Era inevitabile che un giorno si incontrassero. Dalla fattoria nello Iowa all'università, al lavoro pratico in Arabia, Canada e Tibet, e adesso al nuovo lavoro su Marte, ogni passo conduceva inflessibilmente a quell'istante. Rod lo accettò con fatalismo, come se per anni si fosse preparato solo a quel momento; quando varcò il portello ovale, fece scorrere lo sguardo su tutto il resto e lo fermò sull'uomo seduto al posto numero tredici. Gli occhi che gli restituirono lo sguardo erano color ardesia, vuoti, disperati; non chiedevano appello, non chiedevano scusa, non chiedevano niente: erano soltanto occhi che vedevano o non vedevano... ma che non si abbassavano. Rod distolse lo sguardo e mormorò qualcosa di incomprensibile all'uomo che lo aveva urtato leggermente alle sue spalle.
Durante il giorno i sedili furono smagnetizzati, spostati, fissati nuovamente in altre posizioni, come atomi che circondano un nucleo: prima intorno a un tavolino da gioco, poi intorno al tavolo da pranzo della comunità, poi davanti al pannello di quarzo che lasciò tutti stupefatti mostrando per la prima volta la Terra completamente illuminata in pieno. Solo il sedile numero tredici rimase sempre fisso allo stesso posto.
Quando gli orologi atomici indicarono che il giorno poteva considerarsi terminato, i sedili tornarono al loro posto originale e diventarono letti; una serie di paraventi opachi trasformò ogni poltrona letto in una minuscola stanza privata. Un viaggio di prima classe, nello stile del "manubrio".
Prima che Rod cedesse al sedativo obbligatorio, un debole scintillio quasi invisibile, che secondo gli psicologi giocava scherzi alla vista, gli fece rivivere l'istante in cui aveva scorto per la prima volta il "manubrio" immobile, sospeso contro il nero dello spazio. Lo schema di quadrati bianchi e neri sulle sfere alle estremità del cilindro di collegamento mutò disposizione e divenne un paio d'occhi grigio ardesia, dallo sguardo fisso e privo d'espressione.
«Idroponica» disse un uomo massiccio e sgraziato «sezione uno zero nove sette. Voi di che ramo siete?»
Rod rispose automaticamente. «Geologia, esplorazione mineraria.» Era il terzo giorno, e si sentiva depresso e poco amichevole; la solidità stessa dello specialista in idroponica gli dava sui nervi. Si accorse che il disegno della sala circolare variava; le tre donne comprese nell'elenco passeggeri si separarono e formarono nuovi gruppetti. Una di esse gli sorrise vivacemente e accostò la propria poltrona alla sua.
«Geologia!» esclamò. «Mi ha sempre affascinato!»
La donna si tuffò a capofitto nell'argomento. Ron pensò che probabilmente l'avversione che nutriva nei suoi confronti gli si leggeva in faccia. Provò un forte desiderio di fumare, anche se non era un fumatore abituale. Gli occhi della donna avevano il colore di un acino d'uva nera pelato e troppo maturo. Si fermarono e si socchiusero. Rod capì che stava osservando l'uomo del sedile numero tredici, al quale veniva concessa la passeggiata quotidiana. Nella sala cadde il silenzio, subito interrotto da una conversazione forzata; adesso le voci vibravano di toni nuovi, più alti, mentre ognuno fingeva volutamente di ignorare il fatto che al prigioniero veniva permesso l'esercizio che secondo i medici era indispensabile al suo benessere fisico.
Gli umidi occhi viola della donna velarono i suoi pensieri. «Che schifo!» esclamò, guardando alle spalle di Rod.
Con in bocca un gusto secco e amaro, Rod inclinò il sedile e si appoggiò allo schienale, chiudendo gli occhi e lottando contro una sensazione che non riusciva a capire, né tanto meno a esprimere a parole.
Talvolta il sipario intorno al sedile numero tredici rimaneva abbassato per delle ore, finché un uomo dell'equipaggio non lo apriva. Quello era l'unico momento di intimità che l'uomo aveva a disposizione. Altre volte il prigioniero sceglieva un passeggero e continuava a seguirlo con lo sguardo finché quello non abbassava il proprio sipario. Ma in genere rimaneva seduto o sdraiato, a fissare il nulla. Poteva avere qualsiasi età compresa fra i trenta e i sessantacinque anni, però tutti sapevano che ne aveva quarantanove. Aveva i capelli bianchi, la pelle abbronzata dalle lampade della nave, gli occhi limpidi. Un perfetto esemplare d'uomo, mai ammalato, mai bisognoso d'altro che del controllo annuale che gli veniva concesso per legge. Un uomo che poteva aspettarsi di vivere ancora quarant'anni, salvo incidenti al "manubrio" stesso.
