lunedì 18 dicembre 2017

Gian Ruggero Manzoni (Lugo [RA] 22 marzo 1957)

Nasce nel 1957 a San Lorenzo di Lugo (RA).
È poeta, narratore, pittore, teorico d’arte, drammaturgo, performer.
Dopo il Liceo Classico, nel 1975, si iscrive al DAMS di Bologna indirizzo Spettacolo.
Nel 1977, a seguito dei fatti riguardanti il “Marzo Bolognese”, lascia la città emiliana e parte volontario nelle Forze Armate.  Negli anni successivi soggiorna per lunghi periodi in Belgio, in Francia e in Germania, dove frequenta quegli ambienti artistici. Insegna Storia dell’Arte presso l’Accademia di Belle Arti di Urbino dal 1990 al 1995.  Come teorico d’arte, pittore e poeta partecipa ai lavori della Biennale di Venezia negli anni 1984 e 1986. Ha al suo attivo oltre 50 pubblicazioni e 70 mostre pittoriche. Gian Ruggero Manzoni, fin da giovanissimo si dedica a studi riguardanti l’ebraismo, le filosofie occidentali e orientali, l’antropologia e la storia, si interessa di musica, di cinema e dei nuovi  linguaggi, quali lo “slang giovanile… le nuove parole usate dai giovani”.

È del 1980 il suo primo libro, scritto in collaborazione con Emilio Dalmonte, intitolato “Pesta duro e vai tranquillo/Dizionario del linguaggio giovanile”. Allaccia i primi contatti con gli artisti della “Transavanguardia”, in particolare con Enzo Cucchi e con Mimmo Paladino e nei primi anni ’80, si fa conoscere  come pittore.

Nel 2000 esce, in Germania, il libro di poesie “Il digiuno imposto, illustrato da Mimmo Paladino. Il libro suscita grande interesse.  Dirige per anni la rivista di letteratura e arte Origini.
Nel 2004 crea un cenacolo letterario con i giovani poeti Andrea Ponso, Francesco Camerini, Rino Cavasino  e altri; quei lavori confluiranno nell’antologia/manifesto “Oltre il tempo”.
Nel 2009 traduce l’ “Esodo” biblico, nel gennaio 2010 riprende a operare per la Scuola di Pensiero tedesca “Liebe und Aktion”, alcuni anni dopo traduce la “Genesi” biblica.
I  romanzi più belli di Manzoni sono Caneserpente del 1993, Il Morbo( 2002) e Acufeni del 2014. Nei suoi  scritti ci racconta di  eroismi solitari che danno avvio ad atti eversivi.
Con Mimmo Paladino scrive un libro di prose poetiche e acquarelli, “Tutto il calore del mondo, stampato nel 2013.
Le sue opere poetiche sono state tradotte in Germania, Gran Bretagna, Grecia, Francia, Spagna, Irlanda, Argentina, Cile, Uruguay.


L’acqua è uscita dalle sponde e fa da letto alle radici di betulla.
Il gibbo che ti gonfia le spalle scivola da spia nel mondo degli adulti.

Non comprendo la disumana volontà di sopraffarsi, ma quella mi abita
con voce che non mi appartiene, perché esce tronfia e plasmata.

