Monica Andreis


Vi sono poeti che per loro scelta rimangono estranei all’ambiente letterario, del quale avrebbero tutto il diritto di far parte; e viene a mente – di solito – il nome di Emily Dickinson, che oltretutto è stata maestra nel taglio intimistico delle poesie.
Pur se Andreis non si è isolata nella propria stanza, con l’autrice inglese condivide la brevità delle liriche (quella scelta in questa occasione è lunghissima, per i suoi standard) e spesso l’intimismo: mai banale e fine a se stesso, ma innalzato anche da una carica di spiritualità, che non è facile trovare neppure in molti poeti comunque di valore.
Il continuo “cambio di scala” delle immagini scelte (dallo strettamente personale a quelle naturali, dal paesaggio ai dettagli della propria stanza) e il passaggio da una dimensione personale a quella (verso finale) collettiva, relativa ad almeno una grossa fetta di umanità, rendono “Soggiorna un fruscìo fra le mie dita…”di Monica Andreis paradigmatica per quanto riguarda concisione e completezza.




Soggiorna un fruscìo fra le mie dita
            un passaggio di formiche.
Un oscillare di lampade al buio.
Strappare finestre alla mia dimora
E installare nuove porte per l’uscita.
Un domicilio per la notte
                        e per la notte un osservatorio a raggi violetti;
bivacco ancora sulla sabbia;
un rigolo di mare la lacrima di chi è stato risucchiato
respirando l’ala tetra del vento.
Un oscillar di campane al buio.
Una veloce discesa da una luce lassù
che illumina in pieno
l’imperterrito solco dei trascinati a riva.