Quinto giorno. Rod e un altro passeggero, William Benton, avevano instaurato una specie di superficiale amicizia che serviva ad alleviare la monotonia. I due chiacchieravano di tanto in tanto, mentre i giorni si susseguivano; ma la cosa più piacevole di quel viaggio consisteva nel lasso di tempo razionato e prezioso che si poteva passare nella "stanza da bagno". Rod controllava l'avanzata inesorabile della lancetta del cronometro, e quando scattava il momento finale, si sentiva defraudato. Mentre l'aria calda e umida gli riempiva i pori, pensava che quello fosse qualcosa di più della familiare sensazione di pulizia; quella stanza trasmetteva senso di libertà e di solitudine. Lì dentro poteva agitare le braccia; poteva canticchiare e udire la risposta dell'eco, anche se quasi impercettibile; poteva guardare oltre l'ampiezza delle spalle o la lunghezza delle gambe, e sentirsi completamente solo. Era lo spazio, lo spazio privato che rendeva la stanza da bagno il lusso più prezioso del viaggio verso Marte: un pezzetto familiare della Terra che aveva lasciato, un frammento della vita che avrebbe di nuovo vissuto. Lì dentro poteva dimenticare di essere penetrato per migliaia di chilometri nel nulla gelido e vuoto, nel quale si sentiva un estraneo. Bastava così poco per ricatturare la sensazione della Terra, della casa.
Tornato nella poltrona letto, con il sipario abbassato e un film da guardare, provò una fuggevole punta di rimorso per il fatto di sentirsi così inebriato eppure così sereno dopo quel breve intervallo, mentre l'altro povero diavolo... Senza accorgersene aveva posato il dito sul pulsante numero tredici e senza rendersene conto l'aveva premuto. Subito si pentì della sua stupidità e premette il pulsante di annullamento, ma era sicuro di non essere riuscito a farlo prima che la chiamata comparisse sul pannello analogo nel bracciolo del sedile numero tredici. Rimase rigidamente all'erta, in attesa di un segnale, di una chiamata di risposta, di un'indicazione che il suo atto era stato notato. Non accadde nulla, e a poco a poco lui tornò a rilassarsi.
Sesto, settimo, ottavo giorno. Erano tutti uguali, tutti la copia del primo. Non accadeva nulla, tranne la routine che consentiva di restare in vita finché la nave avesse raggiunto Deimos. Eppure per Rod ogni giorno divenne un'interminabile prova di pazienza. Somma un milione all'infinito, pensò, e l'infinito rimarrà immutato. Aggiungi un solo giorno alla vita, e la vita resta sempre l'infinito. Lasciò perdere quei pensieri confusi e scoprì che gli occhi gli bruciavano per l'intensità con cui fissava l'uomo sul sedile numero tredici.
Non era possibile che un uomo mantenesse quella calma imperturbabile, quella accettazione apparentemente totale... Sembrava che anche gli altri percepissero con maggiore intensità l'esistenza di quell'uomo, e la sensazione assumeva una sfumatura di rancore nei suoi confronti, come se il suo stoicismo fosse un affronto diretto contro di loro. La conversazione diventò sporadica, meno vivace; le discussioni più roventi, più amare. E questo a dispetto dei tranquillanti che erano parte integrante della dieta. Rod e Will Benton toccarono quell'argomento durante una delle loro frequenti chiacchierate.
«Cosa diventeremmo, dopo sei mesi di questa vita?» si chiese Benton, facendo senza sforzo una serie di piegamenti sulle ginocchia.
«Cadaveri» disse Rod con voce acida. Anche gli innocui ma convinti esercizi fisici di Benton lo innervosivano. L'altro uomo non faceva mai esercizi veri e propri; si limitava a camminare avanti e indietro.
«Will» chiese all'improvviso. «Cosa pensi di lui?»
Sul viso di Benton non c'era traccia di sorpresa. Will tese le mani sopra la testa e rimase in quella posizione seguendo un proprio conteggio mentale. «Dev'essere un inferno» si limitò a rispondere.
«Di quello che ha fatto, volevo dire. Penso che non ci sia mai stato nessun dubbio...»
«Nessuno. Ha esposto la situazione in modo abbastanza preciso.» Parlava con un tono freddamente impersonale, come se si fosse trattato di una persona vissuta e morta nel Rinascimento.
