La riunione di lunedì pomeriggio durò tre ore buone e l'omicidio non fu neanche nominato. Nonostante questo, però, non fu una riunione divertente. Wolfe mi aveva fatto spedire delle lettere ai sei interessati, affermando che la signora Mion l'aveva incaricato di discutere la questione dei danni, nel tentativo di risolvere la vertenza senza dover ricorrere al tribunale. Erano arrivati tutti e sei, piuttosto seccati: Gifford James; sua figlia Clara e il suo legale, giudice Henry Arnold; Adele Bosley; il dottor Nicholas Lloyd e Rupert Grove.
Fred e Peggy non erano stati invitati.
Il terzetto James arrivò puntualissimo, alle nove esatte. Ero così curioso di vederli in faccia, che andai ad aprire personalmente. Il baritono entrò per primo, lasciandosi dietro figlia e legale. Aveva un'aria sorprendentemente giovanile, considerato il fatto che doveva essere sulla cinquantina. Mi porse il cappello come se prendermi cura del suo cappello in quel lunedì sera, quindici agosto, fosse la mia unica aspirazione. Sfortunatamente me lo lasciai cadere di mano. Clara rimediò, chinandosi di scatto per raccoglierlo, poi mi lanciò uno sguardo prolungato. La gratificai di un sorriso.
Nel frattempo il giudice Henry Arnold aveva appeso il suo cappello. Durante la giornata avevo svolto delle indagini su tutti gli invitati ed ero venuto a sapere che Arnold si faceva chiamare giudice solo perché un tempo era stato giudice di pace, ripartizione matrimoni. Era un omiciattolo striminzito, con una testa calva tanto piatta che si sarebbe potuto comodamente appoggiarci sopra un portacenere. A quanto pareva doveva essere attrezzata meglio all'interno che all'esterno, dato che aveva numerosi clienti fra i più grandi divi di Broadway. Li condussi nello studio di Wolfe, e dopo le presentazioni allineai le poltroncine gialle per farli sedere. Ma il baritono aveva adocchiato la poltrona di pelle rossa e ci si piazzò. Stavo aiutando Fritz a preparare da bere, quando il campanello squillò di nuovo. Era il dottor Nicholas Lloyd. Non portava cappello, perciò non sorsero questioni. Decisi che lo sguardo scrutatore che mi lanciò doveva essere semplicemente automatico e professionale, tanto per stabilire se ero diabetico o anemico. Col viso dai lineamenti regolari e l'abito impeccabile, si attagliava perfettamente alla sua fama di grande chirurgo. Quando lo introdussi nello studio, il suo sguardo s'illuminò alla vista dei beveraggi. Gli ultimi due arrivarono insieme, o almeno, me li trovai davanti nello stesso istante quando aprii la porta per la terza volta. Se James non si fosse già impossessato della poltrona rossa, l'avrei offerta ad Adele Bosley. Dalla mia scrivania, la vedevo di tre quarti, ma avrei preferito averla di faccia. Non era una gran bellezza e quando era nata Clara James lei doveva aver già finito le elementari, ma la sua bella bocca senza troppo rossetto e i grandi occhi castani erano uno spettacolo tutt'altro che spiacevole.
Rupert Grove non mi strinse la mano, cosa che non mi rattristò troppo. Forse era stato un buon agente per gli affari di Mion, ma non certo per il suo stesso fisico. Un uomo può essere grasso e conservare ugualmente una certa dignità, vedi Falstaff e Nero Wolfe, ma quel baule aveva perso ogni senso delle proporzioni. Quando anche gli ultimi due si furono accomodati e forniti di beveraggi, Wolfe cominciò il fuoco di fila delle domande. Si scusò per averli trascinati fin lì in quella serata afosa, ma affermò che la faccenda poteva essere risolta solo se tutte le persone più o meno cointeressate avessero potuto esprimere la loro opinione. Il mormorio di risposta variò dalla condiscendenza all'irritazione. Il giudice Arnold affermò che non sussisteva la possibilità di un'azione legale, dato che Alberto Mion era morto.
