lunedì 4 dicembre 2017

Giovanni Giudici (1924-2011)

Nasce il 26 giugno 1924 a Le Grazie, comune di Portovenere, in provincia di La Spezia; nel 1927 gli muore la madre; si trasferisce a Roma, nel 1933, con il padre, che si era risposato. Dati i problemi economici della famiglia viene collocato presso il Pontificio Collegio Pio X di Roma, dove rimane fino al 1935 . Dopo studi regolari, pur nelle ristrettezze economiche della famiglia, si iscrive, nel 1941, alla Facoltà di Medicina, ma dopo un anno passa a Lettere. Tra i suoi docenti Natalino Sapegno, per letteratura italiana, e, per lingua e letteratura francese, Pietro Paolo Trompeo, con il quale si laurea nel 1945. Nel periodo della guerra, trova rifugio presso la casa di un amico dove rimane nascosto e dopo l'8 settembre partecipa, all'interno del quartiere di residenza, all'attività clandestina del Partito d'Azione e fonda, insieme ad un gruppo, il giornale "La nostra lotta".
Esordisce nel 1953 con una raccolta di versi dal titolo «Fiorì d'improvviso». Nel 1956 lascia Roma per Ivrea, per lavorare all'Olivetti, e dirigere il settimanale «Comunità di fabbrica». Si trasferisce poi a Torino, dove stringe amicizia con Nello Ajello, Giovanni Arpino e Beppe Fenoglio, poi a Milano, dove lavora presso la Direzione Pubblicità e Stampa dell'Olivetti. Suo compagno di stanza è il poeta Franco Fortini. All'attività poetica Giudici affianca, fino alla metà degli anni Novanta, un rilevante impegno nel campo giornalistico e della critica letteraria.
Nel 1965 pubblica «La vita in versi», una raccolta che raccoglie una lunga stagione del suo lavoro poetico e che lo impone all'attenzione di lettori e critici. Nel 1969 esce «Autobiologia» (Premio Viareggio), cui seguono «O Beatrice» (1972), «Il male dei creditori» (1977), «Il ristorante dei morti» (1981), «Lume dei tuoi misteri» (1984). Nel 1987 vince il Premio Librex Guggenheim-Eugenio Montale per la poesia, con il volume «Salutz», un originale poema d'amore. Lo stesso anno ottiene dal Fondo Letterario dell'Unione Sovietica il Premio Puskin per la traduzione dell'Onieghin. Nel dicembre del 1992 conquista il Premio Bagutta. Nel 1992 prende casa a La Serra, una frazione di Lerici, e poi si trasferisce a Porto Venere. Nel 1993, pubblica «Quanto spera di campare Giovanni», poi «Empie stelle» (1996) ed «Eresia della sera» (1999). Nel 1997 viene insignito del Premio Antonio Feltrinelli dall'Accademia Nazionale dei Lincei.
Muore il 24 maggio 2011.

Può l’uomo di oggi essere poeta? O meglio, più precisamente: può l’uomo contemporaneo trovare la poesia ed esserne soggetto o oggetto? La risposta è difficile, perché prima bisognerebbe rispondere alla domanda: cos’è poesia ?
Nel bel mezzo del “cuore del miracolo” (così Giudici definisce la Milano del boom economico), Giovanni Giudici, ha provato ad essere poeta:

“Parlo di me, dal cuore del miracolo:
la mia colpa sociale è di non ridere,
di non commuovermi al momento giusto.
E intanto muoio, per aspettare a vivere”

Il poeta si rappresenta all’interno della società degli anni ’60, come un non-uomo in mezzo a miliardi di non-uomini. La presa di coscienza della propria “inettitudine” lo spinge ad auto-raffigurazioni comiche, di un se stesso che parla con la propria interiorità, in scene ironiche, che diventano l’emblema della sua poesia.
La poesia è possibile, perché la poesia è l’uomo. Come scrive Giovanni Giudici l’uomo deve ricordare che “l’essere è più del dire” e che la vita è nel breve istante in cui si respira. Il mondo moderno aliena l’uomo e lo isola e gli fa perdere la coscienza di concetti elementari, ma essenziali, come “bene”, “amore”, “felicità”, “solidarietà”.
La poesia ha un valore fondamentale di ricerca, non è più racconto di miti, di gesta eroiche, non è appannaggio di pochi intellettuali , ma è strumento dell’uomo per l’uomo.
L'uomo è immobilizzato nella sua impossibilità di scelta, consapevole di essere inserito in una catena di montaggio di giorni che si susseguono uguali e di “domani che erano già ieri da sempre”.
È questa l’essenza tragica dell’esistenza che Giovanni Giudici restituisce al lettore, dopo averla sperimentata nel suo quotidiano tutto “amaro di caffè”.
Dobbiamo riappropriarci di noi stessi tramite la continua messa in discussione delle nostre fedi e di ciò che la società ci propone come bello, buono, desiderabile.

