venerdì 30 agosto 2024

New York, New York

 

Stati Uniti, 1982 / Barbara Avedon, Bamey Rosenzweig, Barbara Corday

Impegnate in uno dei peggiori quartieri di New York, Chris Cagney (Meg Foster) e Mary Beth Lacey (Tyne Daly) sono due donne poliziotto grintose e capaci che si realizzano nel lavoro anche se hanno un'intensa vita privata. La prima era single ma non disdegnava la corte di effimeri boy-friend, mentre la
seconda era fin troppo sposata (con problemi di mutuo, figli e cucina).


Primo telefilm poliziesco incentrato su due donne, Cagney and Lacey (questo il titolo originale della serie) era simpatico e ben realizzato anche se aveva dovuto far fronte a non poche difficoltà. Nel pilot, andato in onda l'8 ottobre
1981, c'era Loretta Swit nei panni di Chris Cagney, ma l'attrice non poté poi apparire nei telefilm perché impegnata in Mash; così fu scritturata Meg Foster.


Dopo la prima stagione, non si sa bene se per problemi contrattuali o perché, come scrisse TV Guide, il settimanale più diffuso negli Stati Uniti, la CBS
considerava la sua interpretazione "troppo dura e poco femminile", la Foster venne sostituita da Sharon Gless. La serie venne cancellata all'inizio del 1983, ma le proteste dei telespettatori si fecero sentire e la casa di produzione approntò sette nuovi episodi. 


Questi ottennero un tale successo che i telefilm di Cagney and Lacey vennero continuati e nel 1985 si aggiudicarono ben sei Emmy, I'Oscar televisivo, come miglior serie, realizzazione, scenario, montaggio, suono e attrice (Tyne Daly). Tra gli altri interpreti possiamo ricordare Al Waxman nei panni del tenente Ben Samuels, Jobn Karlen in quelli di Harvey, il marito della Lacey, e Cari Lumbly, Martin Kove e Sidney Clute in quelli dei detective Mark Petrie, Vietar Isbecki e Paul La Guardia.

L'originalità della serie andava comunque ben al di là dell'idea di aver scelto due donne per un lavoro tradizionalmente svolto quasi esclusivamente dagli uomini, tanto nella realtà quanto nei telefilm.


giovedì 29 agosto 2024

URANIA n.4 - Jack Williamson: Il Figlio Della Notte



La ragazza si avvicinò a Will Barbee mentre lui, ritto davanti al terminal di
vetro e cemento di Trojan Field, il nuovo aeroporto municipale di Clarendon,
osservava il cielo di piombo cercando di scorgere gli aerei in arrivo. Non
c'era alcun motivo perché Will dovesse sentirsi percorrere da un brivido tale
da fargli battere i denti: ma forse era stata soltanto una folata dell'umido
vento di levante.
Snella ed elegante nella bianca pelliccia, la ragazza gli trasmetteva un'oscura
sensazione di gelo. Tuttavia, aveva una incredibile massa di capelli rossi; e
bianca e flessuosa com'era, il volto serio e dolce, confermò la prima
impressione ricevuta da Will: che fosse qualcosa di straordinariamente
prezioso e bello. Lo fissò, e la bocca di lei parve incurvarsi in un accenno di
sorriso.
Barbee, col fiato mozzo, esaminò più attentamente quegli occhi che lo
guardavano sorridendo gravi: erano proprio verdi, verdissimi. La scrutò,
cercando di spiegarsi quel freddo brivido di allarme istintivo, e si rese conto
di provare un'attrazione altrettanto istintiva. Gli parve illogico: la vita lo
aveva reso cinico in fatto di donne, e si considerava ormai immune al loro
fascino.
Il tailleur di gabardine verde che la ragazza portava sotto la pelliccia,
semplice e severo, era di certo molto costoso, e la tinta si intonava al colore
degli occhi. Contro le raffiche gelide di quel grigio pomeriggio d'ottobre, la
ragazza era difesa da una specie di cappotto di pelo candido e folto, che a
Will parve di lupo artico: albino, probabilmente. Il gatto però era davvero
strano.
Dall'apertura della borsa di coccodrillo che le pendeva dal braccio, e
sembrava che intorno a esso fosse avvolto un rettile vivo, un gattino spuntava
fuori con aria soddisfatta; un piccolo micio nato da poco, tutto nero, con un
bel nastro di seta rossa annodato intorno al collo. Insieme, erano una perfetta
immagine di serena innocenza. Ma quel micino che sbatteva gli occhi alle
luci che si rincorrevano nel crepuscolo, portava una nota discorde. La ragazza
non sembrava il tipo che gioisse della compagnia di una bestiola così tenera.
E la sua apparenza di giovane e determinata donna d'affari non sembrava
proprio conciliabile con l'inclusione di un gattino nero, sia pur piccolo e
grazioso, fra gli accessori d'abbigliamento. Barbee si chiese dove e quando
l'avesse conosciuta. Clarendon non era certo una grande città, e un cronista
come lui, che va dappertutto, dei capelli rossi come quelli li avrebbe visti e
ricordati anche se fosse stato cieco. La guardò ancora, dubbioso che quegli
occhi verdi si dedicassero proprio a lui.
La ragazza continuava a fissarlo.
«Barbee?», chiese con voce morbida e piena, una voce che rivelava una
vitalità così intensa da possedere quasi una sfumatura gutturale.
«Will Barbee», rispose lui. «Cronista del Clarendon Star. »
Si era illuso che un così modesto particolare potesse sembrare interessante
alla ragazza.
«Il direttore stasera vuole che prenda due piccioni con una sola fava», riprese,
a corto di argomenti. «Il primo piccione sarebbe il colonnello Walraven, che
ha piantato Washington e la burocrazia per tornarsene a Clarendon, dove
spera di essere eletto senatore. Ma avrà ben poco da dire alla stampa, prima di
aver parlato con Preston Troy.»
Il gattino sbadigliò mentre le luci si accendevano, e la piccola folla di parenti
e amici in attesa si accalcò lungo la rete metallica che divideva il pubblico dal
campo. Intanto, gli intensi occhi verdi della ragazza non s'erano staccati per
un attimo dalla sua faccia, e la sua voce magica domandò dolcemente:
«E il secondo piccione?». 

