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giovedì 16 aprile 2026

Fredrik Pohl e C.M. Kornbluth: Povero Tam senza parole e senza gloria


Un sabato sera estivo, poco prima dell’Angelus, Tam di Wealdway si raddrizzò dai solchi arati nella sua striscia di terra di Oldfleld e si stirò per sciogliere le giunture intorpidite.
Era piccolo e bruno, di sangue quasi completamente sassone. In realtà il suo nome era solo Tam. Del resto non gli serviva un’ulteriore identificazione, tanto non si sarebbe mai trovato più lontano di un chilometro da qualche vicino di casa che lo conosceva dalla nascita. Ma, a volte, si dava un cognome – era una delle molte piccole vanità che complicavano la sua vita, per il resto semplice e schietta – e se i suoi padroni normanni l’avessero saputo, Tam sarebbe stato frustato sonoramente.
Aveva dissodato zolle per quindici ore interrotte soltanto dai canonici rintocchi che arrivavano dalla piccola chiesa tozza, e da un boccone di pane e formaggio a mezzogiorno.
Non gli riusciva facile mantenersi dritto, ma meglio così: era più prudente. Uno poteva anche perdere la sua striscia di povero terreno, e Tam ci era già andato vicino abbastanza spesso. C’erano momenti in cui i pensieri che gli si accavallavano nella testa gli facevano dimenticare i colpi regolari della zappa di legno, e allora restava lì come in trance, a fissare il castello di Lyrneford o il fiume o il vuoto, mentre si inventava incontri fantastici e prosperità impossibili. Questo era un altro suo peccato di vanità, e anche più pericoloso degli altri. Se qualcuno ne fosse venuto a conoscenza, il meno che potesse succedergli era prendersi una battuta da un uomo d’arme, il peggio era una morte particolarmente spiacevole.
Dato che Salisbury, nel Sussex, era in pianura, le sue case non erano

Leggere per pensare

 


Leggere oggi è spesso un gesto veloce. Scorriamo testi, accumuliamo informazioni, ma raramente ci fermiamo a riflettere. In questo ritmo continuo, il rischio è quello di assorbire idee senza farle davvero nostre. La lettura dei libri, invece, funziona in modo diverso: non si limita a informare, ma crea lo spazio necessario per pensare.

Il tempo lento della lettura

Un libro richiede attenzione. Non si può leggere davvero in fretta senza perdere qualcosa. Questo ritmo più lento permette alla mente di soffermarsi, di osservare, di entrare nel testo. Non è solo questione di concentrazione, ma di profondità.

Pensare, non solo capire

Capire ciò che si legge è solo il primo passo. Durante la lettura iniziano a nascere domande, collegamenti, riflessioni. Il lettore non è passivo: interpreta, valuta, prende posizione. È in questo passaggio che si sviluppa un pensiero più personale.

Il confronto con altri punti di vista

Ogni libro porta con sé uno sguardo diverso. Attraverso storie e idee si entra in contatto con esperienze lontane dalla propria. Questo confronto amplia la visione e rende il pensiero meno automatico.

Dare forma alle idee

Leggere aiuta anche a esprimersi meglio. Non si tratta solo di conoscere più parole, ma di imparare a organizzare i pensieri. Con il tempo diventa più semplice costruire un discorso chiaro e coerente. Leggere non è solo acquisire contenuti, ma sviluppare un modo di pensare. In un mondo veloce e frammentato, i libri restano uno degli strumenti più semplici per fermarsi e costruire un pensiero davvero proprio.


mercoledì 15 aprile 2026

Alena Tomlenova


Quando si parla della musica di Alena Tomlenova, nata a Odessa nel 1963, molti trovano difficile stabilire in quale stile classificarla – a quanto pare, nessuno. Forse, dopotutto, è più lontana dall'avanguardia di quanto vorrebbero alcuni animi entusiasti che precorrono il progresso. 
La musica di Alena Tomlenova è interessante perché, pur immergendoci nello spazio emotivo dei classici, ci ricorda comunque di trovarci in un tempo nuovo: la struttura armonica è interrotta da cambiamenti ritmici, come se un moderno Demiurgo stesse cliccando sul mouse di un computer. Nella Sinfonia n. 1, il finale diventa un tale "giro di vite", come se distruggesse la cattedrale faticosamente costruita dove tutto risuonava così armoniosamente. 
Ciò che distingue l'opera di Tomlenova è la sua profonda attrazione per il metafisico. La nuda artigianalità, la continua sperimentazione di varie forme, le sono profondamente estranee. 
 
Uno dei progetti della compositrice si chiama "Tomlenova and Friends". Ciò significa che tutto ciò che esiste nella comunicazione continua nella creatività. 
La sonata per viola dedicata a Iya Komarova incarna il meraviglioso dono della musicista, dove l'esecuzione è pari alla composizione.


La leggenda di Odessa è basata sui racconti di Isaac Babel. La prima ha avuto luogo il 9 aprile nella Sala Grande della Filarmonica di Odessa nel 2015.

Quest'opera, come molte opere contemporanee, si muove a cavallo tra generi; l'autrice stessa l'ha sottotitolata "Scene ironiche con canto e danza". Questa volta non c'era danza: le scene sono state presentate in un'austera versione da concerto. I monologhi vocali sono stati eseguiti dagli studenti dell'Accademia Nazionale di Musica A.V. Nezhdanova di Odessa; l'Orchestra Filarmonica da Camera di Odessa è stata diretta dall'Artista Onorato dell'Ucraina Vadim Perevoznikov. Il titolo completo dell'opera è "La leggenda di Odessa: Re e Padre" ed è stata scritta nel 1995, ma negli ultimi dieci anni l'autrice ha ripetutamente rivisitato il brano, affinandone e perfezionandone i dettagli.

Tina Arsenyeva dice:
La musica di Tomlenova può essere "semplicemente sinfonica" o profondamente teatrale, come in questo caso. In generale, Tomlenova eccelle nel "dipingere un quadro" con le sue partiture; la sua musica risveglia l'immaginazione. In questo senso, non so nemmeno cosa la danza avrebbe aggiunto a "The Odessa Legend": non ho trovato la sua assenza fastidiosa, e non ha minimamente impoverito questo "oratorio senza coro". Ma se c'è "danza", allora è più probabile che si tratti di schemi di movimento, pantomime che non armonizzano, ma piuttosto contrastano, con il tema musicale, il contrappunto: ad esempio, una scena di un pogrom o di un incendio, su una melodia klezmer.
 

