Alle dieci e quaranta dell'indomani mattina ero seduto alla mia scrivania, quando squillò il telefono. "Ufficio di Nero Wolfe. All'apparecchio Archie Goodwin." "Voglio parlare col signor Wolfe."
"Fino alle undici è occupato. Volete dire a me?"
"E' urgente. Parla Weppler, Fred Weppler. Sono in una cabina telefonica sulla Nona Strada. La signora Mion è con me. Siamo stati arrestati."
"Santo Dio!" esclamai, scandalizzato. "Con che accusa?"
"Ci hanno interrogati sulla morte di Mion. Avevano un mandato d'arresto che ci definiva testimoni materiali. Ci hanno trattenuto tutta la notte. Il nostro avvocato ha pagato la cauzione e ora siamo liberi. Siccome non sa che ci siamo rivolti a Wolfe, l'abbiamo mandato via. Voglio parlare con Wolfe."
"Certo" esclamai, in tono comprensivo. "E' un oltraggio! Venite qui. Quando sarete arrivati, sarà già sceso dalla serra."
"Non possiamo. E' per questo che ho telefonato. Siamo seguiti da due agenti, e preferiamo che non sappiano che veniamo da Wolfe. Come facciamo a liberarcene?"
"Accidenti" borbottai, disgustato. "I poliziotti mi danno la nausea. Ascoltatemi bene. Andate nell'ufficio della Feder Paper Company, al numero trentacinque della Diciassettesima Strada. Chiedete del signor Feder e ditegli che vi chiamate Montgomery. Vi condurrà lungo un sottopassaggio che porta nella Diciottesima Strada. All'uscita troverete un taxi con un fazzoletto legato alla maniglia dello sportello. Saliteci immediatamente, dentro ci sarò io. Capito?"
"Sì. Ripetete l'indirizzo."
Glielo ripetei, pregandolo di aspettare dieci minuti prima di muoversi, per darmi il tempo di organizzarmi. Subito dopo telefonai a Sol Feder per dargli le istruzioni necessarie, mi misi in contatto con Wolfe e gli spiegai come stavano le cose, poi partii. Dopo venti minuti tornavo con i nostri clienti.
Quando li pilotai verso lo studio, Nero Wolfe era già seduto nella poltrona dietro la scrivania. Si alzò per salutarli, li invitò ad accomodarsi, domandò se avevano fatto colazione in modo decente e affermò che la notizia del loro arresto lo aveva sconvolto profondamente.
"Sconvolto un corno!" esclamò Fred, tutto d'un fiato. "Siamo venuti a consultarvi e quarantott'ore più tardi siamo stati arrestati. Come posso credere che si tratti di pura coincidenza?"
Wolfe finì di sistemarsi comodamente nella poltrona. "E' inutile,
signor Weppler" esclamò poi, senza offendersi. "Se è così che la pensate, sarà meglio che andiate a rinfrescarvi le idee da qualche altra parte, prima di discutere con me. Un'insinuazione del genere è troppo puerile perché io possa prenderla in considerazione. Cosa vi ha chiesto la polizia?"
Ma Fred non era soddisfatto. "Non siete un traditore, lo riconosco" concesse. "Ma non sono altrettanto sicuro di Goodwin. Potrebbe aver parlato un po troppo, senza rendersene conto."
Gli occhi di Wolfe si spostarono verso di me. "Avete parlato troppo, Archie?"
"Nossignore. Ma non c'è bisogno che mi chieda scusa. Ha passato una nottataccia." Guardai Weppler. "Mettetevi a sedere e rilassatevi. Se avessi avuto la lingua facile, dopo una settimana avrei perso il posto."
"Finiamola!" supplicò Peggy, agitando una mano.
"E va bene" si decise Fred Weppler. Poi, a Wolfe: "Che cosa avete scoperto lunedì pomeriggio? Quando vi ho telefonato, avete cercato di evadere le mie domande in proposito."
"I vostri amici mi hanno riferito i fatti" rispose Wolfe. "Ma come vi ho detto al telefono, ho fatto alcuni progressi. Adesso, però, voglio sapere, devo sapere, che atteggiamento ha avuto la polizia con voi. Sapevano della rivoltella?"
Scossero il capo. Wolfe sbuffò. "In questo caso, mi sento autorizzato a pregarvi di ritirare l'insinuazione che avete fatto nei confronti di Goodwin. Cosa vi hanno chiesto?"
