martedì 7 novembre 2017

Federigo Tozzi - Ricordi di un impiegato

di Luigi Malavasi Pignatti Morano

Pubblicato postumo nel 1920 (lo stesso anno della morte del suo autore, Federigo Tozzi), Ricordi di un impiegato è un romanzo, in parte autobiografico, estremamente problematico. Si tratta del racconto in forma diaristica dell'esperienza lavorativa di un giovane da poco assunto come impiegato delle Ferrovie dello Stato a Pontedera: una vicenda di per sé insignificante, che riduce all'essenziale i fatti narrati per dare ampio spazio al dialogo che il protagonista instaura con se stesso.
Leopoldo Gradi – questo il suo nome – è un ragazzo fiorentino appartenente ad una famiglia che, sotto sotto, lo disprezza per la sua inettitudine. Il padre, autoritario, lo convince (di fatto imponendoglielo) ad iscriversi ad un concorso per un posto da impiegato nelle Ferrovie, senza prendere nemmeno in considerazione l'idea di aiutarlo nei suoi propositi di matrimonio con la fidanzata Attilia, peraltro invisa alla madre. Superati gli esami, Leopoldo è inviato a Pontedera, dove non conosce nessuno e fatica enormemente ad integrarsi con le persone del posto (che a lui sembrano rozze e cattive). Inizialmente, il suo stato d'animo è dominato dal rancore verso i genitori e dalla volontà di affermare se stesso a dispetto delle loro imposizioni: «Il disaccordo per la fidanzata, lasciato tra me e la mia famiglia mi sconcerta. Che, forse, è necessario ch'io diventi cattivo; per non rinunciare al rispetto del mio animo? Sarei, forse, per accostarmi a quella cattiveria che dicono indispensabile imparare? Io, fin qui, credo di poterne fare a meno; per sempre».
Di fatto, Leopoldo vive in un mondo tutto suo: fatica ad aprirsi con i colleghi – che interpretano la sua riservatezza come spocchia –, è impacciato sul lavoro e conduce una vita appartata, senza amici né confidenti. Unica valvola di sfogo è il fitto scambio epistolare con Attilia, la quale però si ammala gravemente ed è costretta a dettare le sue lettere ad un'amica. Leopoldo vive con imbarazzo questa intrusione, soprattutto quando si rende conto di provare attrazione per questa seconda persona. Egli, in sostanza, si rifiuta di accettare che l'unica cosa che aveva creduto pura e incontaminata – l'amore per Attilia – possa deteriorarsi. E finisce per chiudersi ancora di più in se stesso.
L'autentica vita di Leopoldo è quindi quella interiore: una vita che può essere contemplata solo ad occhi chiusi, in ideale separazione da tutto il resto del mondo (la metafora degli occhi chiusi è ricorrente in tutto il racconto; e non a caso Con gli occhi chiusi è il titolo del principale romanzo di Tozzi). Siccome la realtà esterna non è altro che persecuzione e malvagità, tanto vale farsi da parte e osservare, con ironico e al contempo compiaciuto distacco, la vita degli altri: «Sono io, dunque, che ho voluto restare lontano da questa realtà così dolce! E perché? Sono io che ho chiuso la mia anima per sempre; come quando, da ragazzo, volevo stare solo e mi mettevo a guardar dall'uscio socchiuso quelli che dentro la stanza parlavano».
Il rapporto con la solitudine è pertanto ambivalente: essa da un lato è una scelta consapevole ed obbligata (ed è evidente che, in questa scelta, Tozzi individua l'essenza della sua natura di scrittore, il quale altro non è che un osservatore discreto – che guarda «dall'uscio socchiuso» – della vita altrui); ma, dall'altro, è a lungo andare insostenibile, giacché impone la contemplazione di quanto v'è di più angosciante: la morte. Di nuovo Tozzi recupera l'immagine della doppia vista: «Allora mi par di sfuggire alla morte, nascondendomi in me stesso; con una paura che mi mozza il respiro. Mentre negli spazi della mia esistenza passa la sua ombra; e io chiudo gli occhi per non vederla. E, qualche volta, ho paura di non riaprirli più».
Chiudere gli occhi dinanzi alla vita per aprirli di fronte alla morte: questo sembra essere, in sostanza, il destino di Leopoldo (e, più in generale, dell’uomo di lettere). Ma la morte, in definitiva, non è osservabile: essa rappresenta l’implosione di ogni senso, e non può offrire conforto a chi va in cerca di una ragione valida per sopportare il dolore. Ancora una volta, diventa inevitabile chiudere gli occhi. Col risultato che, nel limbo di un’esistenza interiore a metà strada tra la vita vissuta e la contemplazione dell’aldilà, tutto diventa crudele ed insignificante.