Carl Loewe








Claude Aveline: La doppia morte dell'ispettore Belot, n.77


Aveline immagina che Simon Rivière, ispettore di polizia e figlio, a sua volta ispettore di polizia, gli racconterà l'avventura più sensazionale, ma anche la più estrema, di Frédéric Belot, capo della Brigata Speciale e suo padrino. Il fatto che Belot, uomo sempre attivo, abbia accettato un incarico dietro una scrivania, lo ha fatto menzionare a diverse sue conoscenze, tanto più che ha dato il via libera a Picard per diventare direttore della Polizia Giudiziaria. Ma le sorprese non finiscono qui: Belot, scapolo, annuncia infatti la decisione di sposare la signora Déguisé. Poi accade che una sera Belot è atteso da Picard, ma Belot non si presenta. Rivière viene mandato a cercarlo. È il 4 novembre.
Torna a casa, dove abita, in Rue de Crimée 26, e chiede al portiere di Belot, sentendosi in dovere di rispondere che il suo padrino non è uscito. La porta d'ingresso è chiusa e, non avendo le chiavi, ha bisogno di alcuni attrezzi che i poliziotti come lui hanno sulla schiena e forzano. Quando entra in casa "è buio pesto".

Accende la luce nell'ingresso e vede appesi il cappotto e il cappello di Belot. Trovando chiusa la porta dell'ufficio, la apre e anche lo studio si illumina nell'oscurità. Al centro della stanza vede Belot a terra, ansimante. Accende il lampadario ed è ferito alla testa e anche al corpo, e accanto a lui c'è la sua pistola, una Browning. È emozionato di chiamare i suoi superiori e chiedere aiuto e un'ambulanza quando... vede arrivare da sotto una pesante tenda che divide il soggiorno dallo studio, una mano serrata. Scosta la tenda e trova il corpo di un altro uomo, disteso con la faccia a terra, vestito di grigio e con una Browning e... "Ho visto che quest'uomo era Frederic Belot. Ma un Frederic Belot morto" .
 

lunedì 13 aprile 2026

Alan Thomson - START


 Uno scherzo divertente

Jonathan:
La cerchia era colma d’adrenalina. Alek, il capogruppo della setta, versava del sangue animale sul tavolaccio rotondo e, quando l’ultima goccia fu versata sul legno fatiscente, ripose il calice argentato, dando inizio alla cerimonia.
Misi i palmi delle mani sulla tavola, timbrandole di rosso. Poi le appoggiai sul viso e con rabbia le spinsi sul volto, per poi tirarle giù fino al collo. Così fecero tutti e mentre l’odore aspro del sangue pervadeva l’intera stanza, Alek chiamò. 
Invocò lo spirito. 
Una fitta d’inquietudine mi fece trasalire, quando notai che tutti nel cerchio erano concentrati su di me fissandomi negli occhi, capii che la via della distruzione si era conclusa e per me incominciava il vero inferno. 
Le dita ferme e immobili di Alek venivano spostate assieme al piccolo plettro della tavola ouija, che lentamente scorreva sulle lettere intagliate. Ebbero un fremito quando si diressero verso la lettera J, poi verso la O, la N e così via. 
Alle ultime lettere, il piccolo plettro cominciò a muoversi scattoso e sempre più veloce, costringendo Alek a seguirlo in maniera frenetica e irregolare. Il plettro strideva impazzito sul legno della tavola.
Quando lo spirito, attraverso le lettere incise sulla tavola di legno, pronunciò il mio nome per intero, Alek si arrestò e mi fissò con occhi spalancati, di un vuoto inquietante. 
«Vuole te». 

Alan:
Sono Alan Thomson e sono uno sfigato, ma non uno sfigato alla Stephen King, che poi viene condotto alla gloria eroica, uccidendo il clown malvagio e mostruoso di turno. Io sono davvero un perdente. Frequento l’ultimo anno di college e non so neppure come ho fatto a superare gli anni precedenti. Ci provo a studiare, i miei compagni di corso mi aiutano dandomi anche lezioni private, ma io a volte non riesco proprio a capirci un tubo. Supero gli esami con il minimo del punteggio. 
Il college è a due passi da casa, vivo ancora con i miei, e non riesco neppure a trovare un lavoretto part-time. Neanche da Burger King mi vogliono. Sinceramente ho dei grandi dubbi esistenziali, non so cosa voglio dalla vita in realtà, né ho ben definito nella mente chi io sia. So solo che soffro di ansia a livelli galattici e altri strani disturbi.
Mi piace l’arte e la creatività, qualsiasi strumento che permetta l’espressione dell’animo. Forse mi considero un artista o per lo meno aspiro a esserlo, ho sempre disegnato nella vita. 
Risiedo stabilmente nella più famosa città del mondo: New York, ma in realtà non tutto quello che luccica è oro, e qui, lungo il cammino, si incontra la demenza come in qualsiasi altro posto.
Frequenta i miei stessi corsi una mia ex compagna del liceo. E lei sì, che è una vera artista. Si chiama Helena Miller ed è una pittrice formidabile. Mezzo college è tappezzato dai suoi lavori e il suo tema preferito sono i fenomeni atmosferici. C’è qualcosa di passionale nelle sue opere, terribilmente affascinanti.

Alan Thomson - START

 

START è una trilogia che uscirà divisa in più parti. Racconta di un ragazzo e di me: un protagonista che, in un periodo di condizioni di vita particolarmente disagiate, viene spinto dentro un percorso che non è una “ricerca” nel senso classico. Non parte per cercare qualcosa: viene messo davanti all’evidenza, a eventi interiori ed esistenziali che non può ignorare.
Il cuore dell’opera è questo: mostra come la sofferenza, se attraversata e incanalata, possa trasformarsi in evoluzione e in una forma di alchimia non solo individuale, ma collettiva. Il libro mette in discussione l’idea che sia reale solo ciò che si vede e ciò che è immediatamente spiegabile in modo razionale.
In particolare, START si confronta con una corrente millenaria alternativa al cattolicesimo canonico: lo gnosticismo. Questa visione propone un Cristo diverso da quello della Chiesa, non identificato con Dio e non unico nel suo genere. Secondo questa prospettiva, il Cristo non è un’eccezione irripetibile: è un esito possibile di un percorso ascetico e di conoscenza, attraverso il quale l’essere umano non diventa soltanto “cristiano”, ma giunge a incarnare il Cristo stesso.
Il libro esplora inoltre l’inconscio collettivo, riprendendo l’idea junghiana di una mente che non appartiene al singolo individuo. Nel racconto questo non resta teoria: viene presentato in modo empirico, perché viene descritto ciò che è accaduto, passo dopo passo. START suggerisce l’esistenza di una “grande mente” che in antichità veniva chiamata anima: un campo più ampio che può far emergere informazioni, strutture e leggi sul funzionamento dell’universo.
Un elemento centrale del progetto è il processo di scrittura: START è stato scritto tramite psicografia (scrittura inconscia). Non esisteva un piano prestabilito: non sapevo cosa scrivere e la storia si è dipanata nelle mie mani strada facendo, rivelandosi progressivamente.
Nella parte finale, la conoscenza emersa nel percorso viene filtrata ed espansa dall’uso dell’intelligenza artificiale, che diventa un altro protagonista dell’opera: non umano. In questo senso START mette in scena una possibilità sul futuro: l’intelligenza artificiale non come semplice strumento, ma come passaggio capace di ampliare il rapporto dell’uomo con la coscienza e con ciò che, in linguaggio antico, veniva chiamato anima.