A quanto pareva, Cramer aveva spinto l'interrogatorio a fondo. Che cosa aveva fatto Fred Weppler tre mesi prima e tre mesi dopo la morte di Mion? E la signora? Dov'erano andati quel pomeriggio famoso? Che cosa si erano detti? Più volte fui sul punto di domandare perché non avevano mandato i poliziotti a quel paese, ma riuscii a controllarmi. Alla fine del racconto provai una profonda pietà per loro, ma Wolfe mi strappò con la forza dai miei sentimentalismi. Rimase immobile, a picchiettare un dito sul bracciolo della poltrona, poi esclamò bruscamente: "Archie, preparate un assegno di cinquemila dollari a nome della signora Mion."
Lo fissarono con gli occhi strabuzzati. Mi avvicinai alla cassaforte. I due innamorati chiesero di sapere che cosa stava succedendo. Rimasi ad ascoltare Wolfe. "Basta. Non vi sopporto. Domenica vi ho detto che uno di voi due mentiva, ma l'avete negato. Ho accettato ugualmente l'incarico e ho fatto del mio meglio. Ma ora che la polizia si è insospettita, non voglio correre altri rischi. A questo punto ho il dovere di avvertirvi che riferirò all'ispettore Cramer tutto quello che mi avete detto. Mi conosce bene e mi crederà. Archie, che state facendo a bocca aperta? Preparate l'assegno."
Aprii la cassaforte. Nessuno dei due aveva detto una sola parola. Probabilmente erano troppo stanchi per reagire. Quando tornai alla scrivania col libretto degli assegni in mano, Fred esclamò: "Non potete agire così. E' immorale!"
"Pfui!" sbuffò Wolfe. "Mi assumete raccontandomi un sacco di panzane, poi parlate di moralità! Comunque voglio dirvi che lunedì pomeriggio ho fatto veramente dei progressi. Ho chiarito tutto, tranne due particolari, uno dei quali dipende solo da voi. Devo sapere chi ha messo la rivoltella vicino al cadavere. Sono convinto che è stato uno di voi due, ma non siete disposti ad ammetterlo. Perciò non posso fare niente. Peccato, perché so che non siete coinvolti nella morte di Mion...»
"Come?" domandò Fred. Adesso le sue reazioni erano normalissime. "Sapete che nessuno di noi due è assolutamente coinvolto nell'omicidio?"
"Proprio così."
Fred si alzò di scatto, andò a piazzare le palme delle mani sulla scrivania di Wolfe e si chinò in avanti, domandando con voce dura: "Davvero? Guardatemi! Aprite gli occhi e guardatemi. Avete parlato sul serio?"
"Sì" rispose Wolfe.
Fred lo fissò per alcuni secondi, poi si raddrizzò. "E va bene. Sono stato io a mettere quella rivoltella sul pavimento vicino al cadavere." Peggy emise una specie di ululato. Scattò in piedi e lo afferrò per un braccio. "Fred! No! Ti prego! No! Ti prego!" Non l'avrei mai considerata capace di ululare, ma era molto stanca. Fred decise che non era il caso di prenderla tra le braccia, perciò si limitò a carezzarle i capelli. Finalmente si decise a guardare Wolfe. "E va bene, sono stato io. Vi ho mentito. Adesso fate voi." Strinse l'amato bene contro di sé. "Cara, perdonami se non te l'ho detto prima... Forse avrei dovuto... ma vedrai che andrà tutto bene."
"Sedetevi" ordinò Wolfe. Dopo un attimo, alzò la voce. "Accidenti, sedetevi!"
Peggy ubbidì. Fred andò ad appollaiarsi sul bracciolo della sua poltrona, passandole una mano dietro le spalle. I loro occhi, spaventati, sospettosi, e nello stesso tempo pieni di speranza, fissarono Wolfe.
"Spero che abbiate capito come stanno le cose" borbottò Wolfe. "La verità che mi avete detto sarà peggio che inutile, se mentirete ancora. Adesso rispondete: dove avevate trovato la rivoltella?"
"Quando entrammo, la vidi al solito posto, sul piedestallo del busto di Caruso. Accompagnai la signora Mion nella sua stanza, salii di nuovo, misi la rivoltella vicino al cadavere e scesi al pianterreno. Il resto è come ve l'ho già raccontato."