Come scrive Ottavio Cecchi nella sua Introduzione al romanzo, Leopoldo è il classico inetto che «vuole vivere […] ma è chiamato alla morte, vuole morire ma è chiamato alla vita». Sicché, quando gli si presenta l’occasione di amare una giovane donna di Pontedera, Némora, egli – che pure vorrebbe assecondare i suoi sentimenti per lei – resta come paralizzato, sia per rispetto di Attilia, sia per incapacità di concepire un futuro felice per se stesso. Come sempre, vorrebbe ma non può; e, come sempre, cerca un po’ di conforto estraniandosi dal mondo e contemplando la morte: «Certe notti, dopo aver guardato il cielo stellato, credevo di perdermi; e i pochi passi della mia casa mi parevano chilometri e chilometri. Uno sbigottimento angoscioso mi spingeva tra quelli spazii; senza lasciarne né meno uno; e le nuvole ventavano sopra la mia testa. Io avevo paura di non essere più come gli altri, e mi convincevo di non tornare mai più. Ma allora mi vidi steso morto, sopra un letto di campagna, con un prete che leggeva in un libro; e da quella volta mi son creduto sempre un altro».
Ricevuta notizia che gli è nata una sorellina e che Attilia si è parecchio aggravata, Leopoldo rientra a Firenze. Quando giunge a casa della fidanzata, lei è già morta. Egli decide così – come per giustificare il suo ritorno a casa – di convincere la madre a dare all’ultimogenita il nome di Attilia: e, seppur a fatica, riesce nel suo intento. È questa, di fatto, la conclusione del romanzo. Le ultime note del diario, infatti, sono poco più che telegrafiche: «20 aprile – Dovrei tornare a Pontedera, ma mio padre mi promette di recarsi da un pezzo grosso delle Ferrovie, suo amico, perché mi diano il posto a Firenze o in qualche altro paese più grande. 22 aprile – Resto a Firenze».
Sostanzialmente – al pari di Pietro, protagonista di Con gli occhi chiusi –, Leopoldo è, e si sente, una persona «inutile agli interessi». Il lavoro di impiegato è per lui umiliante ed alienante, di fatto insignificante come la maggior parte delle cose che abitualmente si fanno per vivere. Schiacciato sotto il peso delle prevaricazioni dei colleghi e umiliato dalla famiglia, che non fa nessuno sforzo per comprenderne l’inquietudine, Leopoldo è ossessionato dalla sua solitudine, vero e proprio deserto affettivo. Si tratta di una condizione che inesorabilmente lo opprime e lo ingabbia senza offrire possibilità di scampo. Di fatto, tra lui e il mondo esterno non c’è possibilità di comunicazione, com’è evidente a proposito di Némora: «Che mi piaccia, non c’è dubbio; e vorrei che mi amasse. Ma vorrei fosse lei la prima a dirmelo; per sentirmi scusato di più. Qualcuno mi dice: “Perché non sta volentieri a Pontedera? Potrebbe sposare la figlia del vice gestore, che è ricchissimo, o una di quelle del capostazione; vivendosene tranquillo!”. Io non ho il coraggio di dire a tutti che sono fidanzato a Firenze e che, qua a Pontedera, avrei scelto Némora».
Ma il problema è che Leopoldo non riesce a comunicare nemmeno con se stesso: la sua vita è un lungo, inutile tentativo di dire cose che non riesce a dire, come se avesse la mente inceppata. A Pontedera egli si sente un mero ingranaggio, costretto a seguire meccanicamente un mansionario. Così, quando riceve la notizia della nascita della sorellina e dell’aggravamento delle condizioni di Attilia, vive il ritorno a casa come una rinascita, come un’imperdibile occasione per affermare finalmente una parvenza di identità. E, chiedendo alla madre di dare alla figlia appena venuta al mondo il nome della fidanzata defunta, di fatto esprime la volontà di riscattare se stesso, di far sentire una buona volta il peso della propria presenza tra gli uomini. Il desiderio – alla fine esaudito anche da un pizzico di buona sorte – di restare a Firenze è pertanto sintomo della determinazione a ripartire da capo, nella speranza-illusione di poter essere finalmente qualcuno.