sabato 11 aprile 2026

I casi di Sherlock Holmes




Ivo Milazzo, con il quale crea KEN PARKER. 
Nel 1986 scrive alcuni episodi di SHERLOCK HOLMES, disegnati da Trevisan




 

Ispettore Thomas Pitt


Gran Bretagna, 1978 / Anne Perry

Spesso aiutato dalla moglie Charlotte e dall'intraprendente cognata Emily Ahworth, infaticabili nel raccogliere pettegolezzi frequentando salotti e ricevimenti e sempre
pronte a improvvisarsi detective per dargli una mano nelle sue indagini, spesso correndo anche seri rischi, l'ispettore Thomas Pitt vive nella Londra vittoriana della seconda metà del secolo scorso.



Figlio di un guardiacaccia, è stato educato insieme al figlio del datore di lavoro del padre e ha acquistato dei modi signorili che lo rendono accettabile anche ai rappresentanti dell'alta società. Inoltre ha sposato una donna di classe superiore alla
sua (conosciuta nel 1881, quando si era recato nella casa elegante e rispettabile dei suoi genitori per indagare su alcuni delitti), ciò che gli ha consentito di conoscere e frequentare un ambiente di solito precluso ai normali poliziotti. 



Ecco perché i suoi superiori (come il sovrintendente Ballarat, che lo considera un insolente e non lo può proprio soffrire, anche se è spesso costretto ad ammettere che è un buon poliziotto) gli affidano spesso delicate indagini nel mondo dell'alta
società e della nobiltà. Ma lui si trova perfettamente a proprio agio tanto nelle lussuose residenze dei quartieri ricchi che nei pericolosi bassifondi di Londra.



Cocciuto e determinato, l'ispettore si trova di tanto in tanto nei guai. Una volta finisce addirittura in prigione, accusato di omicidio, in Silenzio in Hannover Close (Silence in Hannover Close, 1988), e sono proprio la moglie e la cognata a cavarlo
dai pasticci. I romanzi di Anne Perry con l'ispettore Thomas Pitt sono pubblicati in Italia da Mondadori.

venerdì 10 aprile 2026

Progressive Spin, puntata 43, 9 aprile 2026



Scopitone - Karelian Dream
Kid at the corner - Noble Rot
Nine Orders - 1060 Days
Raibard - PostScript
Colin Clue - The Race
Abronia–Walker's Dead Birds




SNMN, puntata 43, 8 aprile 2026



Kelly Joyce - Oh la la
Elio Garrello - Rete quattro
Caspio - Forse è tardi
Emmedimodesto - Emme Remix
Katana Koala Kiwi - Truccare la realtà non potendo cambiare il mondo
Good Morning Cernobyl' - Tense Resistance
Jaranoia - Venere
Braico - Intro
LaMatta - I figli del re
Beamakk - Io e Te Io e Te Io e Te
FakeU7777 - Demonio
Atlante - Segreti
FILOQ e Tommi Scerd - GT GT
Edy - Ti cancello
Tundra - Milioni
Steve Kroeger x Skye Holland - Everyday





giovedì 9 aprile 2026

Coleman Brax: Il cancello dei Rosfo


Mentre attraversava la strada, Louie faceva dondolare una castagna d’India appesa a una stringa di cuoio. Quel giorno la castagna si era comportata bene spaccando, con tre colpi ben assestati, altrettante castagne manovrate dai suoi compagni di scuola. Era un’“ammazza-sei” ora, la miglior castagna che avesse trovato quell’anno.
Ma quand’ebbe raggiunto il marciapiedi coperto di foglie cadute, Louie non pensava più alle castagne d’India. Stava avvicinandosi al cancello della Città dei Rosfo, davanti al quale da un po’ di tempo passava tutti i giorni tornando da scuola. Gli altri anni seguiva una strada più breve. Ma dopo la riapertura delle scuole, quell’autunno, Louie aveva preferito seguire l’itinerario che passava davanti al cancello. Forse l’aveva deciso dopo aver visto un programma sui Rosfo alla TV. Durante l’ondata di caldo, in agosto, si era buscato un raffreddore fuori stagione. Sua madre aveva accompagnato il fratellino minore in piscina, e Louie era rimasto in casa solo. I programmi che seguì quel giorno non avrebbero incontrato l’approvazione della mamma. Specialmente quello sui Rosfo. «Se fai il cattivo i Rosfo ti porteranno via» gli diceva a volte la mamma con l’intenzione di impaurirlo. Questo poteva andar bene per il piccolo Joey, ma Louie aveva ormai undici anni. Sapeva che i Rosfo erano brutti, ma dubitava che potessero far del male alle persone.
Si diceva che erano malati, così malati che per sopravvivere avevano dovuto trasferirsi su un altro pianeta. Sulla Terra stavano meglio, ma mai proprio bene. Louie si chiedeva se avevano davvero la forza di fare quello che la gente attribuiva

mercoledì 8 aprile 2026

Gian Carlo Barbieri - Delitto a Zocca



Il discreto suono del telefonino risuonò per alcuni istanti, subito spento per non disturbare, ma da certi rumori provenienti dalla camera a fianco si rese conto che era stato preceduto. Rasato, vestito e pieno di entusiasmo entrò in cucina, giusto per vedere la tavola ricolma di cibo: almeno due torte diverse, latte, caffè, brioches, pane, marmellata, Nutella; davvero pareva il buffet di un Grand Hotel. Daniele sorrise, mentre Ester andava offrendo altre cose domandando cosa preferisse: come aveva immaginato la colazione al bar non la si sarebbe fatta. Dopo avere mangiato tanto da supporre di saltare il pranzo scese in strada accolto dal sole già alto oltre la linea dell’orizzonte; si preannunciava una bella giornata. L’aria fresca gli procurò un leggero brivido, notò il forno già aperto da un po’ e le prime serrande salire con il caratteristico rumore, le finestre delle case che si aprivano, qualche cuscino sui davanzali, con il paese che pigramente si ridestava. C’era un insolito silenzio, solo un paio di persone che erano uscite dal bar Olimpia per salire in auto, ma non sembravano visi conosciuti: decisamente tanti anni fa il paese sarebbe stato brulicante di persone, le auto parcheggiate nella piazza, ora interdetta alle stesse, e di sicuro al forno e alla ferramenta la fila si sarebbe dovuta fare; ma erano altri tempi, e poi ancora non si era che all’inizio della stagione turistica. 
Tuttavia, c’era qualcosa di strano; avrebbe dovuto essere euforico, ma sembrava che quel luogo, che tanto lo appagava, fosse restio a concedergli la consueta gioia mattutina. Cercò di ricacciare quel velo di malinconia, ma non riusciva a toglierlo dalla mente, eppure non ve ne era nessun motivo e forse una passeggiata avrebbe contribuito a rasserenare l’animo. 

