Il biglietto da visita è quantomeno insolito: un assegno di 5000 dollari. "Ho pensato che fosse il miglior modo per iniziare la conversazione" spiega la donna che lo ha appena consegnato all'imperturbabile Wolfe. Oggetto della conversazione: un delitto commesso quattro mesi prima. Questo racconto fu pubblicato per la prima volta in volume nel 1950 insieme ad altri due nella raccolta intitolata Curtains for three.
La donna prese un pezzo di carta rosa dalla borsetta, si alzò dalla poltrona di pelle rossa, mise la carta sulla scrivania di Wolfe e tornò a sedersi. Sentendo che era mio dovere tenermi informato, e per risparmiare a Wolfe lo sforzo di chinarsi in avanti, mi alzai e gli porsi il pezzo di carta, dopo avergli gettato un'occhiata. Era un assegno di cinquemila dollari, con la data di quel giorno quattordici agosto, intestato a Nero Wolfe, e firmato da Margaret Mion. Wolfe lo guardò, poi lo lasciò cadere sulla scrivania.
"Ho pensato che fosse il miglior modo per iniziare la conversazione" disse la donna.
Quando aveva telefonato nel primo pomeriggio di quella domenica per fissare un appuntamento, avevo ricordato vagamente di aver visto la sua fotografia sul giornale, alcuni mesi prima, e avevo deciso che non ci sarebbe stato niente di male nel conoscerla. Il suo fascino non consisteva in quello che aveva, ma nel modo in cui ne faceva sfoggio. La sua bocca non era bella neppure quando sorrideva, ma il sorriso era splendido. Gli occhi non erano altro che un paio di occhi castani, per niente sensazionali, ma diventava un piacere vederli girarsi su Wolfe, su me, sull'uomo che era venuto con lei e stava seduto alla sua sinistra. Calcolai che dovevano mancarle ancora un paio d'anni per raggiungere la trentina.
"Non credi che dovremmo prima rivolgere alcune domande al signor Wolfe?" domandò l'uomo, in tono forzato. Era preoccupato e non cercava di nasconderlo. Con gli occhi grigi e infossati, e la mascella volitiva, in genere doveva avere l'aria decisa, ma non quel giorno. C'era qualcosa che lo sconvolgeva. Quando la signora Mion lo aveva presentato come Frederick Weppler, avevo riconosciuto il nome del critico musicale della "Gazette", ma non ricordavo se era stato menzionato nel resoconto giornalistico che aveva causato la pubblicazione della fotografia della signora Mion. Lei scosse la testa. "Sarebbe inutile, Fred. Dobbiamo raccontargli tutto e vedere che cos'ha da dire." Sorrise a Wolfe. Forse non era un sorriso vero e proprio, ma un modo molto grazioso di muovere le labbra. "Il signor Weppler non voleva venire da voi e ho dovuto convincerlo. Gli uomini sono più prudenti delle donne, vero?"
"Sì" annuì Wolfe, aggiungendo "grazie al cielo."
La donna alzò una mano puntandola sul foglietto rosa. "Ho portato quell'assegno per dimostrarvi che faccio sul serio. Siamo in un pasticcio e vogliamo che voi ci
tiriate fuori. Desideriamo sposarci e non possiamo. Cioè... sto parlando per me stessa... desidero sposarlo." Guardò Weppler e questa volta fu senza dubbio un sorriso. "Vuoi sposarmi, Fred?"
"Sì" mormorò lui. Alzò il mento e fissò Wolfe con espressione di sfida. "E' terribilmente imbarazzante. Non sono affari vostri, ma siamo venuti a chiedervi di aiutarci. Ho trentaquattro anni ed è la prima volta che...» S'interruppe. Dopo un po continuò, con voce dura: "Sono innamorato della signora Mion e la voglio sposare." Voltò gli occhi verso il suo amore mormorando: "Peggy!"
Wolfe grugnì. "Lo accetto come provato. Volete sposarvi. Perché non lo fate?"
