Verusca Costenaro



di Alberto Rizzi


Verusca Costenaro insegna italiano come lingua straniera a Firenze, e collabora come traduttrice con Ronzani Editore. Ha pubblicato la silloge “La misura che non si colma” (LunaNera, 2013), e sue liriche sono apparse in rete e in antologia, anche negli Stati Uniti.
È risultata finalista con menzione in vari festival letterari (tra cui il Premio Letterario Città di Massa San Domenichino e il Festival bolognese DialogArti a cura del Gruppo 77), e nel marzo 2017 si è classificata prima all’8ª edizione del concorso “Le parole nel cassetto” del Caffè Letterario Le Murate di Firenze, con cui ha appena pubblicato la plaquette ”Senza il sogno e con la pazienza”.


Parole
  
Ieri noi
alzavamo calici ai richiami del tempo
seduti a lati scomposti
all’estremità del buio nella dimora tua sola
maldestri superstiti a noi
alle nostre parole
noi serrati da muri e sgraziati di sogni
saggiavamo il riposo dei dormienti
io accendevo camini
tu bagnavi ginestre
al lume di sorrisi e bisbigli
nello spazio silente tu sedevi
strette alla tastiera le dita
imbrunito di vita rincorrevi grafemi
io invece sul divano
i tuoi scritti stringevo alle dita
assetata di vita i silenzi riempivo
macchiavo delle tue parole gli occhi la bocca la gola
scacciavo il nero del vuoto delle nubi
dalla dimora tua buia
uccellino di luce imbrigliato io senz’ali al tuo divano
alle parole tue sole.
Oggi io
nella dimora mia sola
i tuoi scritti ho schiuso ancora
e sul divano
ho fatto l’amore
con le tue parole.


Come tutti sanno, fra i vari “filoni” della Poesia grande importanza ha assunto dall’Ottocento in poi quello “diaristico”, che si concentra sugli accadimenti – molto spesso sentimentali – dell’autore. È fuori discussione l’analisi di questo fenomeno in questa sede; qui mi interessa far notare che questo genere, con la volgarizzazione della poesia “al Tempo della Rete”, ha spesso prodotto autentiche parodie del genere stesso, puntualmente scambiate dal popolo dei “naviganti” (stando al numero di “like” che spesso raccolgono) per capolavori.
Anche se la chiusa di “Parole” è un po’ debole e scontata, rispetto alla ricchezza delle immagini di cui vivono i 22 versi che la precedono, Verusca Costenaro riesce facilmente a porsi al di sopra della media, con questo “quadro familiare” di ricordi, assenze, gesti e pensieri scambiati fra i protagonisti. Un continuo riandare da “lui” a “lei”, costruito su immagini che, pur non facendo altro che raccontare un momento di quotidiana intimità (pur se reso “alto” dalla sensibilità e dalla cultura delle due persone coinvolte nel testo), non sono certo banali.
Non è poco “al Tempo della Rete”, come ho scritto appena sopra: e la ringrazio per questa sua prova.