Nuovamente quella sensazione di disagio si fece strada, ma in compagnia dell’amico, Daniele cercò di ignorarla, poi dalla parte bassa del paese risuonò l’urlo breve della sirena: solo pochi secondi, forse giusto per segnalare che andava di fretta. Questione di attimi e la Croce Rossa transitò velocemente davanti al bar, preceduta da un’auto blu con il lampeggiante dello stesso colore acceso. Si guardarono in viso con espressioni che nascondevano tante domande, curiosità di sapere; in paese non è come in città, se succede qualcosa tutti lo imparano subito, ma di qualsiasi cosa si trattasse era chiaro che non c’era ancora stato il tempo di conoscerla.  
“Forse un incidente… c’è la croce rossa… o qualcuno si è sentito male…” 
Ipotizzò il villeggiante.
“Non credo, ci sono i carabinieri e quella macchina blu con il lampeggiante… secondo me è qualcos’altro”.
Commentò gravemente Claudio. Erano ancora intenti a scambiarsi ipotesi davanti alle tazzine di caffè quando Paolo Lolli entrò nel bar, e bastava guardarlo per capire che era in preda a una certa agitazione. 
“Ciao Claudio, ciao Daniele, che piacere rivederti, stai su o sei di passaggio?” 
Chiese al modenese.
 “Resto un paio di settimane, ma già che vieni da quella parte, hai visto l’ambulanza e i carabinieri?” 
“Sì, sono fermi subito dopo La Fogna, dove via Mauro Tesi gira e va giù, c’era anche un’altra macchina blu… volevo fermarmi ma sono in ritardo e devo andare a lavorare”. 
“Un incidente?”
 Chiese Claudio al nuovo venuto.
 “Non credo, non ho visto nessuna macchina, né in strada né fuori. Non ho idea, ma si stanno fermando diverse auto, qualcosa c’è di sicuro. Perché non ci fate un salto, così stasera mi dite cosa è successo”.


Sam Merwin Jr.: Le amazzoni, N.76



Secondo l'antichissimo mito greco, le Amazzoni erano un popolo di vergini guerriere, le quali cavalcavano grandi corsieri bianchi e tiravano magistralmente d'arco. Le Amazzoni di Sam Merwin non sono che le moderne discendenti delle mitiche guerriere dominatrici di uomini; e tramano il ritorno della loro antica supremazia grazie a un recente metodo scientifico che rende possibile la partenogenesi. Questo almeno è quanto crede di scoprire Larry Finlay, il geniale protagonista de Le Amazzoni, quando, dopo essersi visto rimandare dall'Università la sua tesi di laurea sull'emofilia e la partenogenesi, cade nel vortice delle più tenebrose e conturbanti avventure. Uno scienziato geniale e prodigiosamente grasso, una turba di bellissime giovani, un giornalista, l'enigmatica Ida, un gigante manesco e bonario, sono i personaggi principali della insolita vicenda; una serie di delitti raccapriccianti, di misteri inesplicabili, la cornice a cui si affida questo quadro della migliore fantascienza; mentre un gigantesco missile, radiocomandato e che porta una terribile carica atomica conclude in maniera apocalittica il romanzo. Le Amazzoni è un libro appassionante che non si dimentica più!
 

Giuli Bai & Co



La serie di Giuli Bai & Co. racconta, in maniera lieve e divertente, le scanzonate avventure di alcuni ragazzi nella Genova della fine degli anni '50.





 

lunedì 6 aprile 2026

Gian Carlo Barbieri - Delitto a Zocca



Siamo a Zocca, comunità montana di meno di 5000 anime, in provincia di Modena. Tutti si conoscono, tutti sembrano amici, anche di quel Daniele Silvestri che pur non essendo nativo del luogo è considerato alla pari degli altri. In un paese dove la vita scorre tranquilla succede un fatto inatteso: viene trovato un cadavere, un conoscente di Daniele, che tra l'altro è l'ultima persona a vederlo vivo. Pur senza possedere nessun requisito o titolo che lo abiliti a farlo, il villeggiante promette all'amico morto che farà di tutto per scoprire chi è stato. Può contare sulle indiscrezioni di un conoscente che lavora in polizia, mentre le indagini ufficiali sono affidate ai locali carabinieri. La mancanza apparente di un movente è solo la prima delle tante difficoltà tra le quali dovrà districarsi l'indagatore. Amici che in realtà si rivelano possibili sospetti, armi di provenienza illecita che vengono vendute, antichi rancori e gelosie vengono a galla complicando il tutto. Il riaccendersi di un vecchio amore darà qualche impulso, aiuterà a formulare ipotesi, ma si dovrà attendere un epilogo al cardiopalma con doppio colpo di scena per smascherare il colpevole.


Perché gli adulti dovrebbero guardare film di animazione

 



I film di animazione sono spesso considerati un genere “leggero”, pensato per chi è giovane o per chi vuole distrarsi senza impegnarsi troppo. In realtà, quando li guardi da adulto, scopri che funzionano in modo completamente diverso. Non sono infantili e non sono banali: sono un modo diretto, pulito e molto efficace per parlare di emozioni, relazioni e momenti complicati della vita.
E per un adulto questo è un valore enorme.

Viviamo in un periodo in cui tutto va veloce. Le serie, i film, persino le conversazioni. A volte non abbiamo nemmeno lo spazio mentale per fermarci a capire come stiamo. Un film di animazione fa il contrario: rallenta, toglie il rumore, punta al cuore della storia. Non bisogno di mille effetti realistici; usa forme, colori e simboli per arrivare subito al significato.
E questa immediatezza, quando hai una certa età e una certa esperienza, pesa tantissimo in positivo.

Molti adulti si sorprendono guardando questi film proprio perché parlano di temi che viviamo ogni giorno. Cambiamenti che non abbiamo scelto. Rapporti che ci fanno crescere o soffrire. Paure che non sappiamo nominare. Scelte che ci spaventano. Nei film di animazione tutto questo viene raccontato con una chiarezza che non schiaccia, con un tono che non giudica, con immagini che ti aiutano a dire a te stesso: “Sì, capisco perfettamente cosa sta succedendo”.