"Perché non possiamo" rispose Peggy. "Per colpa... Avete letto i resoconti della morte di mio marito, quattro mesi fa? Alberto Mion, il cantante lirico?"
"Sì, ma sarà meglio che mi rinfreschiate la memoria."
"Be...' si uccise." Il sorriso era scomparso completamente. "Il signor Weppler e io lo trovammo, alle sette di un martedì pomeriggio, nel nostro appartamento in East End Avenue. Proprio quel pomeriggio Fred e io ci eravamo accorti di amarci e...»
"Peggy!" esclamò Weppler con voce dura.
Gli occhi della donna rotearono verso di lui, poi tornarono su Wolfe. "Sarà meglio che glielo spieghiate voi, signor Wolfe. Secondo lui basta dirvi quel tanto sufficiente per farvi capire il problema, secondo me non potete capirlo se non vi diciamo tutto. Non ho ragione?"
"Certo. Devo sapere tutto. E se non basterà, vi farò delle domande."
Peggy annuì. "Penso che ce ne farete molte. Siete mai stato innamorato da morire?" "Mai" esclamò Wolfe. Cercai di restare impassibile.
"Io sì e lo ammetto. Ma non lo sapeva nessuno, neanche Fred. Fino a quel pomeriggio. Fred era venuto a pranzo. Poi gli altri se ne andarono." E fu la volta di una occhiata implorante a Weppler. "So che è imbarazzante, Fred, ma se non capisce come stavano le cose non potrà capire neanche perché sei salito da Alberto."
"E' proprio necessario che capisca?" domandò Weppler.
"Ma è naturale!" Peggy si rivolse di nuovo a Wolfe. "Lui decise di parlare subito con mio marito, per spiegargli la situazione. Perciò salì...»
"Salì?"
"Sì. Il mio appartamento ha due piani. In quello di sopra c'è lo studio di mio marito, isolato acusticamente nel modo più completo. Fred salì...»
"Ti prego, Peggy" la interruppe Weppler. Si rivolse a Wolfe. "Sarà meglio che ve lo racconti io. Salii per dire a Mion che ero innamorato di sua moglie, che anche lei mi amava e per chiedergli di comportarsi come un uomo moderno. Il divorzio non stupisce più nessuno, oggi, ma lui non la pensava così. Era tutt'altro che evoluto. Non che fosse violento, ma terribilmente meschino. Dopo un po temetti di essere sul punto di fargli quello che gli aveva fatto Gif James, perciò me ne andai. Non volevo tornare dalla signora Mion nello stato d'agitazione in cui mi trovavo, quindi lasciai lo studio dalla porta che dava sulle scale e presi l'ascensore." S'interruppe. Dopo un po, proseguì: "Feci due passi nel parco. Quando mi fui calmato, telefonai alla signora Mion, che mi raggiunse. Le spiegai qual era stato l'atteggiamento di Mion e le chiesi di venir via con me. Non accettò. Ma se dovete sapere tutto, sarà bene che vi spieghi due cose. E cioè, che la signora Mion aveva e ha tuttora del denaro suo, cosa che rappresentava per Mion una grande attrazione. Non per me, però. Inoltre, la signora Mion non voleva lasciare subito suo marito. Penso che sappiate che era stato il primo tenore del Metropolitan per cinque o sei anni, e che la sua voce non era più la stessa... almeno in quel periodo. Gifford James, il baritono, l'aveva colpito con un pugno alla laringe nei primi giorni di marzo e Mion non aveva potuto terminare la stagione. Era stato sottoposto a un'operazione, ma la voce non era tornata. Naturalmente era sconvolto e la signora Mion non voleva lasciarlo in quelle condizioni. Cercai di convincerla, ma non ci riuscii. Quel giorno ero in uno stato d'animo particolare, sia perché avevo scoperto di essere innamorato, sia per l'atteggiamento di Mion. Perciò lasciai la signora nel parco e mi ficcai in un bar a bere. Verso le sette decisi di andare a prenderla, perché non volevo che passasse un'altra notte con quell'uomo. Arrivato in East EndAvenue, salii al dodicesimo piano e rimasi per le scale per una decina di minuti, prima di decidermi a suonare il campanello. Dissi a Peggy che dovevamo salire insieme a parlare con suo marito. Salimmo e...»