 

mercoledì 28 agosto 2024

Kurt Julian Weill

Compositore e musicista tedesco naturalizzato statunitense, Weill nacque a Dessau, nell'odierno land tedesco della Sassonia-Anhalt, il 2 marzo del 1900 in una famiglia ebraica ashkenazita, terzogenito dei quattro figli di Albert Weill (1867-1950), chazan della sinagoga di Dessau, e di Emma Ackermann (1872-1955), una casalinga. Iniziò lo studio della musica da bambino presso il teatro regio ducale della propria città, passando poi, nel 1915, sotto la guida di Albert Bing, primo kapellmeister del teatro. Nel 1918, sotto l'incoraggiamento di Bing, s'iscrive presso la Hochschule für Musik di Berlino, dove segue i corsi di composizione e direzione d'orchestra, tenuti rispettivamente da Engelbert Humperdinck e Rudolf Krasselt. Tuttavia, sia per motivi finanziari, sia per una sua certa estraneità al clima musicale della Hochschule, nell'estate dell'anno seguente fece ritorno a Dessau, diventando dapprima maestro sostituto di Albert Bing e di Hans Knappertsbusch del teatro regio ducale e poi direttore della piccola compagnia d'opera di Lüdenscheid (in Vestfalia).

Nel 1920, con la nomina di direttore di Franz Schreker della Hochschule für Musik, Weill considerò l'idea di tornare a Berlino a studiare con Schreker stesso ma, su consiglio dell'amico Hermann Scherchen, scelse i corsi che Ferruccio Busoni era stato appena invitato a tenere presso l'Akademie der Künste, che frequentò per ben tre anni. In quegli anni Weill conobbe molti intellettuali legati ai circoli espressionisti del tempo, in modo particolare col Novembergruppe, di cui facevano parte Philipp Jarnach, Hanns Eisler, Bertolt Brecht che promosse nella Berlino degli anni venti un'ampia attività culturale di concerti, letture pubbliche, mostre e prime di film. 
Ormai noto e stimato in Germania, grazie al suo grandissimo senso teatrale, si fece conoscere anche in Francia (del 1923 è il suo successo alla Salle Gaveau di Parigi) e in tutta Europa. Tuttavia nel 1933, malgrado la sua fama e il successo dell'ultimo suo lavoro con Kaiser Der Silbersee ("Il lago d'argento"), fu costretto a fuggire per le persecuzioni naziste. Gli anni dell'esilio, prima in Francia poi nel Regno Unito, furono molto difficili, nonostante la stima e l'aiuto di musicisti come Bruno Walter, Darius Milhaud e Arthur Honegger. Nel 1935 si rifugia negli Stati Uniti fino alla morte. 
Una chicca: Il 19 ottobre 1938 va in scena il musical Knickerbocker Holiday all'Ethel Barrymore Theatre per Broadway per la regia di Joshua Logan con Walter Huston arrivando a 168 recite e rendendo nota la canzone September Song.