Forse che sia innata l’arroganza degli uomini? Forse che sia anch’essa santa?
dalla sezione “Il fiume di betulle (il calore del sacrificio)”
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Siamo figli del sole, seppure ombre.
Siamo ombre, seppure la luce del sole.
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Hai udito la calma di vento?
Il sasso non ha colpito la riva, ma è scomparso
in una piccola folata di gas.
Ho fiondato lontano, perché non smuovesse altre pietre
e bruciasse i suoi atomi nello sfrego dell’aria.
La pelle era di quel sasso.
Uomo che si è andato a spogliare di cellule e strati.
Volo che nel fiato svapora in quel progetto che fu da sempre
il nume tutelare.
Uomo sasso. Uomo scagliato da un altro uomo per provare il braccio
e la consistenza di ogni molecola nello spazio.
L’entrare, il forare (o lo spingere), quindi il risucchio,
per svanire nella parabola di un gesto primordiale.
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Chiudi le palpebre e inginocchiati qui a lato.
Resteremo, avviluppati dall’edera, come querce nei millenni.
Il nostro calore scioglierà la muraglia dell’ultima diga
e il sigillo verrà mostrato alle genti.
Ho amato e amo… mi ami, nell’assurdo, solcato da meteore.
Questa la sorte dei frombolieri: comprendere che si è
con l’andare del sasso, col suo spegnersi, in una vampata di elementi,
poi col raccoglierne da terra un altro, e lanciare,
quindi di nuovo attendere.
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Siamo figli del sole, seppure ombre.
Siamo ombre, seppure la luce del sole.
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Quando la pioggia cade moscia, riempie le fosse e gli stagni,
mentre tutto sprofonda nel pantano.
Il cinghiale non annusa più il suolo, e le tracce si perdono nella dottrina,
in quel sublime credere cieco, che alimenta il cuore del vigliacco
o del santo.
Cammino ai bordi della Romea, la strada che fu dei pellegrini
rivolti alla Terra Santa.
Quando guadi i bracci del Po, incontri e parli coi fuochi fatui
di chi è spirato in quelle terre mobili…
in quelle terre che alimentano gli asparagi.
A volte un traghetto, a volte una spiaggiata dove poter attraversare. Raggomitolare i pantaloni di fustagno.
Legare i lacci l’un l’altro e gettarsi le scarpe in spalla.
E questo al tramonto, quando quei fuochi filtrano fra le schiume
e le carogne continuano a putrefarsi.
E’ il fiato del passato. Ciò che resta delle nostre azioni umane.
Fu la strada dell’uomo come l’ombra?
Sì, la vie de l’homme fuit comme l’ombre.
L’ombra è come la vita… un ripararsi il capo dal possibile calore,
con il sacco che contiene le nostre poche cose.
Difendere quel sacco, aprendo il coltello che si porta in tasca.
Difendere il capo, con le giaculatorie dei morti per fango e per acqua.
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Sospiro all’alba, mentre, con la ronchetta, do scultura a un pezzo di faggio.
Il legno è il burattino di ciò che si vuole raccontare.
Getto il simulacro nella corrente. Due braccia, due gambe, una testina,
due piedi.
Il burattino giungerà al mare poi all’oceano. Andrà per acqua,
nella semplicità di un ciclo che lo vedrà, un domani, piovere in Tasmania.
Quello che si modella qui, diverrà un giocattolo per il figlio
di un pastore anglocoloniale.
Il ciclo della natura porta doni, a volte neutri, a volte con una faccia
e un passato.
Osservo ogni particolare, per ritrovare il mio naso.
A momenti penso che il mondo rappresenti il mio cranio, altre,
che l’atmosfera che lo circonda sia quello il mio adipe.
So solo che sono il bambino di Tasmania, che racconterà ai suoi nipoti
che un giorno, quel pupazzetto sul camino, è caduto dal cielo,
perché partorito dagli angeli.
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Siamo figli del sole, seppure ombre.
Siamo ombre, seppure la luce del sole.
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Urla il porco, quando lo inseguono per scannarlo.
Urla come un cristiano.
Lui se ne accorge che lo vogliono sgozzare,
ancor prima che aprano la porta della piccola stalla
dove vive discreto e gioioso, fra i suoi liquami.
Urla il porco… in sanscrito e in aramaico.
I palmi degli esecutori sono di cuoio.
Gonfi, ruvidi, incisi da rughe, da setole, da linee scure
marchiate anche dopo il bagno, o dopo le pomate che ti passa il farmacista, per ammorbidire il danno e i calli.
Ma gli esecutori non riescono a chiudere del tutto il pugno,
perché lo spessore del cuoio è tale, che al massimo possono stringere
con forza l’asta di una vanga, il grosso manico di un’ascia
o quello di un coltello da beccaio.
Quei palmi sono di chi ha sempre lavorato di fatica, dei contadini,
degli operai, dei meccanici, dei poeti, degli asini umani.
E il porco li conosce bene, e sa il perché lo vengono a cercare.
La caldaia è già sul fuoco; l’acqua bollente servirà ad ammorbidire la pelle del maiale, così da raderla, non appena sollevato, appeso a testa in giù
e squartato.
Sia palmi sia cotenna sono eguali.
La mano del norcino si confonde col dorso di chi va ad ammazzare.
La voce di Dio si mischia con quella dell’uomo,
già condannato dalla nascita.
E’ quindi Dio che sgozza il porco?
Sì è Lui, e quel Suo concedersi alla mattanza delle carni.
Urla il porco, salmo dopo salmo,
una preghiera alla divinità dei maiali al gancio.
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Il sasso coglie le pareti della stanza, e rimbalza.
E’ la voce del superstite.
Tocca e ritocca, va, per giungere e colpirti le scapole.
Si è sempre vittime della propria lama.
Non bastano le finestre per interrompere la condanna.
La porta la serriamo buttando via la chiave.
Non resta che girarci e, quale unica scelta, attendere il colpo
e definirci eroi nel comprendere le dinamiche che influenzano i richiami del sasso e del mattone… del mattone e del sasso, nella fisica del rimbalzo, e in quella del gesticolare invano, per innalzare un altare
o una costruzione (…pur sempre momentanea).
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Siamo figli del sole, seppure ombre.
Siamo ombre, seppure la luce del sole.
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In circolo, far schizzare il seme nella fiamma
con la velocità della mano.
Femmina è il fuoco, larga la sua ferita,
per accogliere il ringraziamento onanistico dopo la caccia.
I maschi di quella tribù sono come i primi maschi che il pianeta ha contato.
Nulla è mutato da 100.000 anni a questa parte.
Il rito è lo stesso di quando il mammut alitava bianco fra i ghiacci.
Le pertiche appuntite trapassavano pelliccia e polpa viva, materia calda che ragionava mobile, per le tundre siberiane.
Anche il cielo è sempre lo stesso: nessuna stella nata, nessuna stella divenuta una supernova allo sbando… tempo terrestre,
tempo di uno sciame di libellule
nel breve accoppiamento di una stagione
che termina a novembre.
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Scegliere le mani della natura per decidere dove guadare…
un balzo da sasso a sasso con il tempo delle scelte che scorre nel fruscio.
Semplici campi d’autunno. Vibrazione di cortecce.
Stella che ci dà ombra per definirci con profilo.
La voce del mondo nel richiamo di mia figlia, seminatrice di rose.
Un punto d’armonia nell’immensità dell’errore di chi si dice uomo
per materia ed economia.
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Siamo figli del sole, seppure ombre.
Siamo ombre, seppure la luce del sole.