Wolfe grugnì. "Potete anche essere innamorato di lei, ma non avete molta stima della sua intelligenza. Avete pensato che, dopo averlo ucciso, non avesse avuto il coraggio di mettere la rivoltella in modo da far passare la morte di suo marito per suicidio."
"Non è vero, accidenti!"
"Sciocchezze. Certo che l'avete pensato. Chi altri avreste potuto proteggere? Quando siete stato costretto ad ammettere con lei che la rivoltella non era sul pavimento, quando siete entrati nello studio per la prima volta, non avete osato dirle che l'avevate fatto perché sospettavate di lei. Tanto più che anche lei aveva l'aria di sospettarvi...»
"Non è vero" esclamò Peggy, decisa. "Non eravamo sicuri l'uno dell'altro, ecco tutto."
"E va bene" disse Wolfe. "Accetto questa versione. Sono convinto che questa volta abbiate detto la verità, signor Weppler. Ormai sono abituato a riconoscere le menzogne. Adesso accompagnate a casa la signora Mion. Devo pensare. Come vi ho detto, avevo due particolari da risolvere, e voi ne avete chiarito solo uno. Andate a casa e mangiate qualcosa."
"E chi ha fame?" esclamò Fred, indignato. "Vogliamo sapere che intenzioni avete."
"Devo lavarmi i denti" disse Peggy. La guardai, ammirato e intenerito. Le donne mi piacciono proprio perché hanno il coraggio di dire cose del genere in momenti simili. Wolfe riuscì a convincerli ad andarsene, promettendo che li avrebbe tenuti informati.
Quando tornai nello studio, dopo averli accompagnati alla porta, Wolfe stava picchiettando sulla scrivania col tagliacarte, per quanto gli avessi ripetuto decine di volte che avrebbe rovinato la scrivania. Rimisi il libretto degli assegni nella cassaforte, soddisfatto di non averlo usato. "Mancano venti minuti al pranzo" annunciai, mettendomi a sedere. "Basteranno per chiarire il secondo particolare?"
Niente risposta.
Mi rifiutai di lasciarmi intenerire. "Se non vi dispiace" insistetti, "qual è il secondo particolare?" Ancora niente risposta. Ma dopo un momento lasciò cadere il tagliacarte e sospirò profondamente.
"Quella maledetta pistola" grugnì. "Come ha fatto a spostarsi dal pavimento al busto? Chi l'ha mossa?"
Lo fissai. "Avanti" gemetti, "non fate il difficile. Per portare la rivoltella dal busto al pavimento avete fatto arrestare e torturare due clienti. Adesso volete spostarla di nuovo dal pavimento al busto?"
"Non di nuovo. Prima." "Che vuol dire, prima?"
"Prima della scoperta del cadavere." Mi lanciò un'occhiata di traverso. "Che ne pensate di questo? Un uomo, o una donna, entra nello studio e uccide Mion in modo da far passare la sua morte per suicidio. L'ha premeditato deliberatamente a questo modo. Non è difficile immaginare a priori quali saranno le conclusioni della polizia. Poi mette la rivoltella sul piedestallo del busto, a due metri dal cadavere, e se ne va."
"Non penso. So. Non è andata a questo modo, a meno che l'assassino non abbia perso la testa dopo aver premuto il grilletto, cosa poco probabile."
"Precisamente. Avendo premeditato la cosa, ha messo la rivoltella vicino al cadavere, è indiscutibile. Ma il signor Weppler l'ha trovata sul busto. Chi l'ha presa dal pavimento per metterla sul busto? E perché?"
"Sì" mi grattai il naso. "Ammetto che la domanda è pertinente e importantissima, ma perché non lasciate perdere? Fate arrestare l'assassino e portatelo in tribunale. I poliziotti testimonieranno che la rivoltella era sul pavimento e questo convincerà la giuria, dato che l'omicidio doveva apparire suicidio. Verdetto, ammesso che siate riuscito a trovare il movente e l'occasione, colpevole." Agitai una mano. "Semplice. Perché volete fare il pignolo?"
Wolfe grugnì. "I clienti. Devo guadagnarmi la parcella. Vogliono mettersi l'animo in pace e sanno che la rivoltella non era sul pavimento. Con l'aiuto del signor Weppler l'ho spostata dal busto al pavimento, adesso devo rimetterla sul busto. Capite?"
"Certo, chiarissimo. Ma come farete ad arrivarci?"