Nel 1929 fu pubblicata "Kleine Dreigroschenmusik", Musica triade piccola, una suite con musica da "L'opera da tre soldi di Brect". La suite è stata preparata per un'ensemble di fiati, piano e percussioni.
Lo stesso Weill era molto soddisfatto di questa suite e scrisse al suo editore: “Ne sono molto contento. Credo che il pezzo possa essere riprodotto molto, poiché è proprio quello che ogni direttore desidera: un pezzo scattante con cui terminare”. La suite contiene 8 movimenti. 

martedì 27 agosto 2024

MONDADORI n.4 - Anna Katharine Green: Il mistero delle due cugine



Ero da circa un anno il terzo socio dello studio legale Veeley,
Carr & Raymond quando una mattina, assenti temporaneamente
sia Veeley sia Carr, nel nostro ufficio entrò un giovanotto il cui
aspetto rivelava una fretta e un'agitazione tali che, al suo
avvicinarsi, mi alzai involontariamente, chiedendo con impeto:
- Che cosa c'è? Non avrete cattive notizie, spero.
-Sono venuto per vedere il signor Veeley. È in ufficio?
-No- risposi.- Stamane è stato chiamato inaspettatamente
a Washington e non potrà tornare prima di domani. Ma se volete
dire a me ...
- A voi, signore?- ripeté lui, fissandomi con occhio gelido;
poi, apparentemente soddisfatto dell'esame, continuò: - Non ho
motivo di non farlo: la mia incombenza non è un segreto. Sono
venuto a informare che il signor Leavenworth è morto.
-Il signor Leavenworthl - esclamai, dando un passo indietro.
Leavenworth era un vecchio cliente del nostro studio, per non
dire nulla della sua grande amicizia con Veeley.
- Sì, assassinato; ucciso con una pallottola alla testa da
qualcbe sconosciuto, mentre era in biblioteca, alla sua scrivania.
- Ucciso! Assassinato! - Non potevo credere alle mie
orecchie.- Come? Quando?- ansimai.
- Sta notte. Almeno, così supponiamo. È stato trovato soltanto
questa mattina. lo sono il segretario privato del signor
Leavenworth - spiegò - e abito in casa sua. È stato un colpo
terribile- proseguì- specialmente per le signorine.
- Terribile! - gli feci eco. - li signor Veeley ne sarà
sconvolto.
- Sono tutte sole - continuò lui, con un tono pratico e
dimesso che in seguito scoprii essere una sua costante
caratteristica. - le signorine Leavenworth, voglio dire, le nipoti
del signor Leavenworth. E siccome oggi in casa d sarà
un'inchiesta, si ritiene opportuna la presenza di qualcuno in
grado di consigliarle. Il signor Veeley era il migliore amico del
loro zio, e com'è naturale mi hanno mandato a cercarlo; ma, data
la sua assenza, ora non so bene che fare o dove andare.
- ro per le signorine sono un estraneo - replicai con
titubanza - ma se posso essere di qualche aiuto, il mio rispetto
per il loro zio è tale ...il segretario mi guardò con un'espressione che mi troncò la
parola in bocca. Pur continuando a fissarmi in viso, la sua pupilla
si era a un tratto dilatata, e pareva abbracciare tutta la mia
persona. - Non saprei - osservò finalmente, aggrottando
lievemente le sopracciglia come se volesse farmi capire che non
era del tutto soddisfatto della piega che stavano prendendo le
cose. - Forse sarebbe meglio. le signorine non vanno lasciate
sole ...
- Non dite altro. Verrò. - E, sedutomi alla scrivania, vergai
un affrettato messaggio per Veeley; dopodiché, fatti i pochi altri
preparativi necessari, accompagnai il segretario gill in strada.
- Ora - dissi - raccontatemi tutto ciò che sapete di questa
cosa tremenda.
- Tutto ciò che so? Basteranno poche parole. L'ho lasciato ieri
sera seduto come al solito al tavolo della biblioteca, e l'ho
trovato stamane seduto allo stesso posto c quasi nella stessa
posizione, ma con un foro in testa grande come la punta del mio
dito mignolo.
-Morto?
-Morto stecchito.
- Orribile! - esclamai. Poi, dopo un momento: - Non
potrebbe essere un suicidio?
- No. La pistola con cui è stato commesso il fatto non è stata
trovata.
- Ma se è un delitto, deve esserci un movente. Il signor
Leavenworth era un uomo troppo buono per avere dei nemici, e
se si mirava a una rapina ...
- Non c'è stata nessuna rapina. Non manca nulla m1
interruppe lui di nuovo. - Tutta la faccenda è un mistero.
- Un mistero?
- Un mistero assoluto.
Mi voltai a guardare con curiosità il mio informatore. L'ospite
di una casa in cui era avvenuto un misterioso delitto era un
oggetto di un certo interesse. Ma le fattezze, non brutte eppure
del tutto banali, dell'uomo che mi stava accanto orrrivano scarso
stìmolo anche all'immaginazione più sfrenata. Distogliendo quasi
subito lo sguardo domandai:- Le signorine sono molto scosse?
Fece a lmeno cinque o sei passi prima di rispondere.
- Sarebbe Innaturale che non lo fossero - disse, e non so se
per l'espressione della sua faccia o per la natura della risposta,
mJ parve che parlando delle signorine in questione con questo
segretario del defunto signor Leavcnworth, così poco
interessante e tanto padrone di sé, camminavo in certo qual
modo su un terreno pericoloso. Poiché avevo sentito dire che
erano donne assai notevoli, questa scoperta non mi fece molto
piacere. Fu dunque con un certo sollievo che vidi avvicinarsi la
diligenza della Quinta Avenue.
- Rimandiamo la nostra conversazione - dissi. - Ecco la
nostra vettura.
Ma una volta seduti all'interno, ci accorgemmo presto che
ogni dialogo sull'a rgomento era impossibile. Occupando perciò il
tempo a ripassare mentalmente ciò che sapevo del signor
Leavenworth, mi resi conto che le mie conoscenze non andavano
ol tre il fatto che era un ricchissimo commerciante a riposo, con
un'ottima posizione sociale, il quale in mancanza di fìgli suoi
aveva accol to in casa due nipoti, una delle quali era già stata
dichiarata sua erede. Avevo sentito Veeley parlare delle sue
eccentricità, dandone come esempio appunto questo suo
testamento a favore di una sola delle nipoti, con totale
esclusione dell'altra; ma delle sue abitudini di vita e dei suoi
rapporti con il mondo in generale sapevo poco o nulla.