"Sciocchezze" lo interruppe Wolfe. "Se fosse vero, un avvocato come voi non si sarebbe preso la briga di venire fin qui. Comunque, lo scopo di questa riunione è appunto di evitare un'azione legale. Quattro di voi hanno telefonato alla signora Mion per chiedere se davvero io agivo a suo nome. Hanno ricevuto una risposta affermativa. Posso aggiungere che la signora accetterà qualunque mia decisione. Perciò devo stabilire alcuni fatti."
"Non siamo in tribunale!" esplose Arnold.
"Infatti" concesse Wolfe. "Ma, se preferite, porteremo la cosa in tribunale." Spostò lo sguardo. "Signorina Bosley, i vostri principali sarebbero soddisfatti di una pubblicità del genere? Dottor Lloyd, preferireste dare la vostra parola di esperto sul banco degli accusati, o qui? Signor Grave, cosa ne penserebbe il vostro cliente, se fosse vivo? E voi che ne pensate, signor James? Non ne sareste molto soddisfatto, penso, tanto più che verrebbe coinvolta anche vostra figlia."
"Perché mai?" domandò James, con la sua bella voce baritonale.
Wolfe alzò il palmo della mano. "Come prova. E' stato stabilito che prima di colpire Mion avete detto: "Lascia in pace mia figlia, bastardo"»
"Non è vero!" esplose James.
Wolfe sbuffò. "Vi hanno sentito dieci persone. Sarebbe davvero una bella forma di pubblicità se lo negaste sotto giuramento e poi tutte e dieci queste persone vi smentissero. Onestamente, penso che vi convenga discuterne con me."
"Cosa volete sapere?" s'intromise il giudice Arnold.
"I fatti. Signor Grove, eravate presente quando è scoppiata la famosa lite. Ho citato correttamente le parole del signor James?"
"Sì." La voce di Grove era stridula, cosa che mi dette una certa soddisfazione. "Signorina Bosley, voi che dite?"
Adele Bosley prese un'aria imbarazzata. "Be...' sì." Guardò James. "Mi dispiace, Gif." "Non è vero!" urlò Clara James.
Wolfe ringhiò: "Allora mentiamo tutti?"
Visto che arrivando mi aveva lanciato una lunga occhiata, avrei dovuto metterla in guardia contro di lui. Non solo era un tipo di ragazza sofisticata ed elegantissima, ma la sua snellezza era di quelle procurate col mangiar poco, e Wolfe non sopporta la gente che mangia poco. Sapevo che si sarebbe lanciato su di lei alla prima occasione.
Ma Clara James contrattaccò. "Non volevo dir questo" esclamò in tono disgustato. "Non fate il permaloso! Intendevo spiegarvi che avevo mentito a mio padre, che quello che gli avevo raccontato su Alberto e me non era vero. Volevo solo... Ma questo non ha importanza. Comunque non era vero e glielo spiegai, quella sera."
"Quale sera?"
"Quando ritornammo dal Rigoletto. E' stato allora che mio padre ha assalito Alberto, appena calato il sipario, sul palcoscenico. Quando siamo tornati a casa gli ho confessato che quello che gli avevo raccontato su me e Alberto non era vero."
"Quando avete mentito, la prima o la seconda volta?"
"Non rispondete, mia cara" si intromise il giudice Arnold, fissando Wolfe. "Tutto questo non è pertinente. Se volete i fatti, avanti, ma che siano fatti pertinenti! Quello che la signorina James ha detto a suo padre non ha importanza."
Wolfe scosse il capo. "Oh no." I suoi occhi si mossero da destra a sinistra e ritorno. "A quanto pare non mi sono spiegato bene. La signora Mion vuole che io decida se ha diritto a un risarcimento. Se l'aggressione del signor James risulta moralmente giustificata, ne terrò conto." Riportò gli occhi su Clara. "Signorina James, prima della rappresentazione avete detto a vostro padre che il signor Mion vi aveva sedotta?"
"Be...'» Clara rise. Era una risata argentina, da soprano, piuttosto piacevole. "Che delizioso modo antiquato di esprimere la cosa! Si, gliel'ho detto, ma non era vero."
"Ma voi le avete creduto, signor James?"