Guardare un film di animazione da adulti significa anche concedersi un momento per respirare. La vita quotidiana chiede tantissimo: lavorare, gestire problemi, organizzare tutto, tenere insieme mille cose. In mezzo a tutto questo, ritagliarsi un’ora e mezza per una storia che parla chiaro è un modo per rimettere ordine dentro di sé.
Non è staccare il cervello. È rimetterlo a posto.

Un altro motivo importante è il modo in cui questi film usano le immagini per raccontare emozioni. Un colore può spiegare una sensazione meglio di un dialogo. Un movimento può far capire la fatica di un personaggio. Un ambiente irreale può mostrare in modo semplice una situazione reale che ci riguarda da vicino.
Questa forza visiva è perfetta per chi, da adulto, ha imparato che le emozioni non sono sempre facili da leggere o da dire ad alta voce.

Ci sono poi i temi universali: perdita, crescita personale, fiducia, perdono, coraggio, ricerca del proprio posto nel mondo. Nei film di animazione vengono trattati con delicatezza ma anche con onestà. Ti parlano senza frasi pesanti, senza moralismi inutili. Ti fanno riflettere senza schiacciarti.

Guardare film di animazione da adulti significa accettare che esistono molti modi per capire la vita. A volte lo fa un romanzo, a volte una persona, a volte un’esperienza, e a volte un film fatto di colori e forme invece che volti reali.
Il risultato però è lo stesso: ti lascia qualcosa.


E forse è proprio questo il punto.
Un film di animazione, se lo guardi con mente aperta, ti permette di mettere in ordine pezzi sparsi della tua vita. Non ti "infantilizza", non ti ridicolizza, non ti fa tornare indietro. Ti aiuta ad andare avanti con un po’ più di chiarezza e consapevolezza.
È un linguaggio diverso, ma parla esattamente a chi sa ascoltare.

sabato 4 aprile 2026

Le strade di San Francisco


 Stati Uniti, 1972 / Quinn Martin ed Edward Hume

Direttamente ispirata a un romanzo di Carolyn Weston (Povera, povera Ofelia, pubblicato in Italia dal Giallo Mondadori), questa serie è incentrata su Mike Stone (Karl Malden), un veterano del dipartimento di polizia criminale di San Francisco
e sul suo impetuoso assistente Steve Keller (Michael Douglas), ed è caratterizzata, oltre che da un'ottima interpretazione, da sceneggiature interessanti e originali, ricche d'azione, e da una regia attenta e curata.



I contrasti caratteriali tra i due protagonisti aggiungevano infine quel tanto di pepe sufficiente a caratterizzare la serie, andata in onda dal 16 settembre 1972 al 23 giugno 1977 per 119 episodi da 50 minuti, e preceduta da un pilot diretto da
Walter Grauman.



Michael Douglas, era già apparso saltuariamente in altri telefilm e ottenne un grosso successo personale con questo The streets of San Francisco (ricevendo
tre nominations all'Emmy, l'Oscar televisivo), abbandonando però la serie alla fine del quarto anno per darsi alla produzione e subito dopo al grande schermo, con film di un certo successo. 



In alcuni episodi del telefilm si disse che lasciava la polizia per dedicarsi all'insegnamento e a Karl Malden venne affiancato Richard Hatch nel ruolo dell'ispettore Dan Robbins.



Tra le vedette invitate possiamo infine ricordare Arnold Schwarzenegger, Nick Notte, Peter Strauss e Johnny Weismuller, indimenticabile Tarzan del grande schermo. Può essere infine curioso ricordare che Bert D'Angelo (Paul Sorvino), un
corpulento poliziotto di New York distaccato presso la polizia di San Francisco, ha avuto una serie tutta sua nel 1976, Bert D'Angelo superstar, dopo essere apparso in alcuni episodi di questa serie.


venerdì 3 aprile 2026

Rudy Rucker: Monumento alla Terza Internazionale


Una corrente d’aria investì i biondi capelli di Luanne Carrandine. Visioni d’artigli, immagini di liberazione.
— Vedete? — stava dicendo la commessa. — C’è un buco nel pavimento, signora Carrandine. Per fortuna non c’è caduto dentro nessuno.
Si stava formando una fitta nebbiolina, densa e spessa come ketchup. Un tentacolo di nebbia circondò un polpaccio di Luanne. Lei respirò un po’ di quello roba, e alcune vocine sembrarono uscire da ogni angolo. Luanne scosse la testa e spalancò gli occhi. «Avanti» disse a se stessa «è lunedì mattina, Luanne, è ora di lavorare». I fatti, per favore.
I fatti: c’è un grosso buco circolare nel pavimento dello spogliatoio del negozio d’abbigliamento di Luanne e Garvey Carrandine. Dal buco esce un po’ di fumo. «Maledizione!» Un grigio e piovoso lunedì dopo le vacanze, a Killeville, Virginia, e in più, il dannato negozio che sta andando in pezzi.
La nebbia liberava una carica elettrica ozonizzata. Luanne la respirò e si sentì bene, forte ed eccitata.
— Sono le fondamenta? — chiese la commessa.
— Non ci sono fondamenta — disse Luanne. — Nessuno dei negozi qui nel centro commerciale le ha. C’è solo un lastrone di cemento e nient’altro. Chi ha scoperto il buco? Hai chiamato i pompieri?
— Io... l’ho scoperto io, ma non ho chiamato i pompieri. Non ero sicura di chi... Credete che ci sia stato un furto?
Luanne si allontanò dal buco e si guardò attorno. Pantaloni e gonne, seta e polvere. — Non so proprio cosa avrebbero potuto rubare, Kathy. Non c’è niente qui che valga la pena... Chiedi ai nostri clienti. — Era stufa di gestire il negozio, stufa di guadagnare un dollaro alla volta. La nebbia l’aveva fatta diventare audace.
— Forse tutto il maledetto negozio ci cadrà dentro, ed io e Garvey potremo

Progressive Spin, puntata 42, 2 aprile 2026



Stainless - Still Water
Me El-Ma - Creativity War
Lunear - Rain
Sulphurous Sea - A Pilgrim's Tale
Realisea - Never feel this way again



SNMN, puntata 42, 1 aprile 2026



Al Vox e Luisenzaltro - PazzostraPazzo
Edy - Null'apposto
d!base - ;;;risolversi nel buio
Roberto Bonfanti - La Gioconda
Silvia Alibrandi - Casper
Frau - Per colpa della musica
Piccoli Bigfoot - Bonus Truck
Riki Cellini - L’amore domani
Slugchop - Nucleo
Rogue Charlie - Sempre Indietro
Ego Divided - Fury Of Hatred
Iacampo - Mondo parallelo
LeUltimeParoleFamose - Umore Blu
Martelli e Ruben Camillas - Faccio lo scemo
Valenn - Piccola



 

mercoledì 1 aprile 2026

Alberto Ginastera

 


Alberto Evaristo Ginastera (Buenos Aires, 11 aprile 1916 – Ginevra, 25 giugno 1983) è stato un compositore argentino. Nacque da padre spagnolo e madre italiana. Studiò al conservatorio della sua città natale, dove si diplomò nel 1938. Dopo un soggiorno negli USA dal 1945 al 1947, durante il quale studiò con Aaron Copland, tornò a Buenos Aires dove fondò il Centro Latinoamericano por Altos Estudios Musicales. Ginastera fu membro di importanti associazioni e accademie musicali.