 

lunedì 26 agosto 2024

Havergal Brian


Havergal Brian, inglese, nato William Brian (Dresden, Stoke-on-Trent, 29 gennaio 1876 – Shoreham-by-Sea, 28 novembre 1972)  acquisì quasi un'aura di leggenda al momento della sua riscoperta, negli anni cinquanta e sessanta, per il gran numero di sinfonie scritte: durante la sua vita ne aveva portate a termine 32, un numero insolitamente elevato per qualsiasi compositore dopo Haydn o Mozart.

Egli è anche noto per la sua tenacia creativa di fronte al quasi totale abbandono durante la maggior parte della sua lunga vita. Al giorno d'oggi non si può dire che alcuna sua opera venga eseguita con frequenza, ma pochi compositori hanno continuato a produrre tante opere serie e ambiziose, e per un tempo così lungo, dopo essere stati "dimenticati" dal pubblico e dalla critica. La maggior parte delle sinfonie di Brian non furono eseguite con lui vivente, ma tutte sono state registrate almeno una volta.
Si avvicina alla musica da autodidatta; per qualche tempo lavora come organista presso la Odd Rode Church, poi si dedica esclusivamente alla composizione, sostenuto finanziariamente dal ricco uomo d’affari Herbert Minton Robinson. La Suite Inglese n. 1 Op. 12, presentata ai Proms di Londra è il suo primo importante successo. Sulla scia della conquistata popolarità, Havergal Brian inizia a lavorare su più ampie opere corali e per orchestra, molte rimaste incompiute. Cessato il sostegno finanziario con la morte di Robinson, vive in povertà a Londra. Allo scoppio della prima guerra mondiale si arruola nell’Artiglieria, ma il suo servizio attivo finisce presto rimanendo ferito a una mano. Superati in qualche modo i problemi economici, Havergal Brian dedica tutto il suo tempo alla composizione, continuando a scrivere musica anche in età avanzata. La sinfonia n. 32, composta nel 1968 all’età di 92 anni, è il suo ultimo lavoro completato.


La Sesta Sinfonia di Brian fu composta tra il 1947 e il 1948. La prima esecuzione ebbe luogo nel 1966, in una trasmissione della BBC con l'Orchestra della Royal Opera House, diretta da Douglas Robinson. L'opera nacque originariamente come preludio orchestrale a un'opera lirica basata sul dramma di J.M. Synge "Deirdre of the Sorrows".