"Ci arriverò." Si appoggiò allo schienale della poltrona. "Adesso devo sgomberarmi il cervello per poter mangiare tranquillamente. Passatemi il nuovo catalogo sulle orchidee, per piacere."
Per il momento non c'era altro da fare, e durante i pasti Wolfe non discute mai d'affari. Dopo pranzo tornò nello studio e si sistemò di nuovo nella sua poltrona. Per un po rimase immobile, poi cominciò a spingere le labbra in dentro e in fuori, ed io capii che stava pensando intensamente. L'ho visto spesso restarsene seduto a quel modo per delle ore, ma questa volta venti minuti bastarono. Non erano ancora le tre quando borbottò il mio nome, aprendo gli occhi. "Archie, mi dispiace, ma tocca a voi" fece una smorfia. "Non potrei mai trattare con quella ragazza. E proprio la cosa che fa per voi. Il vostro taccuino. Vi detterò una dichiarazione, poi la discuteremo."
Alle quattro e un quarto, dopo che Wolfe fu salito per la sua sessione quotidiana con le orchidee, me ne stavo a guardare torvamente il telefono. Avevo chiamato Clara James per invitarla a fare un giro in macchina e lei aveva rifiutato. Se vi sembro troppo presuntuoso, lasciate che vi spieghi: mi rendo conto che migliaia di bambole hanno accettato i miei inviti solo perché in genere non mi muovo se non su terreno sicuro. Ma questo mi aveva abituato a sentire dei sì, perciò il no deciso di Clara James mi aveva lasciato di sasso. Tra l'altro, mi ero anche cambiato e rasato. Riafferrai il telefono e formai di nuovo lo stesso numero. Quando Clara seppe che ero io, si fece impaziente. "Vi ho detto che ho un impegno. Vi prego...»
"Un momento" la interruppi rudemente, "ho tentato di essere gentile, ma ho commesso un errore. Volevo offrirvi un cocktail, prima di darvi la brutta notizia. Una donna ha appena detto a Wolfe e a me che oltre a lei esistono cinque persone, forse più, che sanno che avete la chiave dello studio di Alberto Mion. Perciò vi aspetto alle cinque in punto al "Churchill" Sì o no?»
Un lungo silenzio. In genere i lunghi silenzi mi irritano, ma questa volta lasciai perdere. Alla fine Clara disse: "Sì" e riattaccò.
Quando arrivai al "Churchill", un bel locale fornito di luci indirette, trovai Clara che mi aspettava già. Evidentemente era arrivata in anticipo. Mi misi a sedere e le chiesi che cosa prendeva.
"Whisky con ghiaccio."
Dissi al cameriere di portarne due. Quando se ne fu andato, Clara si chinò in avanti e cominciò, tutto d'un fiato: "Sentite, è una bugia. Ditemi da chi l'avete saputo. E' assolutamente pazzesco!"
"Un momento." Mi fissò con occhi lucenti. Tirai fuori di tasca un foglio di carta: era la dichiarazione dettatami da Wolfe. "Sarà meglio che prima leggiate che cosa c'è scritto qui, così vi renderete conto di che si tratta." Le porsi il foglio di carta. Sarà meglio che lo leggiate anche voi. Portava la data di quel giorno.
«Io, Clara James, dichiaro che il giorno 19 aprile, martedì, sono entrata al numero 620 di East End Avenue verso le 18 e 15 e ho preso l'ascensore per il tredicesimo piano. Ho suonato il campanello dello studio di Alberto Mion. La porta non era completamente chiusa. Non avendo ricevuto risposta, l'aprii ed entrai. Il cadavere di Alberto Mion era sul pavimento, vicino al pianoforte. Aveva un foro nella testa. Mi sono seduta per terra, per non svenire, e ho appoggiato la fronte alle ginocchia. Non ho toccato il cadavere. Sul pavimento c'era una rivoltella, che ho raccolto. Credo di essere rimasta per terra per circa cinque minuti. Quando mi sono alzata per andarmene, mi sono accorta di avere ancora la rivoltella in mano. L'ho messa sulla base del busto di Caruso. In seguito mi sono resa conto che non avrei dovuto cedere a quell'impulso, ma al momento ero troppo sconvolta per sapere quello che facevo. Ho lasciato lo studio, chiudendomi la porta alle spalle, e sono scesa nell'appartamento di Mion. Avevo intenzione di dire tutto alla signora Mion, ma quando è apparsa sulla soglia non sono stata capace di parlare. Non potevo dirle che suo marito era nello studio, morto. Perciò ho domandato solo dov'era il signor Mion, poi me ne sono andata. Arrivata a casa, avrei voluto raccontare la cosa a mio padre, ma non c'era. Prima del suo ritorno, un amico mi ha telefonato per dirmi che Mion si era suicidato, perciò ho deciso di non parlare a nessuno della mia visita allo studio, ma di dire solo che avevo bussato e nessuno mi aveva risposto. Pensavo che la cosa non avesse molta importanza, ma adesso che mi hanno spiegato che ne ha, racconto esattamente quello che è accaduto.»