Il baritono cercò di parlare con una certa dignità. "Sì, certo."
Wolfe annuì. "Benissimo. Sono lieto di aver esaurito l'argomento. Signor Grove, riassumetemi la riunione avvenuta nello studio del signor Mion poche ore prima che morisse.
Rupert il Grasso piegò la testa da un lato, fissando Wolfe con gli occhietti astuti. "Dovevamo discutere la richiesta di danni avanzata da Mion. C'erano presenti anche la signorina Bosley, il dottor Lloyd, il signor James e il giudice Arnold."
"Che cosa è stato deciso?"
"Niente. Cioè, niente di definitivo. C'era da stabilire fino a che punto arrivavano i danni e quando Mion sarebbe potuto tornare sulle scene."
"Qual era il vostro atteggiamento?"
Grove strinse gli occhi. "Non sapete che ero l'agente di Mion?"
"Certo. Intendevo chiedervi che atteggiamento avete assunto riguardo al pagamento dei danni."
"Pensavo che il signor James dovesse versare subito un anticipo di cinquantamila dollari. Il signor Mion ne aveva persi già di più annullando la tournée nel Sud America e...»
"Non è vero!" urlò il giudice Arnold. "Vi ho dimostrato con le cifre alla mano che...»
"Vi prego!" Wolfe tamburellò con le dita sulla scrivania. "Il signor Mion come la pensava?" "Come me, naturalmente." Grove continuò a fissare torvamente Arnold.
Gli occhi di Wolfe si spostarono su James. "Cosa avete da dire, signor James?"
"Credo che tocchi a me parlare per il mio cliente" s'intromise il giudice Arnold. "Che ne dici, Gif?" "Fa pure" borbottò il baritono.
Arnold partì e parlò per un'ora. Mi meravigliai che Wolfe non l'interrompesse, ma alla fine decisi che lo faceva solo per rafforzare l'opinione che già aveva degli avvocati. Non seguii tutto quello che disse, ma di tanto in tanto mi accorsi che c'era anche qualcosa di sensato. A un certo punto esclamò: "L'idea del versamento di un acconto, così com'era stata espressa, era inammissibile. Come ci si può aspettare che qualcuno sia disposto a versare un anticipo finché non è stato stabilito il totale della somma da versare?"
Qualche istante dopo disse anche: "La richiesta di una cifra così ragguardevole può essere definita solo ricatto. Sapevano che il mio cliente preferiva non portare la faccenda in tribunale. Alla fine chiesi che prima di tutto si stabilisse il vero danno riportato fisicamente dal mio cliente, e domandai il parere del dottor Lloyd."
Wolfe annuì. "Continuate voi, dottore."
"Accidenti" pensai, "rieccoci con un altro esperto." Ma Lloyd ebbe pietà di noi. Mantenne la spiegazione al nostro livello e non ci mise un'ora. "Cercherò di ricordare" disse lentamente, "le parole esatte da me usate. Prima descrissi i danni causati dal colpo: la tiroide e la cartilagine erano state lese piuttosto gravemente. Aspettai due settimane, usando un trattamento adeguato, nella speranza che l'operazione non fosse necessaria. Ma lo fu. Quando intervenni, mi sentii sollevato: le lesioni non erano gravi come avevo temuto. Si trattò di un'operazione piuttosto semplice, cicatrizzatasi in breve tempo. Non avrei rischiato molto, quel giorno, affermando che la voce sarebbe tornata come prima nel giro di due mesi, ma la laringe è un organo estremamente delicato e un tenore come Mion un fenomeno notevole, perciò dissi che sarei rimasto deluso se di lì a sette mesi, data della riapertura della stagione lirica, Mion non fosse potuto tornare sulle scene. Aggiunsi anche che le mie speranze erano molto più ottimistiche." Lloyd strinse le labbra. "Fu tutto, mi pare. Nonostante questo, però, accettai di buon grado il suggerimento che la mia diagnosi fosse confermata da Rentner, anche perché non volevo che la responsabilità della definizione dei danni ricadesse completamente sulle mie spalle."
"Rentner? Chi è?" domandò Wolfe.