"Usando l'ascensore?"
"No, parlo delle scale interne dell'appartamento. Entrammo nello studio. Mion era sul pavimento. Ci avvicinammo a lui: aveva un buco in testa ed era morto. Costrinsi la signora Mion a uscire di lì, e sulla scala, che è troppo stretta per far passare due persone insieme, cadde e rotolò fino in fondo. La portai nella sua camera da letto e la feci sdraiare, poi mi diressi verso il telefono, ma pensai di fare prima una cosa. Scesi al pianterreno, dove interrogai il portiere e il ragazzo dell'ascensore per sapere chi era andato nello studio di Mion quel pomeriggio. Mi dettero i nomi, che scrissi. Poi risalii nell'appartamento e telefonai alla polizia. Subito dopo pensai che un profano non può mai dire se un uomo è veramente morto, perciò feci venire un medico, il dottor Lloyd, che abita nello stesso edificio. Venne immediatamente, e io lo accompagnai nello studio. Restammo là al massimo tre o quattro minuti, prima dell'arrivo del primo poliziotto, e naturalmente...»
"Un momento" lo interruppe Wolfe. "Non avete ancora accennato al pasticcio in cui vi trovate." "Ci sto arrivando...»
"Cercate di fare alla svelta, allora. La mia memoria è già stata rinfrescata. Il medico e la polizia decisero che era morto. Il colpo era partito mentre aveva la canna della pistola in bocca e gli aveva fatto saltare un pezzo del cranio. La rivoltella, trovata sul pavimento vicino a lui, era di sua proprietà e veniva tenuta nello studio. Non fu trovata traccia di lotta, né di altre ferite sul cadavere. La perdita della voce era un eccellente motivo per il suicidio. Perciò, dopo un'indagine durante la quale venne discussa l'impossibilità di ficcare la canna di una rivoltella nella bocca di un uomo senza che questi si ribelli, fu deciso che si trattava di suicidio. Giusto?"
Risposero tutti e due di sì.
"La polizia ha riaperto il caso? O sono nate delle chiacchiere?" Risposero tutti e due di no.
"Allora andate avanti. Qual è il pasticcio?"
"Noi" rispose Peggy.
"Perché? C'è qualcosa che non va?"
"Tutto." Peggy fece un gesto disperato. "No, voglio dire... non tutto, una cosa. Dopo la morte e l'inchiesta, andai via per un po. Quando tornai rividi Fred. Ci siamo visti spesso, in questi ultimi due mesi, ma non va. L'altro ieri sono andata da alcuni miei amici nel Connecticut. C'era anche lui. Nessuno dei due sapeva che ci sarebbe stato anche l'altro. Abbiamo approfittato per discutere la cosa e abbiamo deciso di venire da voi. Cioè, l'ho deciso io, ma siccome non voleva che venissi da sola, mi ha accompagnato." Peggy si chinò in avanti e guardò Wolfe con occhi disperati. "Dovete aiutarci, signor Wolfe. Lo amo tanto! Anche lui mi ama, lo so! Ieri pomeriggio avevamo deciso di sposarci in ottobre, poi ieri sera abbiamo cominciato a parlare... Ma non era quello che ci dicevamo, era nei nostri occhi, è sempre nei nostri occhi quando ci guardiamo. Non possiamo sposarci con quella cosa negli occhi e...» Rabbrividì. "Non possiamo! Sarebbe orribile! E' una domanda che continua a ossessionarci: chi ha ucciso Alberto? Non credo che sia stato lui, e spero che neppure lui creda che sono stata io, ma il sospetto ci resta negli occhi e...» Tese le mani. "Dobbiamo scoprire come stanno le cose!"
Wolfe sbuffò. "Sciocchezze! Avete bisogno di uno psichiatra o di una buona sculacciata. I poliziotti possono anche essere corti di comprendonio, ma non fino a questo punto. Se sono soddisfatti...»