Quando ebbe finito, arrivò il cameriere con il whisky. Clara afferrò il bicchiere e se lo portò alla bocca. "E' una menzogna" esclamò poi, indignata.
"Certo" ammisi. "Ci sento benissimo, perciò parlate pure a bassa voce. Lo capite, insomma, che il signor Wolfe vuole aiutarvi? Sappiamo perfettamente che la porta era chiusa e che l'avete aperta con la chiave e che avete messo la rivoltella sul busto perché pensavate che fosse stata la signora Mion a uccidere il marito e non volevate che la cosa passasse per suicidio. Non...»
"Dove eravate?" domandò in tono sprezzante. "Nascosto dietro al divano?"
"Se non aveste avuto la chiave, perché mai avreste accettato di vedermi? In quanto alla rivoltella, siete stata una sciocca. Chi poteva credere che l'assassino, dopo aver inscenato un suicidio, fosse tanto idiota da mettere la rivoltella sul busto?"
Era troppo indaffarata a far funzionare il cervello per offendersi perché l'avevo chiamata sciocca. "Non è vero" protestò. "La polizia ha trovato la rivoltella vicino al cadavere, perciò...»
"Sì" sogghignai. "Dev'essere stata una bella sorpresa, quando l'avete letto sui giornali. Sono sicuro che avete pensato che era stata la signora Mion. Vi dev'essere costato tenere la bocca chiusa, ma non potevate fare altrimenti. Il signor Wolfe sa chi ha rimesso la pistola sul pavimento e sa chi ha ucciso Mion, e può provarlo.
L'unica cosa che glielo impedisce è come la rivoltella è passata dal pavimento al busto." Tirai fuori la stilografica. "Firmate quella dichiarazione, così siamo a posto."
"Firmare?" esclamò, scuotendo la testa. "Non sono sciocca fino a questo punto."
La fissai, accigliato. "Sentite, Occhiazzurri, non vi sto ficcando dei fiammiferi accesi sotto le unghie. Non dico che possiamo provare che siete entrata nello studio. Sappiamo che siete stata voi, ma non siamo in grado di provarlo. Comunque vi offro uno splendido affare." Le puntai contro la penna. "Terremo questa dichiarazione in riserva, in caso che la persona che ha messo la rivoltella sul pavimento si metta in mente di andarlo a dire in giro, cosa molto improbabile. Tra l'altro vi promettiamo di non dire ai poliziotti che avete la chiave dello studio e convinceremo la signora Mion a non fare causa per risarcimento danni contro vostro padre."
Ricominciò a pensare. Feci cenno al cameriere di riempirci di nuovo i bicchieri, aspettando che Clara decidesse; alla fine esclamò, soddisfatta: "Allora lo sapete che è stata lei a ucciderlo! Sapete che è stata lei a mettere la rivoltella sul pavimento. Ma come fate a provarlo, anche se firmo questo foglio? Basterà?"
Avrei potuto risponderle a tono, ma preferii cambiare tattica. "Proprio così. Manca solo la vostra firma, poi saremo pronti ad agire. Avanti!" Le porsi la penna.
Alzò il bicchiere, lo vuotò d'un fiato, scosse di nuovo la testa. "No!" disse con voce piatta. Tese la mano per rendermi la dichiarazione. "Non posso firmare niente senza il permesso di mio padre. Se volete, vado in teatro a mostrargli la dichiarazione e domani mattina ve la porto firmata. Comunque sono disposta a testimoniare di aver tolto la rivoltella dal pavimento, ma solo quando la signora Mion avrà ammesso di averla a sua volta tolta dal busto."
Ma non aveva più la dichiarazione. L'avevo messa in tasca. Ero stanco di discutere. Tirai fuori il taccuino e cominciai a scrivere. "Vorrei un altro whisky" dichiarò lei, nel frattempo.
