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martedì 13 gennaio 2026

F. Tennyson Jesse: Il tesoro ritrovato


L’estate era stata lunga, quell’anno, e solo alla fine di ottobre, proprio l’ultimo giorno, Brandon si rese conto che era davvero finita. Poi venne un uragano che spazzò via gli acquitrini, arruffò le tranquille e grigie acque degli stagni e delle insenature, e strappò le foglie dagli alberi che si contorcevano. Dopo il suo passaggio, il caldo se ne era andato. Un pallido sole invernale mandava ora la sua luce pura e fredda sopra il terreno paludoso. Poche foglie erano rimaste ancora sugli olmi che circondavano la fattoria; e mentre apriva il cancello del cortile, Brandon sentì il gracchiare dei corvi, attorno ai loro nidi, neri fra i rami nudi.
Per un momento, Brandon venne preso dalla classica e tipica malinconia degli ultimi mesi dell’anno, perché ogni anno rammenta a tutti l’approssimarsi dell’autunno. Ma un istante più tardi, voltando la testa per guardare la strada che aveva percorso, si avvide che, sotto il groviglio nerastro dei canneti, le acque erano di un azzurro freddo e luminoso, mentre alle sue orecchie arrivavano le note cristalline del pettirosso che si allenava per il suo canto invernale. In quella zona palustre, la bellezza era ancora presente; il suo cuore non poteva non essere penetrato da un senso di gratitudine.
Attraversò il fangoso cortile, e all’ingresso della fattoria incontrò il suo amico Miles. Caro, vecchio Miles... il sole o la pioggia, l’estate o l’inverno, per lui non avevano altro significato se non quello strettamente utilitaristico. Ma quel giorno, il rubicondo volto di Miles aveva perduto un po’ della sua abituale allegria, sicuramente non a causa di qualcosa che si riferisse ad un allegorico messaggio dell’estate morente.
—Hai visto Tom e Jack? — domandò Miles. — Oggi avrebbero dovuto arare un campo di ventimila metri quadrati, ma non si riesce a trovarli. Di solito, ci si può fidare del loro lavoro!
—Tom e Jack? No. Ma non penso che ti debba preoccupare. Staranno lavorando con l’erpice, oppure concimando, o seminando, o facendo una delle mille cose alle quali voi vi dedicate.
Ma l’insolita espressione non si schiarì sulla faccia del suo ospite.
—Da un paio di giorni — osservò — si comportano in modo strano, molto strano. E dal giorno in cui hanno trovato quel maledetto tesoro, mentre stavano arando quella terra appena dissodata, lassù, vicino alla grande diga. Questa mattina si lanciavano certe strane occhiatacce che ho preferito non mandarli fuori insieme. C’è qualcosa di storto, in tutta questa faccenda. Non mi piace.
Brandon sorrise, e cominciò a riempire la pipa.
—Sciocchezze. Che cosa potrebbe mai esserci, tra quei due? — disse. — Non sarebbe la prima volta che un po’ di denaro dà alla testa a qualcuno. Prima o poi la smetteranno, vedrai.
Eppure, dentro di sé, pensava che quella circostanza fosse davvero un po’ strana. Tutti conoscevano Tom e Jack, i due amiconi del villaggio. Nemmeno Damone e Pizia erano stati amici come lo erano loro. Da ragazzi avevano frequentato le stesse classi, a scuola, poi avevano giocato nella stessa squadra, al calcio d’inverno e al cricket d’estate; avevano pattinato insieme, e insieme erano andati a caccia di anitre e a pesca; durante la guerra, avevano combattuto nello stesso reggimento, e avevano addirittura sposato due gemelle. Così, tutti sapevano che fra loro due non c’era mai stata una parola storta. Erano uomini che non possedevano alcuna abilità speciale che li potesse indurre ad abbandonare l’ambiente nel quale erano nati. Nella loro zona, però, erano fra i primi. Uomini onesti, per bene, intelligenti, forse un po’ lenti nei processi mentali, ma nel complesso abili e precisi. Tom aveva un anno di meno, ed era smilzo e scattante. Jack era pesante, se paragonato all’amico, ma forte come un toro. Tom aveva un carattere più impulsivo, ma le sue collere passavano presto. Jack aveva la calma che spesso si accompagna ad un fisico robusto. Ora era un fatto triste, e anche un po’ bizzarro, che poche, vecchie e sporche monete avessero incrinato la concordia dei due amici.
—Perché non gli dici — suggerì Brandon a Miles — che le loro vecchie monete sono probabilmente di scarso valore?
—L’ho fatto — disse Miles. — Ma tu sai com’è questa gente. Pensa sempre che, qualsiasi cosa trovino, debba avere un grandissimo valore, e che il British Museum sia pronto a comprargliela per una somma immensa. Posso anche capire che immaginino tutto questo, ma non capisco come siano arrivati a litigare. Anzi, pensavo che fossero ben contenti di dividersi il guadagno, grande o piccolo che fosse. Per di più, non hanno ancora finito le loro ore di lavoro, mentre prima di adesso non li ho mai visti mettere giù gli attrezzi prima dell’orario, e di solito non prima di avere finito. Sono tipi all’antica, di quelli a cui non piace lasciare un lavoro a metà.