"E' questo il punto! Non sarebbero soddisfatti, se noi avessimo detto la verità!" "Oh!" Le sopracciglia di Wolfe salirono di qualche millimetro.
"Avete mentito alla polizia?"
"Sì. Anzi, non abbiamo mentito. Ci siamo limitati a non dire la verità. Non abbiamo detto che quando siamo entrati nello studio la rivoltella non c'era."
"Ma guarda. Ne siete certa?"
"Certissima. Ricordo esattamente tutti i particolari della scena. La rivoltella non c'era." Wolfe esplose, rivolto a Weppler: "Ne siete certo anche voi?"
"Sì. Peggy ha ragione."
Wolfe sospirò. "E va bene" concesse. "Vedo che siete realmente in un pasticcio. Sculacciarvi non servirebbe a niente."
Mi agitai sulla sedia, per via di un brivido alla spina dorsale. La casa di arenaria di Nero Wolfe, nella Trentacinquesima Strada, è un luogo piacevolissimo in cui vivere e lavorare, sia per Fritz Brenner, cuoco e maggiordomo, sia per Theodore Horstmann, balio delle diecimila piante di orchidea ospitate nella serra sul tetto. E' un luogo piacevole anche per me, Archie Goodwin. Considero il mio lavoro molto interessante, dato che l'aiutante di un famoso investigatore privato si trova alle prese con tutti i tipi di pasticci e di problemi, dal furto di gioielli al ricatto su larga scala. Pochissimi clienti riescono ad annoiarmi, ma solo una cosa mi dà i brividi alla spina dorsale: l'omicidio. E se quella coppia di innamorati parlava sul serio, questa volta era una faccenda seria.
Quando se ne andarono, due ore più tardi, avevo riempito quasi tre taccuini di appunti. Se ci avessero pensato bene prima di fissare un appuntamento con Wolfe, probabilmente non sarebbero venuti. Tanto per cominciare volevano che indagasse su un omicidio commesso quattro mesi prima. Poi, chiedevano una prova convincente che nessuno dei due poteva aver assassinato Alberto Mion. Infine, pretendevano che, se avesse scoperto che l'assassino era uno di loro, dimenticasse la cosa. Non l'avevano messa a questo modo, naturalmente, perché sostenevano di essere tutti e due innocenti, ma il risultato era lo stesso. Wolfe decise di parlar chiaro.
"Se accetto il caso e trovo le prove per far condannare qualcuno per omicidio, non importa chi, sarò io a stabilire come usarle. Ma se volete lasciar perdere subito, ecco il vostro assegno. I taccuini del signor Goodwin saranno distrutti. Dimenticheremo che siete stati qui."
Furono sul punto di alzarsi e di battersela, specialmente Fred Weppler, ma non ne fecero niente. Si guardarono, e "la cosa" apparve di nuovo nei loro occhi. Ormai avevo deciso che mi piacevano tutti e due e cominciavo quasi ad ammirarli. Quando si guardarono, era come se dicessero: "Andiamocene, amore, e dimentichiamo tutta questa storia" E poi: "Sì, oh, sì... Ma non deve essere bello solo per un giorno o per una settimana. Dev'esserlo per sempre... E lo sappiamo...». Ci voleva del coraggio per tener duro a quel modo e per un attimo mi sentii intenerire. Ma c'erano i cinquemila dollari sulla scrivania di Nero Wolfe.
