giovedì 25 gennaio 2018

Claudio Mangolini e Flaminia Bolzan - Passione nera

Claudio Mangolini nasce a Torino nel 1980, passa l'adolescenza suonando il basso, scrivendo racconti e poesie su pezzi di carta straccia. Nel nuovo millennio gira due cortometraggi, La macchia nell'occhio e Il delirio di Caravaggio, influenzati dal cinema del terrore nostrano e dalla poesia italiana del '900. Musicista e giornalista freelance. Segni particolari: i baffi a manubrio e gli occhiali da sole. Passione nera: i volti della violenza nel cinema italiano d'autore è il suo primo libro.
Flaminia Bolzan Mariotti Posocco. Psicologa, criminologa, dottoranda di ricerca presso l'Università di Roma Foro Italico e cultrice della materia presso la cattedra di Diritto Penale 2 dell'Università LUISS Guido Carli. Consulente per alcuni dei più noti casi di cronaca nera nazionali, interviene regolarmente in qualità di esperta in programmi televisivi e radiofonici. Ha un blog che si chiama “Logichecriminali”, è romana, appassionata di tennis, di Quentin Tarantino e Charles Bukowski.

Il tema della violenza, dell’aggressività, della distruzione, della perversione in tutte le modalità e forme, costituisce ad oggi un aspetto pregnante nella vita dell’essere umano, ma ancor di più nelle rappresentazioni che l’uomo fa di sé stesso.
L’idea di sviluppare questo progetto, certamente ambizioso e probabilmente “visionario”, poggia quindi sulla necessità di rendere partecipi gli appassionati delle dinamiche psicologiche che sottendono l’interesse per un’arte visuale, quale è il cinema d’autore, nell’ambito della quale le rappresentazioni si mostrano talvolta distorte e nella loro logica individuano i punti focali proprio negli agiti e nelle personalità di protagonisti macabri i quali si trovano ad esperire il loro comportamento in contesti che, sul piano simbolico, assumono una connotazione antropologica differente.
In questa cornice vengono coniugati due aspetti: quello psicologico e quello prettamente narrativo e artistico. Laddove qualcuno potrà inorridire alla semplice idea di assistere a scene in cui la violenza è esplicita e tagliente, qualcun altro si sarà posto l’interrogativo circa il perché alcune opere di grande successo abbiano invece catturato l’attenzione del grande pubblico conquistando gli elogi della critica; ebbene, in questo senso la scienza viene in nostro aiuto e ancor di più la psicoanalisi.
E’ infatti noto come a partire dai primi del novecento, prima negli Stati Uniti e poi anche nel Bel Paese, sia cresciuta in maniera esponenziale l’attenzione per alcuni fenomeni quali ad esempio quelli dell’omicidio seriale grazie all’enorme copertura mediatica e all’inserimento di questi “rituali” all’interno di quella che Mark Seltzer chiama “Wound Culture”.
Le pellicole analizzate verranno categorizzate in “filoni” e si provvederà a fornire una interpretazione globale degli elementi caratteristici del plot narrativo e delle tecniche di rappresentazione di ciascuna con particolare attenzione alle possibili “reazioni” dello spettatore.
Lo scopo di questo saggio è quello di avvicinare il lettore a due tipi di conoscenza: rispettivamente relativi al sé e alla modalità di rappresentare alcune parti umane ritenute inaccettabili trasformandole in arte.
Aristide Massaccesi, in arte Joe D’Amato, per esempio, ha saputo affrontare e raccontare la violenza morbosa con efferata delicatezza, temi che oggi come ieri sono ancora dei taboo: la necrofilia, il sadismo, l’omicidio e tutto quello che concerne il macabro.
Aldo Lado, invece, è stato in grado di portare sullo schermo tutte le fobie dell’essere umano in un’unica pellicola: i lunghi viaggi in treno in solitaria, lo sconosciuto del sedile accanto, la notte profonda e scura con i suoi profumi, la paura e le insidie dentro le gallerie dell’anima.
Questi sono solo due dei casi che rientrano all’interno di questo saggio, composto da 32 pellicole note e non, scelte istintivamente per il loro impatto visivo e l’incipit narrativo adatto ad un lavoro di questo genere, in modo da renderle fruibili anche ai cinefili meno incalliti.