Aveva appena terminato di parlare, quando dal corridoio alle spalle di Miles arrivò correndo una delle domestiche; lo chiamava con voce alta, spaurita.
—Venga subito, signore! Tom e Jack stanno litigando nel granaio. Si stanno ammazzando!...
Tallonato da Brandon, Miles attraversò rapidamente la casa, uscì nel giardino e lo attraversò.
Il grande granaio si trovava sul pendio di un campo; era una costruzione di legno nero, di pece, col tetto rosso scanalato. Nei pressi, rilucevano mucchi di paglia, illuminati dai raggi del sole ormai al tramonto. I due uomini si inerpicarono lungo il pendio del campo; le zolle erbose si attaccavano alle loro scarpe, rendendole pesanti. Brandon, superando l’ospite che era più anziano di qualche anno, fu il primo a entrare nel granaio.
Gli sembrò tutto buio, all’inizio, un’oscurità piena di un pulviscolo che turbinava come fumo, nei raggi che splendevano attraverso l’ingresso. L’odore delle bestie e della terra calpestata, e il profumo del fieno immagazzinato, riempivano la penombra. Dal chiarore incerto emergevano le travi e i rozzi pilastri di legno. Poi, mano a mano che l’occhio si abituava alla mezza luce, Brandon percepì un preoccupante singhiozzare che cresceva e diminuiva, e il tonfo dei colpi. I due uomini stavano lottando sul pavimento di terra battuta, e si spostavano da un punto all’altro.
Mentre Miles e Brandon balzavano in avanti, l’uomo più grosso stava per avere la meglio, e faceva piovere colpi sulla testa del suo avversario, a destra e a sinistra. L’uomo più piccolo, quello che stava singhiozzando, improvvisamente si accartocciò e ricadde sul pavimento, dove restò immobile.
—Buon Dio, uomo! — gridò Miles afferrando il braccio dell’uomo più robusto. — Devi essere impazzito. Potresti anche averlo ucciso.
L’uomo girò verso il padrone il suo volto devastato.
—Non me ne importa, se l’ho ammazzato, quello sporco bastardo! — rispose. — È un ladro, ecco cos’è!
—Tom un ladro? Ma è assurdo. Avresti preso a pugni chiunque avesse detto di lui una cosa simile.
—Certo che l’avrei fatto — ribatté l’uomo — ma adesso no. Ha rubato tutto il denaro che abbiamo scavato fuori nel campo nuovo. L’ha nascosto da qualche parte, e non vuole dirmi dove. Racconta frottole, dice che non ce l’ha.
Brandon si era inginocchiato accanto a Tom; l’uomo aveva perso conoscenza, ed aveva la faccia rigata di sangue. Poi sollevò gli occhi e disse: — Guarda, l’hai quasi ammazzato. Dovresti vergognarti, anche se fosse vero quello che hai detto. Io, poi, non ci credo. Tom non farebbe mai una cosa simile. Accidenti, Miles, guarda nei suoi pugni. E tu, Jack, apri le mani.
Si rialzò, e avanzò verso Jack che se ne stava diritto, a fissarlo con uno sguardo ebete. I pugni chiusi erano ancora in posizione di attacco. Ma Jack non fece resistenza quando il suo padrone e Brandon gli tirarono le dita e scoprirono, ben stretta in ciascuna delle mani, una ruvida selce dalle cui punte gocciolava il sangue di Tom. Brandon guardò gli occhi lucidi di Jack, e non disse nulla: non c’era scopo a dire qualcosa a un uomo così cambiato rispetto a quello che tutti conoscevano. Si rivolse invece a Miles:
—Dobbiamo portare fuori Tom. Tiratelo su. Io, intanto, do un’occhiata in giro.
Con sorprendente docilità, Jack si chinò e tirò su, con delicatezza, la testa dell’uomo che aveva picchiato. Jack e Miles trasportarono l’uomo svenuto, trattenendolo in mezzo a loro, attraverso il raggio di sole, fuori all’aria aperta.
Brandon sedette su un secchio rovesciato. Si sentiva disgustato e turbato alla vista del sangue; era una sua idiosincrasia così invincibile che aveva ormai smesso di vergognarsene.
Normalmente, Brandon non era un ipersensibile. Ma molte volte nella sua vita era stato preda di momenti che lo avevano scosso, momenti nei quali gli era sembrato – non attraverso qualche sua superiore facoltà personale, ma a causa di qualche stimolo proveniente dall’esterno – di percepire più cose di quelle percepite dagli uomini, più cose di quante lui stesso, solitamente, avrebbe percepito. In genere, quei singolari momenti di lucidità venivano preannunciati da un’inesplicabile parvenza delle cose esterne: un albero a lui familiare, o uno scaffale, poteva assumere un aspetto che lui si limitava a definire, e soltanto a se stesso, inclinato, come se l’angolo del mondo visibile si fosse spostato in una nuova direzione, puntando versò una dimensione sconosciuta, come se l’albero o lo scaffale avessero perduto di colpo la loro essenza di albero e di mobile, per diventare un cuneo conficcato nello spazio. In quei momenti, il fenomeno gli pareva perfettamente naturale; solo in seguito, guardando indietro e con i sensi ancora storditi, si sarebbe reso conto della differente inclinazione.