"Il dottor Abraham Rentner" rispose Lloyd, con lo stesso tono che avrei usato io se mi avessero chiesto chi era Rocky Marciano. "Gli telefonai per fissargli un appuntamento per l'indomani mattina."
"Fui io a insistere" disse Rupert il Grasso, in tono importante. "Mion aveva il diritto di riscuotere non di lì a un anno, ma subito. Non erano disposti a pagare finché non fosse stata stabilita la somma totale, perciò non mi rimaneva che assicurarmi che fosse quella giusta. Non dimenticate che quel giorno Mion non fu in grado di emettere una sola nota."
"Non avrebbe dovuto cantare assolutamente, almeno per due mesi" sbottò il dottor Lloyd. "Gliel'avevo raccomandato io."
"Sembra quasi che vogliate dire che ci siamo opposti al suggerimento di sentire il parere medico di un altro esperto" esclamò il giudice Arnold. "Devo protestare...»
"E' vero!" squittì Grove.
"No!" ruggì James. "Volevamo solo...» Cominciarono a discutere come forsennati. Alla fine Wolfe li costrinse a smetterla, domandando tranquillamente ad Adele Bosley: "Non ci avete ancora detto il vostro parere. Da che parte stavate?"
Adele Bosley se n'era stata seduta ad ascoltare gli altri, sorseggiando il suo whisky. Scosse la testa. "Non ero da nessuna parte. Il mio unico interesse era nei confronti del Teatro dell'Opera, dal quale dipendo. Naturalmente preferivamo risolvere la cosa senza scandalo. Perciò non espressi alcuna opinione, limitandomi a pregarli di cercare di mettersi d'accordo."
"Bello!" urlò Clara James, sorridendo malignamente. "Avreste potuto dare una mano a mio padre, visto che è stato lui a trovarvi l'impiego."
"Zitta, Clara!" le ordinò James.
Ma Clara lo ignorò. "O l'avete già ripagato per il favore?"
Il giudice Arnold assunse un'aria costernata. Rupert il Grasso emise una risatina. Il dottor Lloyd ingollò una sorsata di whisky. Vista la simpatia che provavo per Adele, sperai per un attimo che tirasse qualcosa addosso all'impeccabile signorina James. Invece si limitò a rivolgersi al padre. "Non riesci a tenere a freno quella gatta, Gif?" Poi, senza aspettare una risposta, si rivolse a Wolfe. "La signorina James ha la fantasia troppo accesa."
Wolfe fece una smorfia, annuendo. "Per tornare ai fatti, a che ora finì la riunione?"
"Be...' il signor James se ne andò per primo, verso le quattro e mezzo, in compagnia del giudice Arnold. Subito dopo il dottor Lloyd. Io rimasi alcuni minuti con Mion e il signor Grove; poi tornai in ufficio."
"Quanto tempo rimaneste in ufficio?"
Adele prese un'aria meravigliata. "Non so... Anzi, sì. Fino alle sette passate. Battei a macchina un rapporto riservato sulla riunione."
"Vedeste ancora Mion, prima che morisse?"
"No!" Era ancora più sorpresa. "Come avrei potuto? Non sapete che fu trovato morto alle sette?" "Gli telefonaste, tra le quattro e mezzo e le sette?"
"No." Adele era perplessa e leggermente esasperata. Mi resi conto che Wolfe si stava avvicinando al terreno pericoloso dell'omicidio. Adele aggiunse: "Non capisco dove vogliate arrivare."
"Neanch'io" esclamò il giudice Arnold, sorridendo ironicamente. "A meno che non siate troppo abituato a rivolgere certe domande per poterne fare a meno. Perché non ci interrogate tutti, allora?"
"E' quello che intendo fare" disse Wolfe, senza scomporsi. "Vorrei sapere perché Mion decise di uccidersi." "Credo che non possiate capire quello che prova un celebre cantante quando riesce a esprimersi solo a bassissima voce" spiegò Adele Bosley. "E' orribile."