Purtroppo, quando Brian chiese il permesso di musicare il testo allora protetto da copyright, la richiesta fu respinta su richiesta dell'Arts Council of Great Britain, che aveva commissionato un'opera proprio su quel soggetto al direttore musicale del Covent Garden, Karl Rankl. Nonostante l'opera non sia mai stata realizzata, il preludio fu completato. L'anno successivo, in occasione della prima esecuzione, Brian lo indicò come la sua sesta sinfonia, una vera e propria sinfonia in un unico movimento, sulla falsariga della Settima di Sibelius.

L'intera opera può essere suddivisa in tre grandi parti. La prima sezione si apre con un motivo inquietante dei violoncelli, seguito da una melodia sinistra della tuba. Dopo una transizione, compare uno squillo di tromba militare, che rompe la calma della tesa introduzione. Si tratta di elementi embrionali, presentati ma non completamente sviluppati. La musica ritorna alla calma tesa dell'inizio, con il glockenspiel su un intreccio di archi ondeggianti, seguito da un breve squillo di tromba, pizzicati e colpi di tam-tam. Una breve transizione con l'arpa e gli strumenti a fiato introduce la sezione successiva.

La seconda sezione si apre con un assolo del corno inglese, che introduce un motivo cupo e funereo che riapparirà in seguito, presagio di una tragedia che si dipana nella storia dell'opera. Dopo un'interruzione percussiva, gli strumenti a fiato riprendono il motivo e ne avviano lo sviluppo. Dopo un forte climax, la musica procede in diminuendo, con uno squillo di tromba sugli archi sostenuti, seguito dal corno. L'ingresso del flauto introduce una marcia solenne e spettrale, sostenuta da arpa e rullante. Gli archi introducono un inno commovente sul ritmo dell'arpa.

Il clarinetto presenta il motivo funebre del corno inglese come un nuovo passaggio, che si snoda tra diversi strumenti in uno sviluppo tragico. Appare un assolo lirico del flauto, derivato dal motivo precedente. Poi l'atmosfera si alleggerisce, con una trasformazione più speranzosa della musica. Un suggestivo passaggio di polifonia dissonante dei legni si dissolve in una lunga melodia del violoncello, sostenuta da ondeggianti arpeggi d'arpa. Un momento di lirismo mistico celtico. Accordi sostenuti ci conducono alla parte finale.

La terza sezione inizia con un tema dissonante che è un'ampia variazione del motivo del corno inglese, esposto in modo appassionato. L'intero ensemble di percussioni esplode infine in un climax feroce, con corni sinistri che ululano sopra un accompagnamento violentemente ritmico. Un breve episodio di contrasto con musica più leggera offre un momentaneo sollievo. Frammenti musicali vengono brevemente ripresi. Un assolo del corno inglese segna il ritorno degli elementi funebri precedenti, conducendo a una coda ambigua, spenta infine da un leggero colpo di tam-tam.

Arnaldo Fraccaroli - Il cane poliziotto, 1940






venerdì 23 agosto 2024

Neutron

 

Italia, 1965 / Guido Crepax

Apparso per la prima volta sulle pagine del secondo numero di Linus, nel maggio 1965, Neutron era dotato di uno sguardo paralizzatore che aveva la possibilità di fermare o rallentare il tempo senza che nessuno se ne accorgesse. Nella vita "reale" era l'indolente critico d'arte e investigatore dilettante Philip Rembrandt, una specie di moderno Philo Yance, ed era protagonista di storie ricche di riferimenti culturali oltre che disegnate con un "taglio" del tutto nuovo.



Ma ben presto Neutron, rinunciando addirittura alla sua identità segreta e ai suoi stessi poteri, che raramente utilizzerà in seguito, deve accontentarsi di un ruolo del tutto secondario, quello di fidanzato prima e di marito poi della splendida e pregiudicata fotografa Valentina Rosselli, che sembrava destinata al consueto ruolo di eterna fidanzata, e che invece in pochissimo tempo
diventa la vera protagonista della serie oltre che la più popolare eroina
del fumetto italiano.

Roberto Roganti - Morte al Villaggio Giardino



Un giallo veloce e maneggevole ambientato "a zonzo per Modena”.
Sei amici, descritti in chiave più o meno grottesca, un gruppo che può sembrare sconclusionato e irreale, ma proprio il concetto di "gruppo” è la molla vincente che consente al protagonista del romanzo, un giovane e intraprendente giornalista, di provare a risolvere un caso all’apparenza abbastanza confuso. I personaggi che si muovono in questo libro sono quasi tutti reali ed esistenti, ben conosciuti in ambito modenese. Grogghino il becchino, per esempio, è l'autore.
Un indagine che appassiona e diverte dalla prima all’ultima pagina, oscillando dal melodramma alla commedia fino all’inevitabile epilogo.