Anche ora, seduto nel granaio, era quasi ipnotizzato da questo stato d’animo, ma scosse via le vertiginose sensazioni, tentando di non abbandonarsi a quel gioco infantile e insidioso che sembrava volerlo a poco a poco travolgere, dicendo a se stesso che tutto questo era dovuto all’eccitazione nervosa e all’angolo di luce che si irradiava all’interno, attraverso la porta. Si alzò e, nel movimento, scorse un cappello di feltro, molto malandato, appoggiato contro il muro del granaio. Si avvicinò per raccoglierlo. Riconobbe il cappello di Tom dal particolare colore grigio chiaro e dalla azzurra piuma di ghiandaia infilata nel nastro. Si chinò per raccoglierlo, ma con sua sorpresa il cappello era così inaspettatamente pesante, nella sua mano, che quasi gli sfuggì. Fece scorrere le dita nella parte interna, sotto la fodera: avvolte in una sottile pezza di stoffa, percepì le irregolari superfici delle monete. Dunque, Tom aveva mentito... aveva nascosto le monete. Brandon si sentì turbato come quando aveva scoperto le pietre di selce nei pugni di Jack.
Prese il cappello e, reggendolo con tutte e due le mani, uscì con passo greve dal granaio. Attraversò il giardino ed entrò nella stanzetta situata a lato dell’ingresso principale, utilizzata come ufficio da Miles.
Brandon chiuse la porta e sedette al tavolo spostando i fogli e i registri, per fare spazio davanti a sé. Poi capovolse il cappello, e ne estrasse il fagottino di monete disposte attorno alla curva interna, come un serpente attorcigliato. Spiegò la pezza di stoffa, uno sporco fazzoletto di seta, e rovesciò le monete sul tavolo. Aveva davanti a sé la causa di tutti i guai fra Tom e Jack, niente altro che una manciata di sporche e quasi informi monete. Brandon le osservò febbrilmente. Erano tanto vecchie e consunte da distinguervi a malapena il profilo di un imperatore... quale, non sapeva, ma senza dubbio era una fisionomia romana. Gli sembrava incredibile che, attraverso quelle monete, il vizio dell’invidia si fosse manifestato fino a raggiungere l’assassinio... Raccolse le monete con entrambe le mani.
A questo punto, mentre rimaneva lì seduto, la strana sensazione arrivò sopra di lui, inondandolo immergendolo fino alla punta delle dita e dei piedi, tanto da fargli intuire che sarebbe stato incapace di muoversi anche se la casa, attorno a lui, avesse preso fuoco. Provava una sensazione di freddo intenso, nonostante il formicolio che lo invadeva, e capì – non avrebbe saputo dire in quale modo – che sul palmo delle mani reggeva degli oggetti tanto malvagi che la sua stessa carne si ribellava, cose tanto cattive che, ogni qualvolta fossero state scoperte e riscoperte dagli uomini, al loro passaggio avrebbero portato il male. Pur dentro la foschia rosso-scura, con terribile chiarezza capì che quelle cose erano state portate in superficie dal vomere, o ripescate da un fondale marino, o gettate attraverso gli anni sopra una spiaggia, e che chiunque le avesse trovate avrebbe conosciuto la desolazione e la distruzione di ogni suo avere.
Si agitava in lui, con insistenza, la risolutezza di portare via quelle cose, e gettarle in un luogo dove il ritrovamento fosse stato assolutamente improbabile, per generazioni e generazioni nel futuro. Doveva appesantirle, e gettarle lontano, nel mare, o nelle acque torbide di un pozzo abbandonato.
Lottò duramente contro il senso di orrore che lo penetrava, perché voleva risolvere al più presto l’impegno che si era preso. Il sole del tramonto illuminava ancora la stanzetta. Tremando, ma avvertendo che il formicolio diminuiva lentamente in tutto il corpo, allontanò le mani dal mucchietto di monete, e le lasciò cadere sul tavolo. Si passò il palmo sulla fronte madida, e disse a se stesso che non ora, ma in un altro momento sarebbe stato in grado di fare ciò che si era ripromesso. Ma un istante dopo si alzò, di nuovo padrone di se stesso, benché non potesse negare di aver avuto un attimo di smarrimento.
Fu all’improvviso che venne afferrato dalla terribile idea. Tese le mani, e cominciò a contare le monete. Le contò per tre volte, sempre sperando di avere sbagliato a causa della fretta. Ma, per quanto contasse e ricontasse, le consunte monete d’argento erano trenta. Con un sussulto, Brandon si allontanò dal tavolo. Le mani gli tremavano. Si ritrovò a dire, in un terrorizzato bisbiglio: — Trenta denari d’argento... Trenta denari d’argento.

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