“Metti in versi la vita, trascrivi
fedelmente, senza tacere
particolare alcuno, l’evidenza dei vivi.
Ma non dimenticare che vedere non è
Sapere, né potere, bensì ridicolo
Un altro voler essere che te.
Nel sotto e nel sopramondo s’allacciano
Complicità di visceri, saettano occhiate
D’accordi. E gli astanti s’affacciano
Al limbo delle intermedie balaustre:
applaudono, compiangono entrambi i sensi del sublime-l’infame, l’illustre.
Inoltre metti in versi che morire
È possibile a tutti più che nascere
E in ogni caso l’essere è più del dire.”
[G. Giudici-La vita in versi]

“(…)Tregue
scarse offre la vita a chi insegue la sua ombra perché veda la sorte
che non libero scegli sulle porte
d’ogni mattino: i segni del benessere,
che l’avversario porge, accetta e crede
accettandoli d’essere
simile a lui, più forte-e non più fede
nel proposito serba, cede al gioco.
Io che parlo del popolo (fu poco
Lo spazio per decidere) è di me
Che parlo consapevole, perché
La volontà non basta, occorre il fuoco
Per non morire-ed il popolo in me
Con nuovi sbagli a sbagli antichi oppone
Riparo, si contenta a una carezza,
cane bizzarro d’astuto padrone
(…)
[G. Giudici-Autocritica]

Giudici è spesso in tensione tra “le due chiese”, tra la Chiesa Cattolica e la sua fede politica Socialista e spesso si domanda se le due chiese possano convivere in una stessa persona.
Dedica a Franco Fortini, suo amico e confidente“Versi per un interlocutore” e scrive:

“Vive un uomo di doppia verità,
non è il vecchio filosofo cui debbano pietà
il duplice avversario e i suoi lontani
discepoli: in tempi non umani
ancora, vana scelta tra lamento
e apologia, ossequio e tradimento,
rifiuta se gli è concesso vivere
confuso nei suoi simili e descrivere
la verità che rifiuta un perché
volgare. (…)
Gli errori del popolo non sa
chi in se stesso non li ha patiti e crede
palese il vero e vero ciò che vede
in altri, tutti gli uomini in eguali
numeri imprigionati, i loro mali
senza volto, i peccati senza amore.
(…)
Ho visto le città
Morire nel benessere, fuggire
Per viltà e per orgoglio molti, tradire
E non sperare, ansiosi d’una prova
Che il bene rifiuta a chi non trova
Bene fuor di se stesso, a chi non vuole
Condividere amore e disamore
Pane e fame, libidine e virtù.”
[G. Giudici-Versi per un interlocutore.]

“Supponi un altro punto un’altra meta
retta sfera-un’altra orbita che
tutto includa intersechi sorpassi,
chiudi in prestito il numero che manca
alla certezza-al crocevia, un cartello.
Evita il non supposto pipistrello,
il viscido in agguato:
“Dimmi-e se
fosse tutto sbagliato?”
[G. Giudici-Sperimentale]

Una sera come tante
Una sera come tante, e nuovamente
noi qui, chissà per quanto ancora, al nostro
settimo piano, dopo i soliti urli
i bambini si sono addormentati,
e dorme anche il cucciolo i cui escrementi
un’altra volta nello studio abbiamo trovati.
Lo batti col giornale, i suoi guaiti commenti.
Una sera come tante, e i miei proponimenti
intatti, in apparenza, come anni
or sono, anzi più chiari, più concreti:
scrivere versi cristiani in cui si mostri
che mi distrusse ragazzo l’educazione dei preti;
due ore almeno ogni giorno per me;
basta con la bontà, qualche volta mentire.
Una sera come tante (quante ne resta a morire
di sere come questa?) e non tentato da nulla,
dico dal sonno, dalla voglia di bere,
o dall’angoscia futile che mi prendeva alle spalle,
né dalle mie impiegatizie frustrazioni:
mi ridomando, vorrei sapere,
se un giorno sarò meno stanco, se illusioni
siano le antiche speranze della salvezza;
o se nel mio corpo vile io soffra naturalmente
la sorte di ogni altro, non volgare
letteratura ma vita che si piega nel suo vertice,
senza né più virtù né giovinezza.
Potremmo avere domani una vita più semplice?
Ha un fine il nostro subire il presente?
Ma che si viva o si muoia è indifferente,
se private persone senza storia
siamo, lettori di giornali, spettatori
televisivi, utenti di servizi:
dovremmo essere in molti, sbagliare in molti,
in compagnia di molti sommare i nostri vizi,
non questa grigia innocenza che inermi ci tiene
qui, dove il male è facile e inarrivabile il bene.
È nostalgia di un futuro che mi estenua,
ma poi d’un sorriso si appaga o di un come-se-fosse!
Da quanti anni non vedo un fiume in piena?
Da quanto in questa viltà ci assicura
la nostra disciplina senza percosse?
Da quanto ha nome bontà la paura?
Una sera come tante, ed è la mia vecchia impostura
che dice: domani, domani… pur sapendo
che il nostro domani era già ieri da sempre.
La verità chiedeva assai più semplici tempre.
Ride il tranquillo despota che lo sa:
mi numera fra i suoi lungo la strada che scendo.
C’è più onore in tradire che in essere fedeli a metà.
[Giudici – La vita in versi 1965]


Fonti
www.corriere.it › Cultura