La trama gialla è semplice: un uomo cade dal terrazzo di casa a muore, una ringhiera poco sicura sembra la causa della tragica fatalità ma a Stefano Soranna e ai suoi amici la cosa puzza parecchio, ci sono indizi, stranezze sulla dinamica del presunto incidente ed emergono notizie sulla situazione familiare dell’uomo che fanno pensare a tutto fuorché a un incidente: suicidio? Omicidio da parte della moglie? (peraltro con problemi di salute).
L’originalità del romanzo sta nel come l’autore porta avanti l’indagine, scandita dagli incontri del gruppo ‘cinqueperunosei’ in cui ogni componente, ognuno nel proprio ambito lavorativo, riesce a carpire informazioni preziose dalla gente per poi, di volta in volta, sottoporle al gruppo con cui si confronta e tirare quindi le somme; il risultato di questi incontri non sono altro che gli articoli che Soranna scrive e che il lettore ha la possibilità di leggere in prima persona.  


INCIPIT


PROLOGO

Mercoledì 12 aprile 2017, ore 7.30

Un ululato echeggia nella buia stanza. Un’intensa luce piatta ‘lampeggia’. Il cellulare, poggiato sul comodino, si è illuminato e vibra rumorosamente saltellando a poco a poco. La luce in lieve movimento illumina il soffitto risaltando tutto attorno ombre sinistre. Una tremante mano esce da un ammasso di coltri e abbranca l’aggeggio infernale portandoselo nel nascondiglio, ridonando alla stanza l’originale cupezza. Dall’oltretomba si ode un cavernoso monosillabo: 
«Siiiiii?» 
«Pronto, pronto...? Parlo con il signor Soranna? Qui è la direzione di GattaCiCovaModena, vorrei parlare con Stefano...»
In un battibaleno le coltri saltano per aria come se sotto si fosse risvegliato un vulcano e una mezza faccia con occhi sgranati spunta dalle coperte illuminata dal piccolo schermo:
«Eccomi, sono qui, presente direttore, mi dica tutto...»


Stefano è visibilmente teso, trema come una foglia. Ha appena fatto in tempo a lavarsi i denti, sciacquarsi la faccia, mettersi addosso qualcosa, ma si è scordato mutande e calzini, non li ha trovati. Ha inforcato la fida bicicletta, unico suo mezzo di trasporto e via, pedalando a più non posso, è letteralmente volato verso il centro della città, proprio di fronte alla statua di Alessandro Tassoni. Ha percorso la Vignolese in contromano, Trento Trieste e la via Emilia a folle velocità, schivando autobus, pedoni e tortore.  
Adesso con una testa simile a quella di uno che ha infilato le dita nella presa di corrente, sta seduto davanti alla scrivania del direttore di GattaCiCovaModena, il quotidiano locale cartaceo che parla solo di Modena e della sua provincia; l’uomo lo fissa senza fiatare e a Stefano sudano fin le budella. Intimorito, con lo sguardo perso fuori dalle finestre, fissa il lato nord della Ghirlandina. Non riesce a capacitarsi di cosa vogliano da lui, forse l’ultimo articolo che ha inviato non è piaciuto, forse le ultime foto non erano inerenti, forse... forse... inutile fasciarsi la testa prima di essersela rotta. Stefano è un giornalista freelance, un cane sciolto, uno di quelli che le notizie le insegue, le cerca, le scova, ci inventa sopra un pezzo e poi lo invia alle testate dei giornali locali, sperando che a qualcuno interessi e, soprattutto, lo paghino, ma non sempre i suoi argomenti piacciono e a volte deve tirare la cinghia. Ora la sua preoccupazione principale è che il suo operato non sia stato gradito e che gli venga sbattuta la porta in faccia per il futuro... perdere una testata può essere l’inizio di una reazione a catena verso il baratro. 
La porta a vetri si spalanca ed entra il capo redattore con un pacco di giornali in mano, Stefano si fa ancora più piccolo, quasi scompare avvolto dai braccioli della sedia di legno, le dita dei piedi nudi si muovono nelle scarpe, ballano il mambo dalla tensione. Il direttore, che fino a quel momento era rimasto muto e immobile, fa sedere il suo vice e poi sorride. Un sorriso gioviale, ben augurante, che ridona colorito al volto di Stefano, che si sistema sulla sedia tornando a rioccuparla tutta.
 

giovedì 22 agosto 2024

URANIA n.3 - John Wyndham: L'Orrenda Invasione

 