Il mio gallo

Il mio gallo da combattimento
ha già causato la morte di Michail,
di sua moglie Kostantina, del figlio,
del cognato, della nonna materna,
del vicino di casa, del pope, dell’oste
( … di quello grasso, di nome Ivan).
Il mio gallo da combattimento
è rosso e nero, ché di porpora sangue
pare incappucciato.
Forte di sperone, colpisce e falcia
in nome mio.
Egli è l’aquila che non ho mai posseduto,
la tigre che mio zio mi aveva promesso,
l’assassino, che sono stato.
A lui mi rivolgo cantilenando:
Vivi con dignità, stendi le piume,
innalza la cresta e fuggi ogni genere
di cultura, così colpirai senza remore
quando ne verrà l’occasione.”
Al che mi guarda e becchetta ironico:
Barbaro sarò per te, come la vendetta
è il compendio dell’ateo
o dell’impotente.”
Poi ride, e m’invita a scommettere.



Distanze celesti

Sono dell’asso Francesco Baracca,
aviatore in cerca di solitari duelli,
fratello di pianura e di città.
Accetto di sfidare la tecnica
come egli combatté su Gorizia,
Nervesa, Cornuda, il Montello.
Degli dei greci e di quelli germanici,
di Cristo e del Talmud,
si cibano i miei motori.
Di Arthur Moeller Van Den Bruck
ho lasciato, nella mia bianca scia,
il gusto per la conservazione delle
memorie e, così, l’uso del moderno.
Ora la potenza del cosmo
attende coloro che si spesero
al pari mio.
L’uomo che ha agito sente d’istinto
che le distanze celesti sono naturali
così come, innaturale, il negare
le vicinanze terrene.


Fonti