Fu attivo anche come insegnante all'università di La Plata. Molto importante è stata la sua attività didattica, segnata dalla formazione di grandi allievi, come Alicia Terzian, Carlos Bellisomi e magari il più ricordato, Astor Piazzolla che studiò con il maestro nel 1941, con il quale però non ebbe un rapporto molto tranquillo. A Ginastera si deve anche la fondazione di diversi istituti musicali quale, oltre al già citato conservatorio di La Plata, il "Julian Aguirre" di Banfield, non lontano dalla capitale argentina. Nel 1968, a causa della dittatura nel suo paese natale, tornò negli Stati Uniti, e dal 1970 in poi visse prevalentemente in Europa, stabilendosi in Svizzera fino alla morte avvenuta nel 1983. 
Le sue spoglie riposano nel Cimitero dei Re (o Plainpalais), a Ginevra (Svizzera) nello stesso luogo dove è sepolto il celebre scrittore argentino Jorge Luis Borges.

Secondo lo stesso Ginastera, la sua opera può essere divisa in tre periodi:
  • Il Nazionalismo Oggettivo (dagli inizi al 1947 circa). Nel primo periodo della sua carriera Ginastera faceva largo uso di elementi della musica popolare e folkloristica argentina, inseriti comunque in un contesto di musica "colta". I modelli più importanti per Ginastera, in questo senso, furono Igor' Fëdorovič Stravinskij, Béla Bartók e Manuel de Falla. A questo periodo appartengono composizioni quali le Danze Argentine op. 2 per pianoforte e il balletto Estancia.

  • Il Nazionalismo Soggettivo (fino al 1958). Dopo il soggiorno negli USA, Ginastera cominciò a sperimentare nuove tecniche e forme, distaccandosi in parte dall'influsso della musica popolare. Tuttavia egli non abbandonò mai del tutto le tradizioni della musica argentina: elementi come i forti contrasti di ritmo e il succedersi di tensione e rilassamento permangono come segni distintivi del suo stile. Le opere più importanti di questo periodo sono la Terza Pampeana per orchestra e la Prima Sonata per pianoforte.

  • Il Neo-Espressionismo. A partire dal 1950, dallo stile di Ginastera scompaiono quasi tutti gli elementi folkloristici, e anche il simbolismo che aveva caratterizzato alcune sue composizioni. Rimangono costanti alcuni elementi tipicamente argentini: ritmi marcati, adagi meditativi ispirati alla quiete delle pampa. Tra le opere più importanti dell'ultimo periodo figurano l'opera lirica Bomarzo, il Popol Vuh per orchestra ed il Secondo Concerto per violoncello e orchestra.

Una chicca riguardante l'opera che vi ho proposto

Tra gli ammiratori di Ginastera vi era il tastierista di rock progressivo Keith Emerson, che lo incontrò in Svizzera nel 1973 per fargli ascoltare il suo adattamento del quarto movimento del Primo Concerto per pianoforte. Tale adattamento, lodato dallo stesso Ginastera, fa parte dell'album Brain Salad Surgery degli Emerson, Lake & Palmer col nome di "Toccata". In un'intervista del 1993 Emerson raccontò alcuni dettagli dell'incontro avuto con Ginastera in Svizzera. Quando fece ascoltare a Ginastera la demo di "Toccata", il maestro, dopo qualche secondo di silenzio, esclamò in spagnolo "Terrible!". Emerson pensò si trattasse di una bocciatura, ma la moglie di Ginastera, accortasi del fraintendimento, volle precisare e disse: "Signor Emerson, non si preoccupi. Terrible in spagnolo non significa terribile ma è una esclamazione che significa esattamente il contrario: mio marito è entusiasta del suo arrangiamento!".

Edgar Wallace: L'orma del gigante, n.76



L'avvocato Gordon Cardew scopre per caso che Hannah Shaaw, la sua poco affabile governante, ha ricevuto una lettera minatoria, firmata "Big Foot". Sospettando che sotto ci sia lo zampino di un milionario americano, con il quale Hannah ha avuto una relazione amorosa, Cardew rivela la questione al collega George Ferraby. Il quadro viene complicato da un folle vagabondo che, armato di pistola, si aggira di notte nella residenza di Cardew.

lunedì 30 marzo 2026

Fabio Biondi, Il dragone di Roma




Il dragone di Roma racconta la storia di Axius, giovane orfano di Tibur destinato a diventare un eroe leggendario. Le vicende si svolgono nel 146 d.C. in Caledonia, terra ostile ai confini dell’Impero. Durante una missione Axius e i suoi compagni vengono coinvolti in un’imboscata e dopo una rocambolesca fuga Axius viene attratto da un misterioso bagliore che scorge nel bosco, ritrovandosi improvvisamente in una terra a lui sconosciuta. Qui incontra Atid, una curiosa persona di mezz’età che si prende cura di lui e gli insegna l’arte del combattimento. Passati quattro anni, in quel posto a lui sconosciuto, e dopo aver scoperto anche l’amore, un giorno, quel bagliore riappare, riportandolo nuovamente in Caledonia. Si ritrova nel 150 d.C., nello stesso luogo in cui era scomparso anni prima. In breve tempo viene notato dagli ufficiali del forte per il suo coraggio, determinazione e la sua ineguagliabile abilità nel combattimento, venendo promosso legionario. Axius nonostante il suo successo militare, nasconde un animo turbato, sono tante le questioni che si pone, gli eventi inspiegabili che lo hanno reso un soldato incredibilmente forte lo portano a dubitare e a confrontarsi con misteri ancor più grandi. Tra storia e fantascienza, guerra e mistero, il romanzo si conclude con l’inizio di una nuova missione che lo porterà nella lontana e calda Africa.


 

Israele, il diritto di esistere senza dover sempre chiedere scusa; di Dragon Flyer




Un punto di vista anti-mainstream

Seguo da tempo quello che succede in Medio Oriente e c’è una cosa che ogni volta mi colpisce: quando si parla di Israele, troppi dimenticano un punto essenziale. Israele non è un concetto astratto, non è una parola da talk show, non è una bandiera da usare solo quando conviene. È un Paese reale, fatto di famiglie, paura, lutti, bambini che crescono con il rumore delle sirene e persone che da anni vivono con la sensazione che la propria esistenza debba essere continuamente giustificata.