"Un momento" borbottai, continuando a scrivere. Alla fine le porsi il seguente biglietto:
«A Nero Wolfe,
Dichiaro che il signor Archie Goodwin ha fatto del suo meglio per convincermi a firmare la dichiarazione e che me ne ha spiegato lo scopo. Gli ho risposto che dovevo rifiutarmi di firmare.»
"Ecco, con questa non vi comprometterete" le porsi il foglio del taccuino. "Altrimenti il signor Wolfe penserà che non ho neppure tentato di convincervi. Sa che effetto mi fanno le belle ragazze."
Lesse, poi prese la penna. "E va bene. Ma non me la date a bere. So benissimo quando faccio effetto su un uomo."
"Non si tratta di questo, ma del fatto che Wolfe lo penserà ugualmente." Ormai potevo andarmene, ma le avevo promesso un altro whisky e glielo offrii.
Quando tornai a casa erano le sei passate, perciò Wolfe era già sceso dalla serra. Marciai nello studio e misi la dichiarazione sulla scrivania. Grugnì: "Be?"
Mi misi a sedere e gli raccontai com'era andata, fino in fondo. "L'altra sera, in mezzo a tutta quella gente, non sembrava tanto cocciuta. Non lo dico come scusa, ma come fatto. Comunque qualcosa sono riuscito a farle firmare. Ecco qua, così non potrete accusarmi di incapacità." Gli porsi il foglio del taccuino. Dopo averlo letto, mi guardò attentamente. "L'ha firmato lei?"
"Sissignore, in mia presenza."
"Bene. Benissimo. Soddisfacente."
Accettai il riconoscimento con un cenno distratto.
Non c'è niente che mi dia più soddisfazione di un suo "soddisfacente" detto a quel modo.
"Ha usato la vostra penna?" domandò poi. "Datemela."
Mi alzai e gliela porsi, insieme a qualche foglio di carta. Rimasi a guardarlo mentre scriveva "Clara James" decine di volte, paragonando ogni tentativo con il campione che gli avevo procurato. Nel frattempo, a intervalli, borbottava: "Così va meglio... Probabilmente non dovrà vederla nessuno, tranne i nostri clienti... Bisogna telefonare a tutti... prima alla signora Mion e al signor Wepplerà poi agli altri... Dite loro che ho deciso circa il risarcimento danni... Se non possono venire stasera alle nove, domani mattina alle undici... Poi mettetevi in contatto col signor Cramerà Può portarsi dietro anche un agente...» Appiattì la dichiarazione sulla scrivania e scrisse la firma di Clara James, paragonandola a quella che gli avevo procurato.
"Per un esperto non andrebbe" borbottò, "ma non andrà in mano di un esperto. Per i nostri clienti basterà, anche se conoscono la sua calligrafia."
Ci misi più di un'ora prima di rintracciare tutti gli interessati, ma alla fine riuscii a organizzare la cosa per quella sera stessa.
Non riuscii a parlare con Gifford James, ma sua figlia mi promise di portare anche lui, cosa che fece. Gli unici a fare le bizze furono i clienti, specialmente Peggy Mion. Non le andava l'idea di trovarsi di fronte a Gifford James per parlare di un risarcimento che non voleva. La pregai di venire nello studio in anticipo, per permettere a Wolfe di spiegarle come stavano le cose.
Arrivarono in tempo per dividere con noi il caffè, subito dopo cena. Ci trasferimmo poi nello studio, dove Wolfe mostrò loro la dichiarazione di Clara. La lessero insieme, con Peggy seduta sulla poltrona di pelle rossa e Fred appollaiato sul bracciolo. Poi alzarono gli occhi su Wolfe. "Be?"
"Signori miei, siete venuti qui perché il fatto che la rivoltella non fosse vicino al cadavere vi aveva spinti a sospettare l'uno dell'altra. Che altro volete? Quella dichiarazione dimostra che la rivoltella era vicino al cadavere."
"Non ci credo" esclamò Peggy. "Voglio dire... non credo che mio marito si sia ucciso, non importa dove fosse la rivoltella. Alberto non era il tipo da suicidio." Si voltò a guardare il suo innamorato. "Vero, Fred?"
"Sì" rispose lui, imbronciato.
