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venerdì 6 marzo 2026

Kit Reed: Costume canino



Quel pomeriggio, mentre attraversava il parco per tornare a casa, Robert Enfield fu contento e nello stesso tempo dispiaciuto di non avere portato Dirk. Fintanto che tenevano Dirk chiuso in casa, il cane era al sicuro, e così l’appartamento. La perdita dei quattrini che Robert aveva in tasca, avrebbe detto Myrna, era una cosa insignificante. Tra l’altro, Enfield non si sentiva mai a suo agio in compagnia del cane. Dirk si muoveva con grazia di velluto, tollerava a malapena la mano di Enfield sul guinzaglio, e lui doveva ammettere che preferiva affrontare delinquenti ed anormali, ed ogni altra sorta di pericoli piuttosto che rimanere sotto lo sguardo fisso degli occhi gialli del cane. L’aria di forza compressa del doberman, i denti bianchissimi, e i muscoli simili a molle d’acciaio tese sotto il pelo lucido, l’avevano sempre messo a disagio. Quando lui parlava con Myrna, Dirk li guardava girando la testa da uno all’altro, e più di una volta Enfield aveva trascinato la moglie in cucina per avere un mondo tutto per loro, perché non riusciva a togliersi la crescente convinzione che il cane capiva e disapprovava tutto quello che lui diceva. Eppure, se ci fosse stato Dirk, Enfleld non avrebbe perso il portafoglio, nessun delinquente avrebbe avuto il coraggio di aggredirlo, e certamente non l’avrebbero picchiato. Anzi, Enfield avrebbe avuto il piacere di guardare Dirk squarciare la gola ai malviventi prima che loro avessero il tempo di gridare chiedendo aiuto.