"Comunque, con Mion non si capiva mai quello che pensava" aggiunse Rupert Grove. "Durante una prova l'ho sentito cantare come un angelo, poi l'ho visto scoppiare in pianto dirotto perché era convinto di aver sbagliato un attacco. Da un momento all'altro cambiava umore senza ragione."
Wolfe sbuffò. "Tutto quello che è stato detto durante la riunione può essere utile per stabilire la posizione morale della signora Mion. Voglio sapere dove siete andati dopo la riunione, fino alle sette, e che cosa avete fatto."
"Santo Dio!" Il giudice Arnold alzò le braccia. "E va bene. Si sta facendo tardi. Come vi ha detto la signorina Bosley, il mio cliente e io lasciammo insieme lo studio di Mion. Andammo al bar "Churchill" a bere un whisky e a fare due chiacchiere. Più tardi ci raggiunse la signorina James, che si fermò con noi per circa mezz'ora. Il signor James e io restammo insieme fino alle sette passate. Durante quel periodo nessuno dei due comunicò col signor Mion. Vi basta?»
"Grazie" rispose Wolfe educatamente. "Voi confermate, vero, signor James?"
"Certo" rispose il baritono, in tono sgarbato. "Mi sembrano un mucchio di buffonate." "E' giusto" concesse Wolfe. "Dottor Lloyd?"
"Certo" rispose il medico, aiutato dai quattro bicchieri di whisky che aveva vuotato. "Visitai cinque pazienti,
due nella Quinta Strada, uno nella Sessantesima e due all'ospedale. Tornai a casa verso le sei. Avevo appena finito di vestirmi, dopo aver fatto il bagno, quando Fred Weppler mi telefonò per dirmi di Mion. Naturalmente andai subito da lui."
"Non avevate visto Mion, né gli avevate telefonato?"
"No. Forse avrei dovuto parlargli, dopo la riunione. Anche se non sono uno psichiatra, ero pur sempre il suo medico curante."
"Aveva un carattere balzano, eh?"
"Sì. Naturalmente questo non è un termine medico."
"Me ne rendo conto" ammise Wolfe. Spostò lo sguardo. "Signor Grove, avete già ammesso alla polizia che telefonaste a Mion. Che ora era? Forse verso le cinque?"
Rupert il Grasso piegò di nuovo la testa da un lato. A quanto pareva era la sua posa favorita per conversare. Corresse Wolfe: "No, erano le cinque passate. Le cinque e un quarto, credo."
"Da dove telefonaste?" "Dall'Harvard Club." "Cosa vi diceste?"
"Non molto." Grove torse le labbra. "Non sono affari vostri, accidenti, ma visto che gli altri hanno risposto, starò al gioco. Avevo dimenticato di chiedergli se era disposto a prestare il suo nome per la pubblicità di un certo prodotto, per mille dollari. Parlammo per meno di tre minuti. Dapprima disse che non accettava, poi cambiò idea. Nient'altro."
"Aveva il tono di uno che sta per uccidersi?"
"No. Era scontroso, naturalmente, ma non potevo aspettarmi di meglio da un cantante che non avrebbe avuto voce per almeno due mesi."
"Dopo aver telefonato a Mion che cosa faceste?"
"Rimasi al club. Cenai e subito dopo venni a sapere che Mion si era ucciso. Non mangiai neanche il gelato." "Che peccato! Quando telefonaste a Mion tentaste di nuovo di convincerlo a non esagerare con le richieste nei confronti del signor James?"
La testa di Grove tornò in posizione normale. "Che cosa?"
"Mi avete sentito" esclamò Wolfe in tono rude. "La signora Mion mi ha informato della cosa, dato che lavoro per lei. Vi siete sempre opposto alla richiesta di denaro di Mion, affermando che la pubblicità che ne avrebbe ricavato sarebbe stata tanto negativa da non valerne la pena. Lui vi ordinò di portare avanti la cosa, minacciandovi di annullare il contratto se vi foste rifiutato. Giusto?"
"No!" Gli occhietti neri di Grove mandavano scintille. "Neanche per sogno! Gli espressi semplicemente la mia opinione. Quando decise di andare avanti, feci come voleva." La sua voce divenne ancor più stridula, cosa che non avrei mai creduto possibile. "E come!"
