martedì 30 gennaio 2018

Giuseppe Ungaretti - La madre

di Luigi Malavasi Pignatti Morano

LA MADRE

E il cuore quando d'un ultimo battito
avrà fatto cadere il muro d'ombra,
per condurmi, Madre, sino al Signore,
come una volta mi darai la mano.

In ginocchio, decisa,
sarai una statua davanti all'Eterno,
come già ti vedeva
quando eri ancora in vita.

Alzerai tremante le vecchie braccia,
come quando spirasti
dicendo: Mio Dio, eccomi.

E solo quando m'avrà perdonato,
ti verrà desiderio di guardarmi.

Ricorderai d'avermi atteso tanto,
e avrai negli occhi un rapido sospiro.

La madre, una delle liriche più commoventi di Giuseppe Ungaretti, fu composta nel 1930, a circa un anno dalla morte della genitrice, con la quale lo scrittore aveva consolidato nel tempo un intimo e profondo legame. La poesia fa parte della sezione intitolata Leggende della raccolta Sentimento del tempo, pubblicata nel 1933.
L'autore immagina il momento in cui si ricongiungerà con la madre dopo la morte. La donna, descritta come «una statua davanti all'Eterno», sarà una preziosa guida nell'aldilà, ma rivolgerà lo sguardo al figlio solo dopo la concessione, da parte di Dio, del suo perdono. In quel momento – conclude Ungaretti – la madre potrà finalmente, dopo lunga attesa, scacciare ogni timore e rallegrarsi per la salvezza del poeta.
Il componimento ha le caratteristiche di una preghiera che accosta, ripetutamente, passato e futuro. Il passaggio da un piano all'altro è scandito dai tre «quando» e «come», che consentono di intendere la poesia come un dialogo tra due dimensioni temporali che, progressivamente, si avvicinano. Passato e futuro, per certi versi, si rincorrono a vicenda, nel senso che sono proprio i gesti e le abitudini della vita terrena a fungere da appiglio nel mondo, altrimenti minaccioso, dell'aldilà. Tramite la mediazione della madre, che intercederà presso Dio in favore del figlio, il poeta potrà quindi affrontare la morte senza paura, dal momento che consuetudini e simboli ben conosciuti gli indicheranno la via della salvezza.
È questo, del resto, il motivo per il quale le ultime due strofe si concentrano esclusivamente sul futuro, senza più alcuna alternanza con il passato. L'aldilà, grazie alla presenza rassicurante della madre, non è per nulla una minaccia. I tempi verbali coniugati al futuro lasciano infatti intendere che Ungaretti non nutra dubbi sul suo destino di salvezza ultraterrena, tanto che, scrive, la madre avrà desiderio di guardarlo solo dopo il perdono – certo – da parte di Dio. L'immagine della morte quale «muro d'ombra» che separa la vita terrena dall'aldilà non ha nulla, infatti, di tragico, a patto – va da sé – che dall'altra parte ci sia un punto di riferimento sicuro su cui poter fare affidamento. Intendere il trapasso come un passaggio, come l'attraversamento di una barriera peraltro inconsistente (fatta d'ombra, per l'appunto), significa infatti annullare la distanza che separa passato e futuro e concepire, allo stesso tempo, una dimensione più vasta che tutto avvolge, che ingloba vita e morte in una sorta di eterno presente. Il che significa altresì stabilire l'immortalità di tutti quegli affetti che, rinnovando continuamente la capacità dell'uomo di amare, fungono da ponte tra la parentesi terrena e Dio.
In questo senso la madre della poesia di Ungaretti non è altro che il simbolo di un percorso, obbligato ma non per questo necessariamente traumatico, che conduce dalla vita alla morte. La donna è l'autentica "protagonista" del componimento: dapprima dà la mano al figlio, per condurlo innanzi al Signore; poi si immobilizza, quasi in posa ieratica, ergendosi a «statua davanti all'Eterno», secondo una consuetudine – indice di contegno severo ed austero – di quando era ancora in vita; quindi alza le braccia, come in punto di morte, invocando il perdono divino per il figlio, di cui peraltro non dubita; e infine si abbandona ad «un rapido sospiro», sinonimo di gioia ed affetto. La madre, in altre parole, è descritta da un lato come una sacerdotessa cui è affidata la delicata mediazione con l'Altissimo; ma, dall'altro, man mano che si aprono le porte della salvezza, il poeta progressivamente la umanizza, con l'idea di rendere più accettabile una morte attraverso la quale, previo assenso divino, avviene il ricongiungimento con le persone amate in vita.