«Già» brontolò Rod, mordicchiandosi un labbro, e pensando vagamente che sarebbe diventato un fumatore accanito quando avesse avuto di nuovo le sigarette a disposizione. Lo sapeva. Aveva letto e riletto la deposizione, aveva imparato a memoria tutto quanto era stato scritto in merito. L'uomo non si era mai preoccupato di negare nulla, aveva ammesso di aver previsto le possibili conseguenze e di aver proseguito per la sua strada. Rod sospirò e si esaminò l'indice, come se fosse stata una parte indipendente del suo corpo, come se fosse stato quel dito il solo responsabile del modo in cui indugiava vicino al pulsante e persino tre volte dell'atto di premerlo.
Benton si lasciò cadere sul sedile e studiò Ron con aria derisoria. «Ti ha colpito, vero? Lui, intendo.»
Rod si limitò a brontolare qualcosa, e Benton proseguì. «Non lasciarti commuovere, ti rovinerà. È tutto deciso, ormai da ventitré anni, e non puoi fare niente per cambiare la situazione. Le Nazioni Unite si rifiutano di occuparsene ormai da sette anni filati. Ed è giusto.»
«Lo so, ma quel povero diavolo...»
«Quel povero diavolo» disse Benton, strascicando le parole... ma il tono non mascherava affatto l'odio mortale che si nascondeva sotto di esso «ha ucciso i diciassette uomini del suo equipaggio. La loro morte non era affatto necessaria. Ha ucciso per viaggiare nello spazio. Ha ucciso per restarci, in prima fila, per avere gloria e denaro. Ammazzando il personale spaziale di sei paesi dell'ONU ha rischiato di spazzar via gli Stati Uniti dalla faccia della terra. E, credimi, quei sei paesi insieme potevano farlo. Lo so; era il mio lavoro, saperlo.»
Rod aggrottò le sopracciglia, e con uno sforzo cancellò l'espressione, tentando di sorridere. «D'accordo, amico» disse. «La cura ha avuto successo. Punizione adeguata al crimine, e via di seguito. D'accordo.»
Benton si sporse verso di lui e gli diede un colpetto sul braccio.
Dopo colazione Rod rimase steso nella poltrona, a pensarci.
Era successo venticinque anni prima. La quarta astronave diretta su Marte. Ed era sul punto di fallire, come le spedizioni precedenti. Si mormorava che fosse l'ora della verità. Si diceva che sarebbe bastato un altro fallimento, e l'intera struttura economica dell'Ente per lo Sviluppo Spaziale, patrocinato dalle Nazioni Unite, sarebbe caduto a pezzi. Diciotto uomini avevano affrontato la prospettiva di un fallimento, e poi uno di essi aveva scorto la strada per il successo. Uno, uno soltanto, poteva compiere il viaggio fino a Marte e tornare indietro alla stazione spaziale. Per uno solo c'era aria sufficiente nei serbatoi danneggiati dalle meteoriti. In diciotto, potevano tornare tutti sulla Terra, e la missione sarebbe stata un fallimento; ma uno solo poteva compiere tutto il viaggio, con successo. E uno lo aveva compiuto. Ed era tornato sulla Terra dopo aver piantato saldamente la bandiera delle Nazioni Unite sulla superficie rocciosa di Marte, dopo aver portato a termine l'unica missione della sua vita.
Per colpa sua, gli Stati Uniti erano stati costretti a porgere l'altra guancia. Sarebbe successa la stessa cosa se lui fosse stato francese, o polacco, o anche inglese? Ma era americano. Tutte le paure a lungo assopite di una guerra nucleare si risvegliarono ancora una volta. Le rivalità fra le grandi potenze si ridestarono, e come zombi abbandonarono le fragili tombe di trattati e accordi per aggirarsi di nuovo fra le nazioni. I razzi russi e cinesi fremettero, si rizzarono in attesa che venisse premuto un pulsante. Razzi americani scivolarono fuori da fosse profonde, orgogliosi ma sconfitti, mentre le nazioni, una dopo l'altra, scagliavano le pietre dell'insulto al gigante umiliato. E gli americani riversarono la loro confusa indignazione sull'uomo che da solo aveva coperto d'infamia duecento milioni di persone. Il criminale numero uno del pianeta fu consegnato alle Nazioni Unite.
Fu il delegato cinese, con i suoi impassibili occhi a mandorla, a raccogliere la saggezza di Confucio e la crudeltà degli imperatori per proporre la sentenza. Il colpevole doveva essere rimandato nello spazio che aveva contaminato, per trascorrere il resto della sua vita fra i pianeti.
Venti giorni. Venticinque. La nave si muoveva senza un mormorio, avvicinandosi sempre più al pianeta color ruggine, dove i radar fissavano la sua avanzata con occhiate sorprese e disinteressate. Il tuffo verso la superficie venne bloccato, e i retrorazzi cambiarono la rotta d atterraggio. Il viaggio si sarebbe concluso prima di pranzo. Stranamente Rod, di solito astemio, provò l'irresistibile desiderio di bere qualcosa di forte. Avrebbe potuto farlo, prima, ma adesso, da solo, isolato e legato alla sua cuccetta, fu sopraffatto dalla voglia di bere.