"Capisco." Wolfe non discusse. "Qual è la vostra opinione attuale circa la pretesa di risarcimento della signora Mion?"
"Non credo che abbia il diritto di pretendere il risarcimento. Se fossi al posto di James, non le darei un centesimo."
Wolfe annuì. "La signora Mion non vi è molto simpatica, vero?" "No. Perché? Dovrebbe essermi simpatica per forza?"
"Credo proprio di no, visto che neanche voi le siete simpatico." Wolfe si spostò sulla poltrona, appoggiandosi allo schienale. Dall'irrigidimento delle sue labbra capii che quello che stava per fare non gli andava troppo, e ne capii il perché, quando vidi il suo sguardo fermarsi su Clara James. Se avesse saputo di dover trattare con quel tipo, probabilmente non avrebbe accettato il caso. Usò un tono scorbutico: "Signorina James, avete sentito quello che è stato detto?"
"Mi stavo domandando se non mi aveste dimenticata" esclamò lei, con un tono ironicamente risentito.
"Non vi ho dimenticata" rispose Wolfe, e il suo tono lasciava intendere chiaramente che sarebbe stato ben lieto di farlo. "Dopo essere stata al "Churchill", perché siete tornata nello studio di Mion?» Arnold e James protestarono simultaneamente. Wolfe non li guardò neanche, aspettando la risposta di Clara.
"Mi avevano raccontato quello che era accaduto durante la riunione ed ero furibonda. Ero convinta che sarei riuscita a togliere l'idea del risarcimento dalla mente di Alberto."
"Supplicandolo in ricordo dei vecchi tempi?"
Clara prese un'aria compiaciuta. "Avete un modo splendido di dire le cose! Immaginare una ragazza della mia età con dei vecchi tempi alle spalle!"
Wolfe era furioso. "Sono lieto che il mio modo di esprimermi vi piaccia, signorina. Comunque andaste da
Mion e arrivaste alle sei e un quarto. Vedeste Mion?" "No."
"Perché no?"
"Non c'era. O almeno, è quello che pensai sul momento." Andò avanti, riferendoci quanto avevamo già sentito dalla signora Mion. "Altre domande?" concluse.
"No" rispose Wolfe. Guardò l'orologio, poi la fila di facce che aveva davanti. "Riferirò alla signora Mion che non vi siete rifiutati di fornirmi i fatti."
"Altro?" domandò Arnold. "Non so. Vedremo." Rimasero molto delusi.
Dopo dieci minuti avevo chiuso la porta per la notte e tornavo nello studio. Con mia grande meraviglia, Wolfe era ancora in piedi a fissare i libri che riempivano la biblioteca. "Irrequieto?" domandai educatamente.
Si voltò per urlare in tono aggressivo: "Voglio un'altra bottiglia di birra!"
"Niente da fare. Ne avete già bevute cinque." Non ci misi troppa forza, perché ormai era diventata un'abitudine. Era stato lui stesso a imporsi il limite di cinque bottiglie tra la cena e l'ora di andare a letto, ma quando aveva qualcosa che non gli andava, preferiva riversare la responsabilità su di me, in modo da potersela prendere con qualcuno. Strinse le labbra. "Accidenti, se non fosse per quella maledetta pistola con le ali...» Mi fissò con gli occhi ristretti, come se avesse sospettato che anch'io avessi le ali. "Telefonate al signor Cramer e ditegli di essere qui per le undici di domani."
Alzai le sopracciglia. "Ma si interessa solo agli omicidi. Devo riferirgli che ne abbiamo uno pronto per lui?" "No. Garantitegli, però, che ne varrà la pena."
Per nove mesi dell'anno, l'ispettore Cramer della Squadra Omicidi alto e grosso, coi capelli brizzolati, si presentava abbastanza bene. Ma d'estate il suo viso diventava d'un rosso piuttosto vistoso. Cramer lo sapeva e non ne era molto soddisfatto, perciò era più difficile trattare con lui d'agosto che in gennaio. Se dovessi commettere un omicidio a Manhattan, spero che me ne capiti l'occasione in inverno. Quel martedì pomeriggio si mise a sedere sulla poltrona di pelle rossa e fissò Wolfe senza cordialità. Erano le due. Trattenuto da un altro impegno, era potuto venire solo a quell'ora. Da parte mia, ero curioso di vedere come se la sarebbe cavata Wolfe per ottenere delle informazioni su un omicidio senza svelare che si era trattato di un omicidio. "Sto andando in ufficio" brontolò Cramer, "e non ho molto tempo."