Secondo questa prospettiva risulta inoltre capovolta la stessa gerarchia che regola i rapporti tra esistenza terrena e aldilà, nel senso che la morte, dapprima percepita come una minaccia per via del giudizio divino, diviene grazie all'intercessione della madre un porto sicuro cui approdare. Il sospiro finale è pertanto il frutto di una profonda consapevolezza, che va al di là della mera liberazione dal senso di oppressione causato dall'ansia del trapasso: l'espressione finale, compiaciuta e rasserenata, della madre rappresenta la piena accettazione del destino che attende ogni essere vivente. L'uomo, in altre parole, se non intende protrarre all'infinito le sue sofferenze, deve necessariamente rassegnarsi alla morte, sforzandosi di cogliere in essa il significato ultimo dell'esistenza. E per farlo, lascia intendere Ungaretti, non ha che un mezzo: la fede, o, per usare il linguaggio simbolico del poeta, la madre stessa, la quale di fatto costituisce una bussola in grado di indicare con precisione la via della salvezza.
Ma cosa significa, in concreto, avere fede, credere che per tutti esista una madre in grado di aprire le porte che conducono alla quiete eterna? La poesia di Ungaretti suggerisce l'idea – nient'affatto scontata – che solo attraverso la morte la vita acquisti un senso: l'esistenza terrena, cioè, è tutto fuorché insignificante, ma è il trapasso, con il conseguente contatto con Dio, il percorso obbligato da compiere per comprendere chi siamo e perché abbiamo ricevuto in dono la vita. Per accettare il buio che oscura la mente di ogni vivente occorre dunque la fede, la quale altro non è che la convinzione che, una volta oltrepassato «il muro d'ombra», tutto finalmente si chiarirà. E, se è vero che i defunti, come la madre della poesia, possono intercedere presso la divinità – e quindi, detto banalmente, rendersi utili anche nell'aldilà –, allora anche la morte acquista un senso, dal momento che diviene tollerabile, persino desiderabile come fine delle sofferenze terrene.
È inutile, infatti, che l'uomo si ostini a porsi domande sul senso dell'esistenza. Nulla ci è dato sapere in questa vita, e non c'è speranza che in futuro le cose possano cambiare. Solo la fede offre un riparo per resistere all'angoscia dell'ignoto, anche se essa – è bene esserne coscienti – è il contrario del sapere, dal momento che si crede in ciò che non è dimostrabile, non certo in ciò che si sa. Ungaretti vuole cioè convincersi che la madre abbia anche da morta un ruolo decisivo nella sua vita: egli non può sapere, razionalmente, dove si trovi, e con quali sembianze; ma crede fermamente che ella sopravviva in lui, che continui a guidarlo mostrandogli la via della salvezza. Del resto è evidente che ogni uomo, se vuole tenere testa al dolore, debba sforzarsi di trovare un senso alla propria vita: nessuno può illudersi di riuscire a sopravvivere senza credere in qualcosa. Anche se ogni convinzione dovesse rivelarsi, infine, un'illusione (e l'illusione non è, per certi versi, la più autentica delle realtà?), la sola cosa che impedisce ad un essere umano di sprofondare nella più completa apatia è la persuasione che esista un motivo valido per vivere. In questo senso, gli atei "puri" non esistono, poiché per quanto neghino che vi sia un'intelligenza superiore che tutto ordina, sono comunque costretti a credere, quantomeno, nella vita stessa. Per il solo fatto di accettare l'esistenza, essi devono pur confidare in qualche valore, primo tra tutti quello, istintivo, degli affetti. Come negare infatti che la solidarietà tra i viventi costituisca la prova più esplicita – seppur indiretta – dell'esistenza di una fede universale nell'umanità? Nel momento stesso in cui attribuisce valore a se stesso, ciascun essere umano ammette implicitamente che la vita non possa essere considerata insignificante. Tutti noi viviamo per un motivo: quale esso sia, giacché non possiamo saperlo in questa vita, magari ce lo dirà – perché no? – proprio nostra madre, dopo morti.


Dedica

A mia madre,
per evocare il ricordo di quando, studente bambino, ripetevo a memoria i versi di questa poesia. Rileggendoli, ancora oggi ti rivedo intenta ad ascoltarmi in silenzio, mentre seguivi attentamente le parole sulla pagina del mio libro.