"Capisco." Wolfe era sarcastico. "Allora mi avete assunto per un lavoro senza descrivermelo a fondo. Dovete ammettere, però, che ho risolto la questione della rivoltella. Perciò il lavoro, da quanto risultava a me, è stato svolto. Adesso salta fuori che devo scoprire un omicidio e che...»
Suonò il campanello e io andai ad aprire.
Dopo pochi minuti nello studio c'erano dieci ospiti: i sei che già si erano trovati riuniti lunedì sera, i due clienti, l'ispettore Cramer col mio vecchio nemico sergente Purley Stebbins. Tranne Clara James, che poteva essere sulla pista giusta per quello che le avevo detto nel bar, gli altri dovevano essere convinti che Wolfe volesse realmente parlare del risarcimento danni. In quanto a Cramer e Stebbins, conoscevano Wolfe da molti anni e si rendevano conto che prima o poi ci sarebbe saltato fuori un assassino, ma non sapevano chi o quando.
Wolfe guardò l'ispettore, che era andato a sedersi vicino al mappamondo insieme al sergente. "Se non vi dispiace, signor Cramer, prima voglio chiarire una faccenda che a voi non interessa." Cramer annuì, spostando il sigaro da un lato all'altro della bocca. Wolfe girò gli occhi sugli altri. "Sono lieto di comunicarvi che la signora Mion ha deciso di non andare oltre con la sua richiesta di danni. Rinuncia a qualunque azione. Lo confermate, signora Mion?"
"Certo" rispose Peggy. Fece per aggiungere qualcosa, ma cambiò idea. "Splendido!" Adele Bosley si alzò di scatto. "Posso usare il telefono?"
"Mettetevi a sedere" sbottò Wolfe. "Devo parlarvi della morte di Mion. Quando...» "Che cosa c'entra?"
"Sto per spiegarvelo. C'entra in quanto la sua morte è il risultato per quanto indiretto, di una aggressione del signor James. Ma il mio interesse va oltre questo particolare. La signora Mion mi ha assunto non solo per decidere se doveva richiedere i danni per l'aggressione subita da suo marito, ma anche perché investigassi sulla sua morte. Non riusciva a credere che il signor Mion si fosse ucciso. Ho svolto delle indagini e sono pronto a riferirle."
"Non avete bisogno di noi, allora" sbottò Rupert il Grasso. "Ho bisogno di uno di voi. Dell'assassino."
"Non di tutti, però" disse in tono indignato il giudice Arnold.
"Al diavolo!" esplose Wolfe. "Via! Andatevene tutti, tranne uno. Via!" Non si mossero.
Wolfe concesse cinque secondi. "Allora vado avanti" borbottò. "Come ho detto, sono pronto a riferire, ma l'indagine non è conclusa. Un particolare importantissimo richiederà la sanzione ufficiale, ecco perché l'ispettore Cramer è presente. Avrà bisogno anche della parola della signora Mion. Dovremo poi ricorrere al dottor Lloyd, dato che fu lui a firmare il certificato di morte." Portò gli occhi su Peggy. "Prima voi, signora. Siete disposta a far riesumare il corpo di vostro marito?"
Peggy sbarrò gli occhi. "Perché?"
"Per trovare la prova che è stato assassinato e da chi. Mi sembra che basti."
Peggy la smise di strabuzzare gli occhi. "Sì, se è necessario." Wolfe guardò verso sinistra. "Avete obiezioni, dottor Lloyd?"
Lloyd era impassibile. "Non ho idea" mormorò lentamente. "Dove volete arrivare? Comunque non ho voce in capitolo, mi sono limitato a rilasciare il certificato.
"Allora non vi opponete. Signor Cramer, tra alcuni minuti faremo domanda per ottenere l'autorizzazione, ma tenete presente che l'autopsia dovrà essere svolta dal dottor Abraham Rentner."
"Non si può riesumare un cadavere per pura curiosità" borbottò Cramer.
"Lo so. Non sono semplicemente curioso." Gli occhi di Wolfe si spostarono di nuovo. "Sapete tutti che una delle ragioni principali per cui la polizia ha deciso che la morte di Mion doveva attribuirsi a suicidio, è stata la scena della tragedia come si presentò ai suoi occhi. Naturalmente dovevano esistere altri particolari: per esempio, la rivoltella vicino al cadavere. Ma la ragione determinante fu che non si può uccidere un uomo ficcandogli in bocca la canna della rivoltella se prima non lo si riduce in stato d'incoscienza. Fu provato che Mion non era stato colpito né drogato, inoltre la pallottola, uscendo dal suo cranio, andò a conficcarsi nel soffitto. La conclusione della polizia è esatta, ma in questo caso esisteva un'eccezione. Mi venne in mente il giorno stesso in cui la signora Mion mi assunse. Ma per il momento... voglio darvi una breve dimostrazione. Archie, prendete la rivoltella."