Secondo me era una bugia. Non voleva ammettere che un ispettore della Squadra Omicidi potesse rispondere all'appello di un investigatore privato, sia pure della fama e della mole di un Nero Wolfe. "Si tratta dell'omicidio di Alberto Mion" disse Wolfe, tranquillo.
Strabuzzai gli occhi. Non riuscivo a capire: aveva scoperto subito le carte. "Mion?" Cramer non parve molto interessato. "Non è un caso di mia pertinenza."
"Lo sarà presto. Alberto Mion, il famoso tenore. Si sparò nel suo studio, secondo quanto dissero, e...» "Ah!" Cramer annuì. "Sì, ricordo. Ma vi sbagliate, si trattò di suicidio."
"Non è vero" dichiarò Wolfe. "Omicidio."
"Chi lo dice?" "Io."
"Vi siete preoccupato di trovare le prove?"
"Non ce ne sono."
"Ma guarda!" Il sarcasmo di Cramer era sempre un po pesante. "Non sapete che gli omicidi si risolvono con delle prove?"
"Sì."
"Allora?" Cramer si tolse il sigaro di bocca ed esplose. "Da quando avete cominciato a rispondere a monosillabi, accidenti? Avanti, parlate!"
"Be...'» Wolfe ci pensò sopra. "E' difficile. Probabilmente non ricorderete i particolari, dato che accadde tempo fa e fu archiviato come suicidio."
"Li ricordo benissimo. Dopo tutto era un uomo famoso."
Wolfe si appoggiò contro lo schienale e chiuse gli occhi. "Interrompetemi pure, se ne avete bisogno. Ieri ho riunito qui sei persone." Fece i nomi. "Cinque di loro avevano partecipato alla discussione avvenuta nello studio di Mion e terminata due ore prima che fosse trovato morto. La sesta, la signorina James, bussò alla porta dello studio verso le sei e un quarto. Non ottenne risposta perché presumibilmente ormai Mion era morto. Ho raggiunto la conclusione che è stato assassinato per alcune cose che ho sentito. Non starò a ripetervele, perché è questione di interpretazione, di tempo, e perché le avete già sentite anche voi. Comunque non vi dirò come sono giunto a questa conclusione. Andate a rivedervi i rapporti dell'epoca."
Cramer cercò di controllarsi. "Non ho bisogno di studiarli, tranne che per un particolare: come fu ucciso? Oppure volete dire che lo spinsero a spararsi?"
"No. Fu l'assassino a sparare."
"Dev'essere un tipo in gamba. Non è facile ficcare una rivoltella in bocca a un uomo senza farsi mordere. Vi dispiace dirmi il suo nome?"
Wolfe scosse la testa. "E' ancora presto." Si chinò in avanti e fissò Cramer. "Sentite, potrei benissimo risolvere il caso da solo, consegnarvi colpevole e prove, e lasciarvi a bocca aperta. Ma preferisco ricorrere al vostro aiuto. Non posso ancora provarvi che Mion è stato assassinato, ma vi assicuro che lo è stato. Non è sufficiente per risvegliare il vostro interesse?"
"Certo" borbottò Cramer, masticando il sigaro. "Sarà un altro grattacapo. Diciamo che sono lusingato che abbiate chiesto il mio aiuto. Cosa posso fare per accontentarvi?"
"Voglio che arrestiate due persone come testimoni materiali, che le interroghiate e le rilasciate dietro cauzione."
"Quali? Perché non tutte e sei?" Ve l'avevo detto che il suo sarcasmo era pesante.
