giovedì 8 febbraio 2018

Roberto Vaccari - Enrico Cialdini


Prof. Giorgio Montecchi 
Presidente del Comitato provinciale di Modena
dell'Istituto per la Storia del Risorgimento

La metafora manzoniana secondo cui l'Historia si può veramente deffinire una guerra illustre contro il Tempo, mette in evidenza la fatica e gli sforzi da compiere per mantenere in vita memorie passate, rese spesso irriconoscibili dalle ingiurie degli uomini e del tempo. Sembra tuttavia aprire la strada ad un'altra considerazione: la storia non conosce nessun punto finale di approdo e non raggiunge mai una posizione di equilibrio dal quale guardare con sicurezza e tranquillità al passato. La verità storica, in altre parole, non è mai né definitiva né assoluta. Né mai può ergersi, fin che il tempo continuerà a scorrere verso il futuro, a tribunale inappellabile del passato. 
Fare storia, cioè leggere il passato, è mestiere difficile e richiede molta pazienza nella raccolta delle notizie, nella loro esposizione e, soprattutto, nella loro interpretazione. C'era un tempo chi riteneva che per far questo bastasse elencare i documenti e mettere in fila i fatti. Questa non è che la prima fase. La storia ha bisogno anche della lettura che di essi fanno sia la nostra mente, con tutto il suo bagaglio culturale accumulato negli anni, sia la nostra coscienza con i principi etici ed ideali che ci ispirano. C'è oggi, al contrario, chi pensa di poter fare storia senza il dovuto rigore metodologico. Ogni notizia, purché abbia semplicemente visto la luce su un libro, su un giornale o in un qualche sito di Internet, può a loro avviso costituire una base sufficiente per impiantarvi sopra ricostruzioni, interpretazioni ed argomentazioni più fondate su loro personali convinzioni e sui loro pregiudizi che sulla realtà delle cose, degli eventi e delle persone. Insomma, l'ideologia prevale sulla storia.



ENRICO CIALDINI - IL GENERALE DI FERRO



In questa rete di pregiudizi è incappata, negli ultimi anni, anche la figura del generale Enrico Cialdini. Prima di tutto in casa propria, a Modena, dove alcuni si vanno chiedendo se sia stato un eroe o un criminale, ricorrendo a una terminologia e a giudizi che hanno la loro culla non nel clima delle aspirazioni libertarie dell'Ottocento, in cui Cialdini era cresciuto, ma nelle tragedie e nelle stragi dei totalitarismi del Novecento. Ma soprattutto, in campo nazionale, a Mestre, a Napoli e in alcune regioni del mezzogiorno, ci si è interrogati sull'azione del Cialdini e sul suo ruolo nel processo di unificazione italiana, addebitandogli, a senso unico, sia la responsabilità (anzi, a loro avviso la colpa) di aver firmato, il 13 febbraio 1861, l'armistizio che sanciva la presa di Gaeta e l'esilio del re Francesco II di Borbone, sia la responsabilità di aver guidato, con mano decisa, l'occupazione dell'intero territorio nazionale, anche dei villaggi più sperduti, da parte del nuovo Stato italiano. Sembra ormai lontanissima e piena di nebbia l'età in cui, subito dopo la sconfitta degli austriaci, nella Parigi del 1860 il generale Enrico Cialdini era collocato tra i défenseurs du Droit et de la Liberté d'Italie accanto al Re Vittorio Emanuele II, a Cavour, a Manfredo Fanti e a Giuseppe Garibaldi e, naturalmente a Napoleone III e ai suoi generali. 
La lettura della sua vita non è agevole per la gran quantità di eventi cui partecipò senza tentennamenti: la militanza col generale Carlo Zucchi nel 1831; l'esilio francese dopo la sconfitta; la lotta in Portogallo con i costituzionalisti di Don Pedro nel 1833; il passaggio in Spagna sua seconda patria (la madre e la moglie erano spagnole) a combattere per la reggente Maria Cristina contro i sostenitori di Don Carlos; il rientro in Italia nel 1848; la partecipazione alla spedizione in Crimea del 1855; il comando, sotto i Savoia dal 1859 al 1861, di una divisione nella seconda guerra contro l'Austria e la spedizione nelle Marche e in meridione per l'unità d'Italia; il consolidamento dello Stato italiano nell'episodio di Aspromonte e nella lotta contro il brigantaggio nei primi anni di vita del Regno d'Italia; ed infine la terza guerra di indipendenza e l'attività politica e diplomatica fino alla fine dei suoi giorni, a Livorno l'8 settembre 1892. 
La strada intrapresa in questo volume da Roberto Vaccari non fa altro che ripercorrere la lunga esistenza e le scelte operative e ideali del generale Cialdini con l'intento di ristabilire, contro ogni ideologia preconcetta, il concreto evolversi degli eventi con particolare attenzione, in ogni momento, al loro specifico contesto storico. Ne è nata una narrazione puntuale ed analitica, fondata su una vasta e accreditata documentazione bibliografica, in grado di mettere al loro giusto posto cose, fatti, eventi e persone, ma soprattutto tale da garantirne una valutazione genuina ed equilibrata. Non punto di arrivo ma punto di partenza per ogni equanime giudizio sul duca di Gaeta.