I taccuini erano zeppi di informazioni disparate. C'erano centinaia di particolari che potevano anche risultare poco pertinenti, come la profonda antipatia reciproca tra Peggy Mion e Rupert Grove, l'agente teatrale di suo marito, o il fatto che Gifford James aveva assalito Mion di fronte a molti testimoni, o l'atteggiamento di varie persone nei confronti della richiesta di danni inoltrata da Mion. Naturalmente Wolfe aveva incanalato la conversazione soprattutto verso la rivoltella. Era un'arma nuova: Mion l'aveva acquistata il giorno dopo la lite con James, non per vendicarsi, almeno così aveva affermato, ma per difendersi. L'aveva sempre portata in tasca, quando usciva, e a casa la teneva nello studio, sul piedistallo di un busto di Caruso. A quanto risultava, l'arma aveva esploso solo la pallottola che aveva ucciso Mion. Quando era arrivato il dottor Lloyd, e Weppler l'aveva accompagnato nello studio, la rivoltella era sul pavimento, vicino al ginocchio di Mion. Peggy era sicura di non averla vista, quando lei e Fred erano entrati nello studio. La polizia non aveva fatto dichiarazioni circa le impronte digitali, cosa naturalissima, dato che non sono mai state trovate, tranne poche eccezioni, delle impronte utili sulla scena di un omicidio.
A poco a poco eravamo riusciti a ricostruire il quadro della giornata. La mattinata era trascorsa tranquillamente, fino al pranzo che aveva riunito cinque persone: Mion, Peggy, Fred, una certa Adele Bosley e il dottor Lloyd. Più che un pranzo, era stata una riunione dagli scopi ben chiari. Seppi così che Fred era stato invitato perché quel giorno Mion voleva convincerlo a scrivere un articolo sulla "Gazette", per smentire che Mion non fosse più in grado di cantare. Adele Bosley, capo ufficio stampa del Teatro dell'Opera, si era offerta di aiutare Mion nell'impresa. Il dottor Lloyd era stato invitato perché, come medico curante di Mion, assicurasse che l'operazione era riuscita perfettamente e che il grande tenore sarebbe stato in grado senza dubbio di ritornare sulle scene per la nuova stagione lirica. Non era accaduto niente di eccezionale, tranne che Fred aveva accettato di fare l'articolo. Adele Bosley se n'era andata con Lloyd, Mion era salito nel suo studio, e Fred e Peggy si erano guardati e avevano scoperto improvvisamente il fatto più importante della storia dal Giardino dell'Eden in poi.
Un'ora più tardi c'era stata un'altra riunione, questa volta nello studio, ma né Fred né Peggy vi avevano partecipato. Quindi potevano riferire solo quello che avevano sentito dire: oltre a Mion e al dottor Lloyd c'erano state altre quattro persone. Il signor Rupert Grove, agente teatrale di Mion, il signor Gifford James, il baritono che aveva colpito Mion alla laringe sei settimane prima, e il giudice Henry Arnold, legale di James. La riunione era stata indetta per discutere la richiesta fatta da Mion a Gifford James, per il pagamento di duecentocinquantamila dollari a titolo di risarcimento danni. Secondo Fred e Peggy, la riunione si era riscaldata molto, soprattutto quando Mion aveva preso la rivoltella dal busto di Caruso e l'aveva piazzata sul tavolo, davanti a sé. Sembrava assodato, comunque, che la rivoltella non era stata usata. Era provato anche che Mion era vivo e vegeto, a riunione conclusa. Aveva fatto due telefonate: prima al barbiere e poi a una ricca sovvenzionatrice del Teatro dell'Opera. Il suo agente, Rupert Grove l'aveva chiamato più tardi e verso le cinque e mezzo Mion aveva ordinato alla cameriera di portargli una bottiglia di vermout e ghiaccio.
