshkar-Ola, imparando la fisarmonica a bottoni, il clarinetto, il violoncello e poi il pianoforte (nella classe di K.R. Geist).
Nel 1956 si diplomò al Conservatorio di Kazan in pianoforte (nella classe di V.G. Apresov) e nel 1959 in composizione (nella classe del professor A.S. Lehman).

Dal 1954 al 1956 lavorò come accompagnatore al conservatorio. Dal 1956 ha insegnato pianoforte (1956-1959) e composizione al Conservatorio di Kazan, dove è stato professore dal 1977. Dal 1970 al 1991 ha diretto il dipartimento di composizione. Contemporaneamente (1969-1973) ha tenuto un corso di composizione presso il Collegio Musicale Yoshkar-Ola. Tra i suoi studenti figurano i compositori Mari Yuri Evdokimov, Lyudmila Novoselova, Alexey Yashmolkin, Anatoly Neznakin, Sergey Makov, Veniamin Zakharov, Stanislav Vasiliev ed Elina Arkhipova. Dal 2015 è professore presso il Dipartimento di Teoria Musicale e Composizione.

Dal 1965 al 1977 è stato Presidente del Consiglio dell'Unione dei Compositori della Repubblica Socialista Sovietica Autonoma Mari. Dal 1984 al 1994 è stato consulente del Seminario annuale pan-unionista per giovani compositori presso la Casa della Creatività di Ivanovo.
È morto l'8 agosto 2022.

È autore di opere di vari generi: teatro, musica sinfonica, vocale-sinfonica, musica da camera-strumentale, nonché opere liriche, balletti, sinfonie, ouverture, concerti per vari strumenti, cantate, opere vocali, musiche di scena e canzoni.
In diverse sue opere, ha utilizzato autentiche melodie mari (nella toccata per pianoforte, nella rapsodia per violino, nei pezzi per oboe solo, nell'ouverture "Giubileo" e in altri). Nella maggior parte il compositore ha creato temi originali, intonativamente legati alle melodie popolari mari.

È il fondatore del balletto mari. Per la prima volta nella storia della cultura musicale nazionale, ha creato un ciclo di concerti per strumenti a fiato con orchestra (per flauto, oboe, clarinetto, fagotto, tromba, corno francese).


Il concerto per clarinetto del 1968 di Anatoly Luppov, è un'opera concertante per clarinetto e orchestra. È spesso citato all'interno del repertorio orchestrale sovietico della fine degli anni '60, talvolta accostato ad altri suoi concerti per strumenti a fiato, tra cui quelli per oboe e fagotto. 

venerdì 21 agosto 2026

Progressive Spin, estate 12


Quantum Fantay - Return To Xaia
Ian Neal - Cretan Angel
Witch Ripper - The Spiral Eye
Brendan Perkins - Binbrook Skyline
Weedpecker - Fading Whispers 




lunedì 17 agosto 2026

Progressive Spin, estate 11


Karcius - Wallow
Moonrise - All About You
Aurora Clara - Seven Hills
Rob Harrison - Tributaries
Thee Oh Sees - OFF COURSE
Long Earth - The Astronomer