Quando un giorno che secondo voi dovrebbe essere mercoledì, vi sembra
fin dall'inizio domenica, potete star certi che qualcosa non va. Ebbi questa
impressione fin dal primo momento, svegliandomi.
Tuttavia, quando incominciai a connettere con più lucidità, rimasi in forse.
Dopo tutto, sebbene avessi la sensazione nettissima d'essermi svegliato più
tardi del solito, poteva anche essere vero il contrario.
Continuai ad aspettare, dubbioso, ma subito ebbi una prima prova obiettiva: un orologio lontano batté, così mi parve, otto colpi. Ascoltai con le
orecchie tese, pieno di sospetto. Ed ecco che un altro orologio cominciò a
farsi sentire in un tono alto, risoluto. E, senza fretta, batté incontestabilmente
le otto. Allora capii che le cose non andavano.
Se non fui travolto subito anch'io dalla fine del mondo, la fine del mondo
quale l'avevamo intesa fin lì, fu per caso: come per un destino di
sopravvivenza, a pensarci bene. È nel corso naturale delle cose che un buon
numero di individui si trovi sempre all'ospedale, e per la legge dell'equa
distribuzione mi trovavo a far parte di questo numero da circa una settimana.
Con la stessa facilità avrebbe potuto trattarsi della settimana precedente, nel
qual caso ora non starei scrivendo; anzi, non sarei qui affatto. Ma il destino
volle non solo che mi trovassi all'ospedale in quel momento determinato, ma
che avessi gli occhi e, per essere precisi, tutta la testa, bendati; ed ecco perché
devo essere grato a quel qualcuno, chiunque sia, che regola l'equa
distribuzione dei mali. Allora, a dire il vero, ero soltanto stizzito, e mi
chiedevo che cosa diavolo stesse accadendo: perché ero stato in quel luogo
abbastanza da sapere che in un ospedale la cosa più sacra, beninteso dopo la
capo-infermiera, è l'orologio.
Senza orologio quel luogo non poteva funzionare; e, fino allora, l'orologio
aveva sempre decretato che ogni mattina, esattamente tre minuti prima delle
sette, qualcuno venisse nella mia stanza per lavarmi e mettermi in ordine, in
attesa della colazione. Ma quel giorno orologi di varia attendibilità
continuavano a battere le otto in tutte le direzioni, senza che nessuno si fosse
fatto vedere.
Probabilmente la cosa mi avrebbe seccato qualsiasi altra mattina, ma quel
mercoledì, 8 maggio, era un giorno di eccezionale importanza per me.
Attendevo con particolare impazienza che tutto il piccolo traffico mattutino
fosse terminato, perché quello era il giorno in cui dovevano togliermi le
bende.
Brancolai un poco per afferrare il campanello, e suonai vigorosamente per
cinque secondi buoni, tanto perché si sapesse che cosa ne pensavo di tutti
loro.
Mentre attendevo la brusca risposta che quel fracasso avrebbe dovuto
provocare, continuavo a tendere l'orecchio.
Mi accorsi allora che fuori c'era nell'aria qualcosa di ancor più strano di
quanto avessi immaginato. I rumori che si udivano e quelli che non si
udivano, suscitavano il senso della domenica più di una domenica vera e
propria; e io avevo raggiunto la certezza assoluta che era mercoledì,
qualunque cosa stesse succedendo.
Per quale ragione i fondatori del St. Merryn's Hospital avessero fatto
erigere il loro pio istituto all'incrocio di due grandi strade, al centro di un
attivo quartiere di uffici, esponendo così i nervi dei pazienti a un continuo
logorio, non sono mai riuscito veramente a capirlo. Ma per i fortunati i cui
malanni non fossero tali da renderli particolarmente sensibili al frastuono del
traffico, quell'ubicazione offriva il vantaggio di starsene a letto senza essere,
per così dire, tagliati fuori dal grande flusso della vita. Di solito, gli autobus
diretti al West End passavano rombando, nel tentativo di superare il semaforo
al giallo; ma spesso uno stridore di freni e una salva di colpi dello
scappamento annunciavano che non c'erano riusciti. Poi si udiva il rombo dei
veicoli che si rimettevano in moto. E ogni tanto c'era come un interludio: un
fragore improvviso e poi un arresto generale; una vera tortura per uno che si
trovasse nelle mie condizioni, costretto a giudicare l'entità degli incìdenti dal
tipo delle bestemmie che provocavano.
Ma quella mattina tutto era diverso dal solito. Diverso in modo
sconcertante perché tanto misterioso. Non c'era fragore di ruote, o rombo di
autobus; in realtà, non si riusciva a udire il rumore di un solo veicolo. Né
freni, né clacson, neppure il trotto dei rari cavalli che talvolta ancora
passavano di là. Né il confuso trepestio di gente diretta al lavoro.

