lunedì 27 novembre 2017

Gabriela Fantato

Gabriela Fantato, poetessa, critica, saggista. Ha vinto diversi premi poetici, tra cui: Gozzano; Montale Europa; Città di Tortona; Lorenzo Montano. La silloge A distanze minime è in “Almanacco de Lo Specchio” (Mondadori, 2009), un’altra ampia silloge è pubblicata in Nuovi poeti italiani 6 (Einaudi 2012, Milano). Raccolte poetiche: The form of life, trad. E.Di Pasquale (Chelsea Edition, New York, 2011); Codice terrestre (La Vita Felice, Milano, 2008); il tempo dovuto, poesie 1996-2005 (editoria&spettacolo, 2005); Northern Geography, trad. E. Di Pasquale (Gradiva Publications, New York, 2002); Moltitudine, in Settimo Quaderno di Poesia Italiana, a cura di F.Buffoni (Marcos y Marcos, 2001); Enigma (DIALOGOlibri, 2000) e Fugando (Book editore, 1996). È presente in varie antologie tra cui: Bona Vox, la poesia torna in scena, a cura di R. Mussapi (Jaca Book, Milano, 2010).


Della nostra mortalità


E se ci fosse un dio
nascosto tra le cose, dentro
lo spazio che unisce e separa,
dove si legge la fine che abbraccia
il bordo nuovo di una
seconda vita di legno, sale e lacrime
e chiodi mai conficcati, solo puntati
per certezza al tavolo che balla
e forma ai giorni.

E se provassi a tendere la mano,
come un vecchio marinaio dentro
il suo vento di levante,
dentro la santa pelle del mare
e quella luminosa del giorno che nascevi
quando anche morirai,
e se avessi il moto e la certezza,
se domani inventi la tua storia
con gli stessi volti
e pieghe da scoprire

Invoco quello stare dritto
davanti e dentro il mondo
senza cerimonia, senza chiedere
e solo per restare,
solo per il gesto, il gesto!

La vita dentro le vene
e scorre e viene tutto, proprio tutto
solo nel gran silenzio
dove il tempo separa
e taglia ancora il numero degli anni
e dio è un dio piccolo di pane e buio,
come le figure da presepe, come
la ragazza senza più sorriso eppure salva,
salva dentro il dolore.



            Gabriela Fantato è una delle voci contemporanee più importanti della poesia italiana al femminile.
            La profondità del suo scrivere (e del suo sentire) è ben evidenziata in questa non breve lirica, nella quale vengono accostati aspetti “elevati” (del sacro) con momenti “più banali” di quotidianità, nella quale il soggetto si interroga su un argomento fondamentale come il concetto di mortalità. Momenti “più banali” che però proprio la scelta delle immagini poetiche rende altrettanto elevati che i primi.
            Come logico nell’uomo contemporaneo, che mette continuamente in discussione religioni e ideologie, senza essere capace di venire a una conclusione (che sia sintesi del meglio in ciascuna di esse, o proposta “altra”), anche in “Della nostra mortalità” il dubbio la fa da padrone. Non il dubbio rachitico dell’improvvisato poeta(?), che imbastisce una filastrocca di ottativi; ma quello di chi mette in discussione un concetto e cerca con forza (e magari attraverso il dolore degli ultimi versi) una soluzione.
            Ne nasce una poesia estremamente equilibrata e forte, interiore anche quando costruita su immagini prese dall’esterno, o comunque implicanti l’attività del soggetto della lirica; la quale, senza noi entrare qui nel merito se lo stesso morire non sia in fondo “atto” fortissimo e quanto mai dinamico, indica come soluzione (solo nei confronti del concetto di mortalità?) “il gesto”: anima appunto del fare, dell’agire.