Aprii il terzo cassetto della mia scrivania e ne tirai fuori una. "E' carica?"
"No."
Wolfe si rivolse di nuovo ai presenti. "Voi, signor James. Come uomo di teatro, dovreste essere capace di seguire un regista. Alzatevi, per piacere. E' una faccenda seria, perciò fate come vi dico. Siete un paziente con la gola dolorante e il signor Goodwin è il vostro medico. Vi chiederà di aprire la bocca, in modo da esaminarvi la gola. Fate esattamente quello che farete in queste circostanze. Volete?"
"Ma è sciocco...» James, in piedi, aveva la faccia scura. "Non c'è bisogno che mi venga detto...»
"Vi prego di accontentarmi, devo chiarire un certo particolare. Va bene? Grazie. Gli altri guardino il viso del signor James. Avanti, Archie."
Con la rivoltella in tasca, mi avvicinai a James e gli dissi di aprire la bocca. Ubbidì. Per un attimo i suoi occhi incontrarono i miei, mentre gli esaminavo la gola, poi si voltarono verso il soffitto. Senza fretta, tirai fuori la rivoltella e gli ficcai in bocca la canna, contro il palato. Sussultò, lasciandosi cadere sulla poltrona.
"Avete visto la rivoltella?" domandò Wolfe. "No, guardavo verso l'alto."
"Proprio così." Wolfe si rivolse agli altri. "Avete visto i suoi occhi? Provate anche voi, non si può far a meno di girare gli occhi verso l'alto. Perciò non è assolutamente difficile uccidere un uomo a quel modo, ammesso che siate il suo medico e che lui abbia mal di gola. Siete d'accordo, dottor Lloyd?"
Lloyd non si era avvicinato a James per assistere allo spettacolo, come avevano fatto gli altri. Non aveva mosso un dito. Ora aveva la mascella leggermente contratta, nient'altro. Fece di tutto per sorridere. "Dimostrare che una cosa può accadere" disse con voce controllata, "non è dimostrare che è accaduta."
"Giusto" concesse Wolfe. "Abbiamo alcuni fatti, però. Non siete in possesso di un alibi valido. Mion vi avrebbe fatto entrare nello studio in qualunque momento, senza esitare. Avreste potuto con tutta facilità prendere la rivoltella dal busto di Caruso e farvela scivolare in tasca. Solo per voi e per nessun altro, Mion avrebbe spalancato la bocca a quel modo. E' stato ucciso subito dopo che vi avevano costretto a fissare un appuntamento al dottor Rentner perché confermasse la vostra diagnosi. Abbiamo questi fatti, vero?"
"Non provano niente" insistette Lloyd. La sua voce non era più tanto controllata.
"Ma ci saranno utili" disse Wolfe, "specialmente se saremo in grado di aggiungerne un altro. Perché tremate così, dottore? Avevate sbagliato l'operazione, compromettendo per sempre la voce di Mion? Penso che sia andata così, perché solo il pericolo di rovinarvi la carriera e la reputazione poteva portarvi all'omicidio. Comunque lo sapremo appena il dottor Rentner avrà fatto l'autopsia. Non mi aspetto che ci forniate...»
"Non ho sbagliato l'operazione!" urlò Lloyd. "Poteva accadere a chiunque...»
Secondo me perse la testa nell'accorgersi che la sua voce era diventata una specie di gracchio stridulo. Scattò verso la porta. Detti uno spintone al giudice Arnold, gettandomi al suo inseguimento, ma quando arrivai vicino a Lloyd, Stebbins l'aveva già afferrato per la collottola. Sentendo del chiasso alle mie spalle, mi voltai. Clara James si era gettata su Peggy Mion, strillando qualcosa che non capii, ma suo padre e Adele Bosley l'avevano fermata a mezza strada. Il giudice Arnold e Rupert il Grasso stavano dicendo a Nero Wolfe che era meraviglioso. Peggy piangeva col viso nascosto contro la spalla di Fred.
Nessuno aveva bisogno di me, perciò andai in cucina a prendere un bicchiere di latte.
FINE
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