Cercai di afferrare bene tutti i nomi, perché a quanto sembrava dovevamo collegarne almeno uno con l'omicidio, ma prestai speciale attenzione all'ultimo: Clara James, figlia di Gifford, e questo per tre ragioni. Primo: Gifford aveva aggredito Mion perché sospettava, o sapeva, che Mion si fosse comportato in modo scorretto con sua figlia. Secondo: il suo nome era l'ultimo della lista scritta da Fred dopo aver interrogato il portiere sulle persone che erano salite quel pomeriggio nello studio di Mion. A quanto pareva, verso le sei e un quarto la ragazza era salita al tredicesimo piano, dove si trovava lo studio. Poi aveva preso l'ascensore per il dodicesimo e vi si era fermata una decina di minuti, prima di andarsene. Terzo: quando Fred l'aveva lasciata sola nel parco, Peggy era tornata a casa, arrivando verso le cinque. Non era salita nello studio e non aveva visto suo marito. Verso le sei e mezzo era andata ad aprire la porta personalmente, perché la cameriera era in cucina con la cuoca, e si era trovata davanti a Clara James. Clara era pallida e tesa, ma pare che pallida e tesa lo fosse sempre. Aveva chiesto di Alberto. Peggy aveva risposto che doveva essere nello studio, e Clara aveva affermato che non c'era, ma che non aveva importanza, e se n'era andata. Una mezz'oretta più tardi era arrivato Fred ed erano saliti insieme. Avevano trovato Alberto, ma non era più sano e vegeto. Alla fine, Wolfe ritornò alla pistola, e quando Peggy e Fred dissero che non ne sapevano altro, si fece caustico. La cosa non scompose i due innamorati e Wolfe si accigliò, esplodendo: "Quale dei due mente?"
"Che sciocchezze!" esclamò Fred Weppler.
"Perché saremmo venuti qui a darvi quell'assegno per poi mentire?" protestò Peggy. "Sarei una bella sciocca." "Infatti" rispose Wolfe, freddamente. Le puntò contro un dito. "Sentite, niente di quanto mi avete raccontato è assurdo, tranne una cosa. Chi ha messo la rivoltella sul pavimento vicino al cadavere? Quando siete entrati
nello studio non c'era, e vi credo. Ve ne siete andati e voi siete caduta per le scale. Il signor Weppler vi ha presa in braccio per portarvi nella vostra stanza. Non eravate svenuta, vero?"
"No." Peggy lo guardò negli occhi. "Avrei potuto benissimo camminare, ma... ma Fred ha preferito prendermi in braccio."
"Non ne dubito. Siete rimasta nella vostra stanza. Lui è andato dal portiere per sapere quali persone erano salite nello studio quel pomeriggio. Dal momento in cui avete lasciato lo studio col signor Weppler e l'arrivo del dottore non erano trascorsi più di quindici minuti. La porta dello studio che dà sulle scale è munita di serratura automatica, ed era chiusa, quindi nessuno può essere entrato durante quei quindici minuti. Avete affermato di essere uscita dalla camera da letto per andare nel soggiorno e che nessuno avrebbe potuto salire senza essere visto da voi. La cameriera e la cuoca erano in cucina, all'oscuro di quanto stava accadendo. Perciò nessuno è entrato nello studio a mettere la rivoltella sul pavimento."
"Eppure qualcuno c'è entrato" ripeté Fred.
Peggy insistette: "Non sappiamo se qualcuno aveva la chiave."
"Me l'avete già detto" sbuffò Wolfe. "Anche se tutta la città avesse le chiavi dello studio, non ci crederei. Non ci crederebbe nessuno. Vero, Archie?"
"Nossignore."
"Vedete?" esclamò Wolfe, rivolto ai due innamorati. "Il signor Goodwin non ha alcun pregiudizio contro di voi. Anzi. E' pronto a farsi in quattro pur di aiutarvi. Guardate come resta indietro con i suoi appunti per il solo piacere di guardarvi mentre vi fissate negli occhi. Ma è d'accordo con me quando dico che mentite. Dato che nessun altro può aver messo la rivoltella sul pavimento, è stato uno di voi. Devo saperlo." Si rivolse a Fred. "Supponiamo che abbiate aperto il cassetto della toilette della signora Mion per prendere dei sali e che vi abbiate trovato la pistola. Che cosa avreste fatto? Esattamente quello che avete fatto: l'avete portata nello studio, senza dirlo a nessuno. Oppure...»
"No!" esclamò Fred. "Lo nego."
Wolfe guardò Peggy. "Oppure supponiamo che siate stata voi a trovarla nella vostra stanza da letto, dopo che il signor Weppler era sceso...»
"E' assurdo!" scattò Peggy. "Come avrebbe potuto trovarsi nella mia stanza da letto, se non ce l'avessi messa io? Alle cinque e mezzo mio marito era vivo. Sono rimasta nel mio appartamento dalle cinque alle sette, quando è arrivato Fred. Perciò, a meno che non sospettiate...»