Wolfe lo ignorò. "Ci sono alcune condizioni essenziali, però. Prima di tutto non devono sapere che sono stato io a dirvelo. Anzi, non devono sapere neppure che ci siamo parlati. Gli arresti devono aver luogo questo pomeriggio sul tardi, in modo che la cauzione possa essere versata solo domani mattina. La cauzione non deve essere alta, ma non ha importanza. L'interrogatorio sarà solo per modo di dire, ma prolungato e severo. Se i due arrestati dormiranno poco o niente, ancora meglio. Naturalmente per voi è ordinaria amministrazione."
"Certo, non facciamo altro dalla mattina alla sera." Il tono di Cramer non era cambiato. "Ma quando chiediamo un mandato d'arresto, dobbiamo avere una ragione valida. Non possiamo dire che stiamo facendo un piacere a Nero Wolfe."
"Niente di più semplice. Le due persone sono veramente testimoni importanti." "Non mi avete ancora detto i loro nomi."
"Si tratta dell'uomo e della donna che scoprirono il cadavere, la signora Mion e Frederick Weppler, il critico musicale."
Questa volta non strabuzzai gli occhi, ma dovetti riprendermi in fretta. Mi è capitato spesso di vedere Nero Wolfe andare troppo in là per impedire l'arresto di un cliente, anche perché lo considera un insopportabile insulto personale. Ed ora eccolo là, a pregare la legge di sbattere dentro Peggy e Fred, dopo che avevo appena depositato in banca i loro cinquemila dollari!
"Oh!" mormorò Cramer. "Loro?"
"Sissignore" assicurò Wolfe, in tono premuroso. "Come saprete ci sono ancora molte cose da chiedere a quei due. Il signor Weppler pranzò nell'appartamento dei Mion, quel giorno, ma quando gli altri se ne andarono, rimase solo con la signora. Di che cosa parlarono? Che cosa fecero quel pomeriggio? Dove andarono? Perché il signor Weppler tornò nell'appartamento dei Mion alle sette? Il signor Mion aveva l'abitudine di riposare, dopo pranzo? Dormiva con la bocca aperta?"
"Obbligatissimo" disse Cramer, in tono tutt'altro che riconoscente. "Siete una meraviglia, quando vi mettete a tirar fuori delle domande. Ma anche se Mion dormiva a bocca aperta, dubito che potesse dormire in piedi. E quando la pallottola uscì dal suo cranio, andò a conficcarsi nel soffitto." Cramer appoggiò le mani ai braccioli della poltrona, voltando in alto il sigaro che teneva tra i denti. "Chi è il vostro cliente?"
"No" rispose Wolfe, dispiaciuto. "Ancora non posso dirlo."
"Certo, me l'aspettavo. Avete una conclusione che vi piace, che aiuterà il vostro cliente, e volete che sia io a decidere se è una conclusione valida, arrestando due cittadini rispettabili. Sapevo già che avete una buona dose di faccia tosta, ma questo è troppo!"
"Ve l'ho già detto, sono sicuro che...»
Cominciarono a discutere. Avevo assistito spesso alle liti tra quei due e me l'ero spassata minuto per minuto, ma quella volta si scaldarono tanto che non fui più sicuro di dovermela spassare. Alle quattordici e quaranta, Cramer si alzò in piedi, pronto ad andarsene. Alle quattordici e quarantacinque era di nuovo nella poltrona rossa, ad agitare il pugno e abbaiava come un cane da guardia. Alle quattordici e quarantotto Wolfe si appoggiò allo schienale della poltrona, con gli occhi chiusi, fingendosi sordo. Alle quattordici e cinquantadue Wolfe cominciò a tempestare di pugni la scrivania, urlando a squarciagola. Alle quindici e dieci era tutto finito. Cramer se ne andò, dopo aver accettato tutte le condizioni di Wolfe.
Seguendo Wolfe in sala da pranzo, dissi alla sua schiena enorme: "Nell'area metropolitana ci sono già ottocentonove persone che hanno voglia di avvelenarvi. Con questi due, fanno ottocentoundici. Non pensate che prima o poi scopriranno che lo scherzo è vostro?"
"Certo" ammise, spostando la sedia, "ma sarà troppo tardi."
FINE SECONDA PUNTATA
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