 

mercoledì 21 agosto 2024

Vasilij Sergeevič Kalinnikov

 


Nacque il 13 gennaio 1866 a Vojny, vicino Mcensk, oggi nell'Oblast' di Orël. Studiò al seminario di Orël, dirigendone il coro dall'età di quattordici anni. Trasferitosi in seguito a Mosca per frequentare il conservatorio, non riuscì a sostenerne la retta. Ricevette una borsa di studio che gli permise di frequentare la Scuola della Società filarmonica di Mosca, dove ricevette lezioni di composizione e di fagotto. Suonò i timpani, il fagotto e il violino nelle orchestre teatrali e lavorò come copista per incrementare le sue entrate.

Nel 1892, Čajkovskij segnalò Kalinnikov ai direttori del Teatro Malyj e del Teatro Italiano di Mosca. Tuttavia, affetto da tubercolosi, Kalinnikov dovette lasciare tali incarichi per trasferirsi in Crimea. Visse a Jalta per il resto della sua vita ed è lì che scrisse la maggior parte delle sue composizioni musicali, comprese le due sinfonie e le musiche di scena per Lo zar Boris del drammaturgo Aleksej Tolstoj (cugino di Lev Tolstoj).


La Sinfonia n. 2 in la maggiore del compositore russo Vasily Kalinnikov fu composta tra il 1895 e il 1897 e pubblicata per la prima volta nel 1901. La sinfonia è dedicata ad Alexander Winogradsky.

Moderato – Allegro non troppo (La maggiore)
Andante cantabile (fa diesis minore)
Allegro scherzando (Re maggiore)
Andante cantabile – Allegro vivo (Introduzione F-sharp minor - F major – A major)

Quando l'opera fu completata nel 1898, il compositore, pur malato, continuava a dedicarsi con allegria, sicurezza e disinvoltura alla sua arte. I temi sono accattivanti e melodiosi, e il loro trattamento è fantasioso e al contempo sinfonico. Il termine "sweep", che indica la qualità di un naturale dispiegarsi in movimento, calza a pennello in questo contesto. Se Kalinnikov avesse avuto più tempo a disposizione, avrebbe potuto diventare un grande sinfonista, un ponte tra l'epoca di Čajkovskij e quella dei compositori del dopoguerra, spingendosi persino oltre i confini nazionali. E, per di più, è un'opera davvero piacevole.

Pur permeata da una melodia tipicamente slava, Kalinnikov non disdegnava di ispirarsi ai modelli occidentali. Il primo movimento richiama, per atmosfera, la Prima Serenata di Brahms; vi sono alcuni passaggi armonici wagneriani, così come alcuni processi bruckneriani (secondo Vladimir Horowitz, in Russia si sviluppò un vero e proprio culto di Bruckner). 

La sinfonia si apre con un'ampia e maestosa introduzione da cui deriva, per diminuzione, il gioioso tema principale. Allo stesso modo, il secondo tema, leggermente più pensieroso, è abilmente derivato dal precedente. Il terzo tema, un Trepak di stampo russo, è così breve da sembrare quasi una punteggiatura, ma assumerà un ruolo più importante con il progredire dell'opera. Lo sviluppo, dove solitamente si tende a ricorrere a "riempitivi", rivela invece grande inventiva e varietà. Nella ripresa, il terzo tema acquista maggiore rilievo. Nella coda, il corno riprende il secondo tema prima del grande finale. 
Nel secondo movimento, il tema lamentoso del corno inglese, accompagnato da arpa e archi, evoca un'atmosfera bardica e medievale, in contrasto con il lussureggiante esotismo del secondo tema. Il climax si sviluppa su una sequenza in stile Bruckner, con un'atmosfera generale di serenità e rassegnazione, forse l'unica indicazione della riflessione del compositore sulla mortalità. 
Lo scherzo presenta un ritmo terzinato oscillante, marziale ma al contempo giocoso, che ricorda quello della Sinfonia in Do maggiore di Bizet, con i legni chiacchieroni che aggiungono un tocco di umorismo sardonico. Il trio, con la ricomparsa del corno inglese, riprende il movimento lento. 
Nel finale, la festa prevale, con i temi precedenti che si intrecciano alla trama. Il tema di Trepak del primo movimento ricompare in modo evidente, mentre il grandioso tema iniziale riemerge nello sviluppo. L'aspetto più sorprendente della ripresa è la comparsa di una sincopazione curiosamente premonitrice di Gershwin. Il richiamo al tema iniziale della sinfonia dà il via alla coda e l'opera si conclude con una nota gioiosa, una sincera affermazione della vita da parte di chi è ben consapevole della sua preziosità.