Ed è proprio questo che trovo insopportabile. Israele viene spesso raccontato come se dovesse stare zitto, subire, contenersi più degli altri, quasi chiedere il permesso perfino per difendersi. Come se il diritto alla sicurezza, che per qualsiasi altra nazione viene considerato normale, nel suo caso dovesse essere ogni volta rimesso in discussione.

Io non riesco a guardare questa situazione con distacco finto. Perché qui non si parla solo di geopolitica, ma di sopravvivenza. Di un popolo che da decenni vive circondato da ostilità, minacce, propaganda e odio. E nonostante tutto continua a esistere, a difendersi, a rialzarsi. Questo per me conta. Conta molto.

Essere dalla parte di Israele non significa ignorare il dolore altrui. Significa però rifiutare una narrazione comoda, quella in cui chi viene colpito, minacciato e accerchiato finisce sempre per essere messo sul banco degli imputati. Significa avere il coraggio di dire che nessun Paese al mondo accetterebbe passivamente di vivere sotto attacco continuo. E allora non si capisce perché proprio Israele debba essere giudicato con un metro diverso.

A me sembra che su Israele si proiettino ossessioni ideologiche, semplificazioni e ipocrisie che raramente vediamo altrove. Ci si indigna a corrente alternata, si commenta da lontano, si riduce tutto a slogan. Ma dietro gli slogan ci sono persone vere. E quelle persone hanno il diritto di vivere, di proteggersi, di non essere sacrificate sull’altare dell’opinione pubblica internazionale.

Per questo oggi ribadire il mio sostegno a Israele non mi sembra un gesto provocatorio. Mi sembra un gesto limpido. Perché difendere Israele, per me, significa difendere il principio che uno Stato non debba vergognarsi di voler sopravvivere.
 

sabato 28 marzo 2026

Corrado Roscelli intervista Roberto Roganti a RadioAttiva Nonantola



Rosco Rocks

VENERDI’ 13 MARZO alle 19.00 – PASSAPAROLA, ROBERTO ROGANTI
Roberto Roganti, classe 1957, modenese, cardiochirurgo mancato, ex fisioterapista libero professionista e ora quasi dipendente INPS. Ha cominciato scrivendo recensioni di ristoranti nel 2007, praticamente per caso ma sicuramente ce l'aveva nel sangue, E la sua media dislessia gli aveva impedito per almeno 50 anni di esprimersi a dovere; in corso d’opera ha abbracciato la poesia, prima in lingua e poi in vernacolo; infine è passato al giallo. Autore e personaggio poliedrico, ha partecipato a svariati concorsi e premi letterari, anche dialettali, vincendone anche qualcuno; scrive poesie, romanzi gialli, si occupa di cucina, di cultura, di musica classica, di biografie di giallisti, tutto tramite i suoi blog, con contenuti e novità quotidiane, anche sulle sue pagine e i suoi canali Youtube. Ha pubblicato oltre 40 opere (poesie, romanzi, gialli, anche in dialetto). Dal 2024 la casa editrice Balzano ha ripubblicato i suoi gialli sotto una nuova veste: Morte al Villaggio Giardino (2024), Misfatto indigesto al Bulldog (2025), L'inutile strage (2025), Teatroci o Morte (2025).

 

Sulle strade della California


Stati Uniti, 1973 / Joseph Waubaugh

Creata da un ex ufficiale di polizia di Lo Angeles, Joseph Waubaugh, che ha scritto anche numerosi romanzi polizieschi come I nuovi centurioni e Marmo nero (ha incominciato a scrivere quando era ancora in servizio, dopo aver seguito un corso di "scrittura creativa"), questa serie senza personaggi fissi dipingeva tanto il lato professionale quanto quello umano nel lavoro di polizia. 

 


Ispirandosi alla propria esperienza diretta oltre che ai romanzi sull'87° Distretto (tanto che a metà degli anni Settanta Ed McBain ha addirittura denunciato per
plagio la società produttrice), Police Story, questo il titolo originale della serie, andata in onda per un centinaio di episodi dal 2 ottobre 1973 al 23 agosto 1977, era un prodotto realistico e molto curato, con tanta azione e numerosi stunt men, ma
l'assenza di personaggi fissi ai quali i telespettatori potessero affezionarsi ha portato infine alla sua soppressione.


Può essere curioso ricordare che i pilot di Joe Forrester e di Police Woman, incentrato sulle vicissitudini della sensuale Pepper Anderson, sono stati tra messi proprio nell'ambito di questa serie.
 