"E va bene" concesse Wolfe. "Non nella stanza da letto, allora. Da qualche altra parte. Ma non posso andare avanti finché non mi avete detto tutto. Accidenti, le rivoltelle non hanno le ali. Mi aspetto un sacco di bugie da tutti gli altri, ma da voi esigo assolutamente la verità."
"L'avete avuta" dichiarò Fred. "Non è vero."
"E' inutile." Fred si alzò. "Vieni, Peggy."
Si guardarono, e i loro occhi ricominciarono tutto da capo. Quando arrivarono al punto in cui dicevano: "Dev'essere per sempre", Fred si rimise a sedere. Ma Wolfe, non avendo nessuna parte nel bello spettacolo, strombazzò: "Visto che è inutile, non parliamone più."
Toccava a me. Se Wolfe si fosse compromesso apertamente sbattendoli fuori, niente l'avrebbe più fatto tornare indietro. Mi alzai, presi il bell'assegno rosa dalla sua scrivania e lo misi sulla mia assicurandolo con un fermacarte. Poi mi rimisi a sedere e sogghignai. "Ammetto che avete ragione" dissi, "e che l'avete dimostrato. Un giorno o l'altro dovremmo fare una bella lista di tutti i clienti che ci hanno mentito. Però i loro quattrini ci hanno fatto comodo. Non sono rimasto indietro con gli appunti tanto da non potermi rimettere in pari. Devo continuare?"
"A proposito di quegli appunti" esclamò Fred Weppler in tono reciso. "Voglio chiarire una cosa. Siamo venuti qui per mettervi al corrente di un problema in via del tutto segreta. Ma se direte alla polizia o a chiunque altro che abbiamo affermato che la rivoltella non era vicino al cadavere al momento della scoperta, dirò che mentite. Negheremo tutto!" Si voltò a guardare la sua bella. "Vero, Peggy?"
"Non lo riferiranno alla polizia" affermò Peggy, con lodevole lealtà.
Wolfe li stava fissando, con le labbra strette. A quanto pareva, con l'assegno sulla mia scrivania pronto a proseguire per la banca, aveva deciso di aggiungere Peggy e Fred alla lista dei clienti che ci avevano mentito. Cercò di riposarsi gli occhi aprendoli completamente, poi li richiuse. "Spero che vi rendiate conto che vi considero praticamente innocenti. Ma in vita mia ho fatto tante supposizioni sbagliate, che ormai non valgono più niente. Sospettate qualcuno per la morte del signor Mion?"
Scossero la testa.
"Io sì." Lo guardarono con gli occhi sbarrati. "Si tratta solo di un'altra supposizione, ma mi piace. Tanto per cominciare, devo vedere le sei persone che avete nominato. Dato che non volete che parli di omicidio, sarà bene trovare uno stratagemma. Vostro marito ha lasciato un testamento, signora Mion?" Peggy annuì. "Siete la sua unica erede?" Peggy annuì di nuovo. "Benissimo. Allora dirò che voglio parlare con quelle sei persone perché mi avete incaricato di definire la richiesta di danni di vostro marito."
"Non è possibile!" urlò Peggy, sconvolta, "Non potrei! Non mi passa neanche per la testa di chiedere a Gif di pagare...»
Wolfe picchiò il pugno sulla scrivania. "Accidenti!" ruggì. "Fuori! Andatevene! Credete che gli omicidi si risolvano ritagliando pupazzi di carta? Prima mi mentite, e adesso vi rifiutate di disturbare la gente, incluso l'assassino. Presto, Archie, sbatteteli fuori!"
"Come volete" borbottai, alzandomi. Mi rivolsi ai nostri ex clienti. "Provate all'Esercito della Salvezza, a loro piace molto aiutare la gente."
Si guardarono. "E va bene" mormorò Fred, "come scusa mi sembra valida, tanto per spiegare il vostro intervento, e...»
Anche Peggy si arrese.
FINE PRIMA PUNTATA
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