Aveva lasciato Dirk a casa perché Myrna gli aveva detto che le squadre di polluzione avevano allargato il raggio delle loro ricerche, e che c’erano vigilanti civili con reti e armi automatiche nascosti dietro ogni cespuglio. Nel lasciare l’appartamento gli era venuta l’idea che perdendo Dirk, lui e Myrna sarebbero finalmente rimasti soli, ma Myrna gli aveva detto seccamente: — Data la situazione, non esci con Dirk — ed il cane aveva mostrato una fila di denti in una specie di ringhio.
Dirk, per la verità, era il cane di Myrna. L’aveva portato a casa dopo essere stata rapinata in ascensore quattro volte in una settimana. Enfield, rientrato dal lavoro, aveva trovato la moglie in soggiorno, in compagnia di un cucciolo dalle gambe sottili che non si agitava e non camminava scompostamente per la gioia alla maniera di tutti i cuccioli. La bestia aveva invece sollevato la testa come un cavallo da corsa, guardandolo con sguardo impenetrabile.
— Cos’è? — aveva chiesto lui.
— La mia protezione. — Myrna, seduta sul pavimento accanto al cane, l’aveva guardato attraverso la cascata di capelli neri lucidissimi. — Non è adorabile?
La testa del cane aveva la forma a diamante, come quella di un serpente, Enfield, dopo averlo guardato. attentamente, aveva detto: — Come si chiama?
E Myrna, che per Enfield aveva sempre usato il vezzeggiativo di Bobo, rimproverandogli scherzosamente di non avere un nome più maschio, aveva detto: — Dirk. È un bellissimo nome. Lo chiamerò Dirk.
— Adesso, immagino — aveva detto lui, — scarterai l’idea di avere un bambino.
— Per il momento. — Aveva piegato la testa insinuante, quasi con la stessa grazia del cane. — In fondo, anche lui ha bisogno di essere allevato.
Così il cane era stato di Myrna fin dall’inizio, e spiava attentamente ogni movimento di Enfield, tendendosi in avanti tutte le volte che Enfield si avvicinava per abbracciare la moglie, e ringhiando rabbiosamente tutte le volte che lui alzava la voce. Più di una volta Robert Enfield detto Bobo si era svegliato di soprassalto con la sensazione di sentirlo respirare da un qualche angolo della stanza, e non riusciva mai a stringersi alla moglie in letto senza pensare al cane. Anche se Dirk era chiuso in cucina, Enfield non riusciva a togliersi l’idea che il cane fosse sempre seduto sulla toilette, pronto a balzargli addosso, alla prima mossa falsa. Anche se Dirk l’aveva salvato da diverse rapine, e se forse gli aveva anche salvato la vita assalendo il ladro che quella volta stava nascosto nell’atrio, Enfield aveva sempre guardato Dirk con uno strano turbamento. E con uno strano turbamento aveva guardato i vigilanti civili entrare in azione. E aveva condiviso la contrarietà di Myrna quando il sindaco aveva scelto il suo spettacolo musicale della domenica per annunciare la creazione di quella che lui aveva chiamato eufemisticamente la squadra anti-polluzione.
— È un assassinio — aveva detto Myrna. — È come nei campi di concentramento.
— I cani sono diventati i padroni dei marciapiedi, Myrna. Camminiamo negli escrementi fino al ginocchio. Ed azzannano ferocemente i bambini che si trovano in strada.
— Le madri dovrebbero badare di più ai loro figli.
— Temo che sia ormai troppo tardi — aveva detto Enfield. — La situazione ci è sfuggita di mano.
Fu così che quella sera, tornando a casa attraverso il parco, sentì lontani spari e grida di dolore, voci furiose, ed urla di rabbia, e, più vicino, un gemito che si alzava in mezzo agli altri suoni, per esprimere un dolore smisurato. Nel girare l’ultima curva, Enfield raggiunse la fonte di quei suoni. Una vecchia signora stava con il naso all’aria e la gola gonfia di pianto davanti al cadavere di un piccolo pechinese.
— Non abbaiava mai — disse, quando lui cercò di calmarla — e non ha mai morso nessuno. E sporcava di raro, almeno non da farsi accorgere. Io gli stavo sempre molto attenta, raccoglievo tutto quanto con la mia piccola paletta d’argento, portavo i rifiuti a casa, li gettavo nella toilette, e oh oh oh! — disse, e ricominciò i suoi gemiti inarticolati.
— Sono sicuro che significava molto per voi, signora — disse Enfield. Avrebbe fatto qualsiasi cosa per farla smettere con quei lamenti. — Potreste farlo imbalsamare.
— Imbalsamare — urlò la donna. — Imbalsamare!
Enfield si allontanò alla svelta. La donna gli si era rivoltata contro, e se lui fosse rimasto ancora un minuto l’avrebbe fatto a pezzi.
Sul viale un altro addolorato padrone di cane stava cercando di salvarsi la vita. La squadra anti-polluzione aveva abbattuto il suo animale, e un branco di cani diventati selvatici si era lanciata sul cadavere. In quel momento, finito di sbranare l’animale, si erano lanciati contro l’uomo, ancora assetati di sangue. Enfield si guardò attorno in cerca di un bastone, un sasso, qualcosa che potesse servirgli come arma da difesa, ma non vide niente.