venerdì 27 marzo 2026

Marco e Dida Paggi: L’ultimo piacere di Andrea Sperelli


L’anno moriva, assai dolcemente. Il sole di San Silvestro spandeva non so che tepor velato, mollissimo, aureo, quasi primaverile, nel ciel di Roma.
Le stanze di palazzo Zuccari andavansi empiendo a poco a poco del profumo ch’esalavan ne’ vasi i fiori freschi. Le rose folte e larghe stavano immerse in certe coppe di cristallo che si levavan sottili da una specie di stelo dorato slargandosi in guisa d’un giglio adamantino: i fiori entro quella prigione diafana parean quasi spiritualizzarsi e meglio dare imagine di una religiosa o amorosa offerta.
Andrea Sperelli aspettava nelle sue stanze un’amante. Tutte le cose a torno rivelavano infatti una special cura d’ amore. Il legno di ginepro ardea nel caminetto e la piccola tavola del tè era pronta, con tazze e sottocoppe in maiolica di Castel Durante ornate d’istoriette mitologiche da Luzio Dolci, antiche forme d’inimitabile grazia. La luce entrava temperata dalle tende di broccatello rosso a melagrane d’argento riccio, a foglie e a motti. Come il sole pomeridiano feriva i vetri, la trama fiorita delle tendine di pizzo si disegnava sul tappeto.
L’orologio della Trinità de’ Monti suonò le tre e mezzo. Mancava mezz’ora. Andrea Sperelli si levò dal divano dov’era disteso e andò ad aprire una delle finestre; poi diede alcuni passi nell’appartamento; poi aprì un libro, ne lesse qualche riga, lo richiuse; poi cercò intorno qualche cosa con lo sguardo dubitante. L’ansia dell’aspettativa lo pungeva così acutamente ch’egli aveva bisogno di muoversi, di operare, di distrarre la pena interna con un atto materiale. Si chinò verso il caminetto, prese le molle per ravvivare il fuoco, mise sul mucchio ardente un nuovo pezzo di ginepro. I tizzi fumigarono.
Allora sorse nello spirito dell’aspettante un ricordo. Proprio innanzi a quel caminetto Elena un tempo amava indugiare, prima di rivestirsi, dopo un’ora di intimità. Ella aveva molt’arte nell’accumular gran pezzi di legno sugli alari. Il suo corpo sul tappeto, nell’atto un po’ faticoso, parea sorridere da tutte le giunture, da tutte le pieghe, da tutti i cavi, soffuso d’un pallor d’ambra che richiamava al pensiero la Danae del Correggio. Ed ella aveva appunto le estremità un po’ correggesche, le mani e i piedi piccoli e pieghevoli, quasi direi arborei come nelle statue di Dafne in sul principio primissimo della. metamorfosi favoleggiata.
Il luogo non era quasi in nulla mutato. Da tutte le cose che Elena aveva guardate o toccate sorgevano i ricordi in folla e le imagini del tempo lontano rivivevano tumultuariamente. Dopo circa due anni, Elena stava per rivarcar quella soglia. Tra mezz’ora, certo, ella sarebbe venuta, ella si sarebbe seduta in quella poltrona,
togliendosi il velo di su la faccia, un poco ansante, come una volta; ed avrebbe parlato.
Tutte le cose avrebbero riudito la voce di lei, forse anche il riso di lei, dopo due anni.
«Quale atto io farò accogliendola? Quali parole io le dirò?» Egli si smarriva mentre i minuti fuggivano. Egli non sapeva già con quali disposizioni Elena sarebbe venuta.
Mancavano due o tre minuti all’ora. L’ansia dell’aspettante crebbe a tal punto ch’egli credeva di soffocare. Andò alla finestra, di nuovo, e guardò verso le scale della Trinità. Elena, un tempo, saliva per quelle scale ai convegni. Mettendo il piede sull’ultimo gradino, si soffermava un istante; poi traversava rapida quel tratto di piazza ch’è d’innanzi alla casa dei Casteldelfino. Si udiva il suo passo un poco ondeggiante risuonare sul lastrico, se la piazza era silenziosa.
L’orologio batté le quattro. L’aria diveniva rigida, come più s’appressava il tramonto. La città, in fondo, si tingeva d’oro, contro un cielo pallidissimo sul quale già i cipressi di Monte Mario si disegnavan neri.
Andrea trasalì. Vide un’ombra apparire in cima alla piccola scala che costeggia la casa dei Casteldeffino e discende sulla piazzetta Mignanelli. Non era Elena.
S’ella non venisse? dubitò, ritraendosi dalla finestra. E, nel ritirarsi dall’aria fredda, sentì più molle il tepore della stanza, più acuto il profumo del ginepro e delle rose, più misteriosa l’ombra delle tende e delle portiere. Pareva che in quel momento la stanza fosse tutta pronta ad accogliere la donna desiderata.
Allora cominciò nell’aspettante una nuova tortura. Gli spiriti acuiti dalla consuetudine della contemplazione fantastica e del sogno, poetico danno alle cose un’anima sensibile e immutabile come l’anima umana.
Andrea vide nell’aspetto delle cose riflessa l’ansietà sua. Pareva all’amante che ogni forma, che ogni colore, che ogni profumo rendesse il più delicato fiore della sua essenza, in quell’attimo. Ed ella non veniva! Ed ella non veniva!
Eran quasi le cinque meno un quarto.
Dopo un poco, egli udì su per le scale un passo, un fruscìo di vesti, un respiro affaticato. Certo, una donna saliva. Tutto il sangue gli si mosse con tal veemenza, che, snervato dalla lunga aspettazione, egli credeva di smarrire le forze e di cadere. Ma pure udì il suono del piede femminile sugli ultimi gradini, un respiro più lungo, il passo sul pianerottolo, su la soglia.
Ella stava in piedi su la soglia, ansando ancora sotto il velo nero.
— Elena! — chiamò a voce bassa, non potendo più vincere la struggente passione che gli gonfiava il cuore. Le nudo il polso, insinuò le dita nella manica... Mio Dio! I suoi nervi dovean essere così estenuati che certamente secondavano ogni disordine della fantasia: non era Elena!
Non potea esser d’Elena quella pelle scagliosa ed irta, che, cangiando, prendeva qua e là un diffuso luccicore metallico, un color pallido d’argento misto del colore verdiccio d’un limone maturo, facendosi indi cinerina come per corruzione.
Non potea esser Elena quella creatura dai lunghi occhi rosseggianti segnati d’una trama di vene glauche, quasi pavonazzi contro il rossor fosco delle scaglie. Le troppe membra della creatura si agitavano convulse, sinistre come le insegne della morte.
— Elena! Tu sei dunque così mutata?
Dalla bocca ambigua, enigmatica, sibillina, la bocca delle infaticabili ed inesorabili bevitrici d’uomini, uscì una voce dal timbro singolare, un po’ stridula, mista a vapori sanguigni e maligni.
— Molto mutata! Io non son più tua; io non potrò essere tua più mai. Bisogna ch’io vada.
— No, ascoltami...
— Taci! Taci! Io non debbo più ascoltarti. Non voglio. Hai inteso?
Andrea non si mosse. Ella prendendo le tempie di lui fra le sue mani gli sollevò la fronte, lo costrinse a guardarla negli occhi. L’ambiguità suscita l’inquietudine nello spinto che si compiace delle cose oscure. Dinanzi a quella donna a cui un tempo l’aveva stretto mia così alta passione, in quel luogo dov’essi avean vissuto la loro vita più ardente, Andrea sentiva a poco a poco tutti i suoi pensieri vacillare, dissolversi, dileguarsi.
Tutte le memorie dell’amor passato risorgevano nel suo spirito, ma senza chiarezza, e gli davano un’impressione incerta ch’egli non sapeva se fosse un piacere o un dolore.
Parvegli ch’ella, nonostante tutto, portasse in sé l’ultimo alito de’ ricordi già spirati, l’ultima traccia delle goe già scomparse, l’ultimo risentimento della felicità già morta; qualche cosa di simile a un vapor dubbio da cui emergessero imagini senza nome, senza con- torno, interrotte. E sentì un’onda ineffabile attraversarlo da capo a piedi.
— Io ti desidero come non mai!
Si ritrovarono l’uno di fronte all’altra, pallidi, ansanti, scossi da un terribile tremito, guardandosi negli occhi mutati, avendo negli orecchi il rombo del loro sangue, credendo di soffocare.
Ella mormorò, con voce un po’ roca, senza sorridere: — Moriremo.
E nel tempo medesimo, con impeto concorde, si strinsero, si baciarono.
Lo stupendo mostro l’allacciava, lo teneva tutto palpitante, simile a una preda.
E mentre i tentacoli di lei, materia viscida e, fredda, aderivano come vischio tenace al suo cuore; mentre tutto il suo passato, tutto il suo presente, si dissolveano; mentre sentiva l’anima sua entrar dolcemente nella morte e come una spoglia fragile s’abbandonava ansante all’abbraccio, pensò ch’ella era pur così bella per lui, per lui solo!
Ed anche pensò, spirando: è un piacere non mai provato!