Come mai il suo corpo provava quei desideri assurdi? Il dito di Ron trovò il pulsante numero tredici senza l'aiuto degli occhi, e questa volta lo tenne premuto finché non si accese la luce di risposta.
«State bene?»
Ci fu un lungo silenzio, ma era il silenzio di un uomo che respira con ansiti affrettati, come se ognuno dovesse essere l'ultimo.
«Mi sentite?» Rod parlava lentamente, come se il suo interlocutore fosse stato uno straniero con poca familiarità con la sua lingua.
«Sì... sì. Chi...?»
«Non ha importanza. Lo rifareste?» Alle sue stesse orecchie la voce risuonò sbrigativa e sgarbata; sembrava che tutto dipendesse da quell'unica risposta, che la sua vita intera fosse stata programmata in modo che lui potesse avere quell'istante per porre la domanda. Non si accorse di trattenere il respiro.
Ci fu un altro silenzio, e poi un debole: «Sì.»
«Pensate davvero che avrebbero rinunciato completamente?» chiese con asprezza. «Pensate davvero di aver regalato al mondo lo spazio?»
«Le Nazioni Unite stavano per rinunciare... Tre astronavi erano state spazzate via... Non c'erano più fondi sufficienti... Ciò che penso adesso, ciò che sapevo allora... non lo so più. Forse avrebbero mandato la quinta astronave, la sesta, quante ne servivano. Non lo so adesso. Ma lo sapevo allora! Lo sapevamo tutti! Non vi ricordate...? Chi siete? Vi conosco?»
«No! Vi riportarono subito sulla Terra e voi fuggiste. Io vi vidi e glielo dissi. Ricordate?»
Rod ricordava benissimo, e la scena non era offuscata dai vent'anni che erano trascorsi. L'uomo si era messo a correre ed era caduto con le braccia spalancate, le dita che artigliavano il terreno, e se n'era andato con le mani piene del ricco terriccio concimato nel quale sarebbe spuntato il granturco. Dal suo nascondiglio fra gli alberi, al limitare del campo, il bambino di sette anni l'aveva visto con un senso di ripugnanza e disgusto e odio così forti da fargli venire la nausea. L'uomo non protestò e non si ribellò quando vennero a prenderlo, ma le sue mani serrarono con forza le due manciate di terra.
Rod si passò le mani sugli occhi e il ricordo sbiadì fino a svanire. Credette che nel frattempo l'uomo avesse tolto il contatto, ma la voce gli giunse di nuovo.
«Mi dispiace» disse. «Mi dispiace che abbiate assistito, che qualcuno abbia assistito.» Non disse nessuna parola di congedo, ma Rod sapeva che aveva interrotto la comunicazione e che non avrebbe mai più risposto.
L'atterraggio fu dolce. La leggera gravità divenne reale, invece di essere l'effetto del lento adagio danzato dalla nave per un pubblico inesistente. Rod non guardò in direzione del posto numero tredici quando i passeggeri si affollarono al portello ovale, collegato alla camera stagna del porto di Deimos. Avvicinandosi al portello, Rod si fermò e schioccò le dita con aria seccata.
«Ho dimenticato i campioni» mormorò, e tornò al suo sedile. Sul sedile giacevano due sacchetti di plastica contenenti terriccio terrestre, che doveva lasciar invecchiare nelle spietate condizioni atmosferiche di Marte. Con noncuranza Rod li raccolse e se li mise in tasca. Benton si girò per fargli un cenno di saluto, mentre varcava il portello a tenuta stagna.
Rod passò vicino al posto numero tredici, e senza fermarsi lasciò cadere un sacchetto di terriccio dello Iowa. Sulla porta, si voltò e per un attimo gli occhi grigio ardesia sembrarono risplendere fugacemente, forse in segno di ringraziamento, o addirittura di perdono; poi la mano si mosse e il sipario nascose la poltrona letto.
Rod uscì e alzò lo sguardo, attraverso la cupola trasparente della camera stagna, verso il mondo che lo aspettava. Non guardò più il "manubrio" alle sue spalle. Se qualcuno lo avesse osservato, avrebbe pensato che stava commentando fra sé il grande mondo desolato sospeso sulla sua testa; i suoi pensieri, invece, erano altri. "Lui capisce. Un uomo, persino un uomo nel corpo di un bambino, deve fare ciò che sente, ed essere capace di vivere sopportandone le conseguenze."
La tristezza abbandonò i suoi occhi, grigi come quelli di suo padre, mentre attraversava la camera stagna a passo svelto e fiducioso.
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