— Mettetevi in salvo — gridò l’uomo nell’attimo in cui spariva in un vortice di zanne e di artigli. Enfield si guardò rapidamente intorno: cercava la squadra anti-polluzione, nella speranza che potesse fare qualcosa. Ma probabilmente gli uomini della squadra erano andati a rinchiudersi nel camioncino giallo subito dopo aver fatto il loro dovere. In fondo era molto più sicuro andare a caccia di cani al guinzaglio che sprecare energie e fiato nell’inseguimento dei cani selvatici che si nascondevano nel parco. Era molto più facile seguire la legge alla lettera e piombare su un barboncino, o su un cocker spaniel che camminava docilmente al guinzaglio. La maggior parte dei proprietari di cani tenevano adesso gli animali in casa, oppure li portavano a passeggio durante il buio della notte, sperando di eludere le squadre che pattugliavano le strade ventiquattro ore su ventiquattro. Quando le squadre piombavano sulla preda e facevano il loro dovere, i proprietari dei cani rimanevano a guardare i collari vuoti e i guinzagli inutili dicendo: — Guaiva, e guaiva, così ho dovuto portarlo fuori. — Quelli con maggior forza di carattere avevano già liberato i cani, nella speranza che le bestie riuscissero a sopravvivere nel parco. Di notte potevano uscire ed avere qualche occasionale incontro con il cane. Con un po’ di fortuna potevano anche scambiare qualche parola con l’amato animale prima di dover fuggire per l’avvicinarsi dei cani selvatici., Enfield si chiese se Dirk avrebbe avuto voglia di incontrarsi con lui, o con Myrna. Comunque sapeva che non sarebbe mai successo, A volte gli sembrava che loro vivessero per servire il cane, e che non fosse affatto il cane a servire loro.
Alle sue spalle sentì un ringhiare, ed altri rumori ancora più sinistri. È arrivato il momento in cui i cani si mangiano tra loro, si disse. Ecco la verità. E si mise a correre.
Gli fu difficile procedere. Il traffico era rimasto paralizzato diverse settimane prima, e questo significava che per attraversare una strada era necessario scavalcare volkswagen arrugginite e camminare su paraurti di taxi. Le macchine abbandonate occupavano tanto spazio che i cani si trovavano confinati sui marciapiedi ormai ricoperti di escrementi, costellati di carcasse e cosparsi di tracce di giustizia, o di carneficina, a seconda dei punti di vista. Dopo il bando del sindaco, la Sanità aveva costituito i gruppi di sterminio, e da quel momento era stato chiaro che non avevano alcuna intenzione di smettere. Il programma era ormai arrivato alla quinta settimana, e il grave era che le condizioni non miglioravano, anzi, sembravano peggiorare. Gli animali randagi erano cresciuti come funghi, e, oltre tutto, molti esseri umani avevano preso l’abitudine di usare i marciapiedi e i parchi come gabinetti, proprio per dimostrare il loro punto di vista.
Le squadre di polluzione, forse stimolate dall’insuccesso, si erano via via fatte più meticolose e più spietate. Gli uomini avevano cominciato a presentarsi alle porte degli edifici per corrompere i portieri, e farsi dire quanti cani vivevano nella casa, e quando, di solito, i padroni li portavano fuori. Dietro le insistenze di Myrna, Enfield aveva tenuto Dirk in casa fin dall’inizio. Lei si era messa in testa che se non l’avessero visto non avrebbero nemmeno pensato che esistesse ed aveva fatto tutto il suo meglio per esercitare il cane tra le pareti di casa, insegnandogli a saltare sul tavolino da caffè, rimbalzare contro la porta d’ingresso, e poi scattare come una molla in un terzo salto. Si stizziva risentita quando Enfield guardava il cane con aria dubbiosa, comunque era decisa ad insegnare al cane l’uso della toilette. Enfield pensava che avrebbero superato anche quella crisi, come ne avevano superato molte altre, comunque non gli piaceva l’aria che aveva preso il cane, né il nervosismo che lo agitava, né il modo con cui camminava avanti e indietro dal giorno in cui gli era stato negato il parco. Sembrava assolutamente conscio della minaccia che incombeva all’esterno. Il cane, si era detto Enfield, stava per esplodere, e quel pomeriggio, tornando a casa, si era anche detto che avrebbe scelto un momento opportuno per versargli il veleno nel piatto. Il veleno l’aveva già in tasca. Myrna non lo avrebbe mai saputo, e, nonostante la loro susseguente vulnerabilità ai malfattori e ai vagabondi, Enfield era convinto che sarebbero stati molto, molto meglio. Myrna gli venne incontro alla porta. — Hai sentito?
— Sentito cosa?
— Non trovano più molti cani per strada. E hanno cominciato a bussare di porta in porta.
Enfield girò lo sguardo verso Dirk. Il cane, seduto sulla sua poltrona preferita, lo guardò con occhi tanto feroci da fargli dire: — Be’, dovremo...
Lei gli mise una mano sulle labbra. — Ssssh, capisce.
Enfield diede al cane un’occhiata furente. Dirk mostrò i denti.
— Dob-bia-mo la-sciar-glie-lo pren-de-re — disse Enfield, sillabando.
Lei lo guardò con aria disperata, strabuzzando gli occhi.
— Lui non permetterà che noi...
Il doberman alzò la testa.
Enfield fece: — Shhh...
— Non permetteremo mai che lo prendano — disse Myrna, a voce alta. — Hai sentito, Dirk? Non permetteremo mai che ti prendano. — Abbassò la voce per bisbigliare: — Adesso sono nell’edificio.
— Prima o poi verranno anche qui — disse Enfield. Aveva la strana sensazione che il cane sapesse del veleno nascosto in tasca. — E se vengono, noi dob-bia-mo...
— No — disse Myrna, scuotendo la testa. — Ho trovato una soluzione. — Il cane scese dalla poltrona e le andò vicino.
I tre ebbero un sussulto sentendo bussare energicamente.
— Sono loro — disse Enfield, e poi: — Cos’è?
Myrna gli stava porgendo qualcosa di peloso. — Il tuo costume.
— Stai scherzando!
Intanto avevano preso a tirare calci violenti alla porta. Entro qualche minuto sarebbero riusciti a sfondarla.
Myrna girò lo sguardo da lui al cane che si mise a guaire. — No, non sto scherzando, Bobo. O tu o lui.
— Ma io sono tuo marito! — Allarmato, Enfield vide che c’era un suo vestito scuro già disposto sul letto, con una sciarpa di seta, ed un asciugamano per ricoprire la testa maciullata — Cara, tu non puoi...
Il cane si raccolse per spiccare un salto.
— Mi spiace, ma lui non me lo permette. — La porta stava cedendo. Lei gli porse il costume da cane, con grazia, ma inesorabile. — Credo che ti convenga indossarlo.

 

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